Tornando dal pronto soccorso

Che bello. Era ritornata una pacchia la vita ora che quando lei rideva di cuore si faceva tremare la pettorina. Ognuno di noi figli era uno stampo di carattere diverso dall’altro. Luigi per esempio era assai brutale e geloso di arrivare al punto che dissi alla sua fidanzata:

“Una volta sola te lo dico – O che te lo sposi o che te lo stendo-. Testa calda ho, lo sai che la faccio come mi viene, lo sai che la mia è una detta e una fatta. Per farla breve forse lo avveleno”

Non ci fu il tempo, un giorno mi voleva fare sentire il suono degli schiaffi perché ero vestita scollacciata. Era salito arrabbiato tra le scale gridando che gli uomini sono tutti cercapilo e non dovevo parlare con un giovanotto del quartiere posizionato sotto al balcone. Mi voleva afferrare che parevamo la giostra impazzita correndo attorno al tavolo. Niente feci? Mi giro col dissenso del respiro. Io le mosche vive le ammazzo, tranne se sono su uno specchio al punto che quando mi guardo fanno da cornice o da neo. Niente mi inventai? Gli azzeccai il forchettone del polpettone nel petto, mi ci misi a cavallo sulla pancia e gli feci giurare che mai più si doveva permettere di pensare di voler comandare su di me. Fu il rispetto, cosi’ si sposarono in quattro e quattro fanno otto e lo decisero tornando dal pronto soccorso.

Bartolino che in un secondo momento io battezzai Alfredino era un pezzo di pane che si poteva mangiare anche senza companatico di quanto era affabile. Amava chiunque alla follia, a me e a Carmelina ci usciva quando volevamo, ci portava alle feste di ballo nelle famiglie degli amici. Mi voleva bene tanto che, per rispetto mio, si lasciò con la fidanzata dato che io mi rifiutai di impegnarmi col fratello di questa. Se ne cercò un’altra e si amavano come si deve no come di dovere, facendo per la gioia quelli che, disgrazia volle, mi accollai come i miei figli. Il primo di questi era Mario che nascituro cominciò con gli attacchi di epilessia sicuramente fu cosa di razza. Mia madre infatti aveva sette spiriti maligni, raccontava. I Visconti avevano di eredità gli spiriti cioè quando una persona perde l’anima se non si aprono le finestre l’anima non vola e si incorpora su qualche personale presente. Mi insegnarono che dovevamo farlo esorcizzare e ci siamo interessati, mi davo la faccia alle spine per aiutarlo, senza troppo chiedermi se erano cose vere o cose di imbrogliare per soldi . Durante questa operazione Mario stava per terra con le mutande e di sopra alla nuda. Lo tenevano in tanti forzuti ma lo stesso si svincolò. Se ne salì in orizzontale all’altezza del lampadario. Quasi quasi mi pareva di sognare, quasi quasi mi veniva di non crederci ma appena lo dicevo a voce alta gli altri della stanza vedevano la stessa ed avevano pure il mio sentimento. In tedesco si faceva uscire dalla bocca la voce di bambina e pretendeva:

“Voglio Ginevra “

“Ma che? Ma quando?”

Urlammo senza manco guardarci negli occhi e appena ci fu un totale nostro rifiuto Mario cadde sul pavimento. La gente quando urlammo ai quattro venti e cominciammo a chiedere aiuto mi mangiava la faccia perché non ci credeva. Allora lo incatenammo e lo portammo da padre Lario dal quale fuggì trascinandosi le catene. Ci aveva gabbato come un furetto. Il centodieci e otto lo legò per fargli un lavaggio intestinale e visto che scappava ancora anche sbudellandosi, si ruppero l’oviceddi e gli misero la camicia di forza. Non ci ascoltavano quando ci ribellavamo:

“Questo modo è? Guardate che della sbisnonna prese gli spiriti, e zero a chi tocca una tragedia simile”

