Tre poesie

VARECHINA

Di varechina sapevano le sue mani

quando nel buio acerbo del mattino

pudico, ti rimboccava le lenzuola,

la fronte ti sfiorava ispida la barba,

e ti restava, sopra il mento e il naso,

quell’odore aspro, evanescente,

un ché di ruvido e impacciato.

Dignità e pane imbandivano la tavola

a mezzodì, e silenzio.

E se nelle ore bige del tramonto

smaniosa lo cercavi senza pianto,

lei ti riportava alla ragione

– papà deve lavorare –

era la perenne litania.

Così passavano lunghi i giorni,

trascoloravano negli anni,

di lui quasi nessuna memoria,

di lui dei suoi capelli radi,

dei passi baldanzosi sempre più stanchi,

solo quell’odore, appeso a un filo,

quel gesto malinconico

deposto nel tuo sonno.

Di varechina sapevano le sue mani

quando lo trovarono accasciato,

che il suo bel cuore forte

s’era di botto fermato.

 

MIO FIGLIO

Non profuma di rosa e violetta

mio figlio,

di tristezza è sozzo il suo viso,

di fatica sanno i suoi fragili polsi,

di sogni abortiti.

Fermo a un semaforo, torvo

mi guarda

mio figlio,

con gli occhi di fumo e grafite.

Batte i denti che sanno di sabbia e di sale

mio figlio

ammassato nella pancia d’un barcone,

bagnato di paura e pipì.

Ha le braccia che paiono zanne,

è brutto

mio figlio,

col pelo arruffato di calci,

vestito di stracci e promesse mancate.

Non è mai stato bambino

mio figlio,

solo si ferma in un sussulto

un istante

a rubare un raggio di sole

è il suo gioco proibito.

Non piange, non ride

mio figlio

e nemmeno più aspetta

di diventare

mio figlio.

 

IL RESPIRO DELLA NOTTE

Sento greve

il silenzio,

il cupo respiro

della notte,

il rantolo secco

della vita

quiescente.

Sento sinistri

sussurri,

scricchiolii.

Tutto ha voce

e tutto tace

quando le ore

piccole

incombono

sui pensieri

vigili,

tutto tace

strepitando.

Sento forte il cuore

nudo nel buio

che conta i suoi battiti

e brama riposo.

                     Ester Bonelli

(*) Altra poesia inedita di Ester Bonelli i lettori posso leggerla nell’editoriale di Ludi Rector ad apertura di questo numero di Lunarionuovo. La poesia Dignità è stata infatti scelta dal direttore per la citazione a conclusione dell’editoriale, come chiave di lettura della sua divagazione sulla crisi della cristianità.