A casa riuscii a portarmelo, sempre grazie alle amicizie di mio padre, che in fondo in fondo a volte è meglio che ci stanno. Lo guardavo e piangevo disperata. Un giorno me li tirò dalle unghia e gli ammollai schiaffoni di santa ragione. Un vicino, un testimone mi assicurò che verso le Madonie ci stava la persona giusta per salvarlo. Mi scrisse l’indirizzo e mi disse:

“Intanto venerdì a mezzanotte spaccato prendi uno specchio grande ed uno specchio piccolo, uno rivolto dentro l’altro. Devi guardare cosa c’è dentro. Se vedi che ci sei tu, in questo caso possibile è che muori anche tu, nel caso contrario al prossimo venerdì del mese portati queste candele e le accendi.” Che fu miracolo? Al mattino si erano fatte giganti le candele, più alte di me si fecero. Mi sono dovuta chiudere la bocca con la mano per lo stupore ma Mario era più inselvaggito di prima. Ci ritornai più sconfortata ancora alle Madonie.

“Ha bisogno di una medicina che vende solo il Vaticano. Stanotte per l’appunto a mezzanotte morirà una persona, se il figlio ti muore, senza aprirlo il pacco che domani riceverai con la posta, lo rispedisci al mittente, se è vivo, spedisci la somma richiesta. Mario all’alba non era più di questa vita. Meno uno. E’ facile dire “I miei figli” ma quando mi dovevo fermare all’indice, quando il medio scioperava, mi credevo che gli altri pensavano che era morto perché non mi aveva bruciato di dolore quando nacque, mi chiedevo:

“Vero madre fosti? Come sei così sicura che Big Boss ti insegnò a recitare perfettamente?”  Mi dicevo: “Sicuro è che madre vuol dire bruciore? Non può essere che significa dovere di imparargli del mondo?”

Cercavo in che mi sbagliavo senza trovare scuse perché tutto di cuore ero. Calcai la mano sul pensare al domani dei due figli che mi restavano e per levarlo dall’ambiente, per non fargli fare un mestiere che rompe le ossa visto che era un mignolo, a Umberto lo mandavo dopo la Comunione all’Istituto Privato. Mi piaceva farlo preparare pure se a banconote a fare Scuola di Imbarcazione per la serratura delle navi. Avevo delle influenze da poterlo fare impiegare nelle navi americane dove così poteva andare a ritrovare i sbinnonni se gli andava a grado, Gli fecero passare gli esami di perfetta salute e di perfetta condotta ma scoprirono che aveva come sua madre quella vera una insufficienza renale e me lo rifiutarono. Non era vero invece— era una calcificazione. Lo portai perfino a Bologna e a diciassette anni gli cominciai la dialisi. A fior di quattrini, lo vedevo soffrire e lo torturavano con gli aghi nelle braccia. L’aiuto non glielo feci mancare, ci siamo fatti tutti in famiglia gli esami specificati del caso individuale. Io non ero compatibile non potevo, suo padre era compatibile ma per…. Fu la sfortuna. Quando arrivò dall’America il rene per trapiantarglielo…era il venticinque di aprile mentre mangiavamo. A tavola parlava ed è morto seduto affogandosi con le stigghiola si diceva per coprire la cosa. Ma quale budella arrostite? Non fu vero. Invece era morto perché lui si faceva, non bucandosi ma con l’erba mi ingannavano. Mio fratello voleva la topsia. La topsia è facile a dirlo. Perché tagliuzzarlo? Tramite che mi cercai la raccomandazione pagando lo feci uscire intero dall’ospedale. Ci misero cinque giorni per consegnarmelo a casa. Mi ero venduta ogni bene per farlo continuare a vivere. Meno due. Fino a un certo punto li ho cresciuti. Ora mi resta solo Ginevra. Mi spogliai, mi ridussi all’osso per sposarla e fare una festa da via Dante, non si doveva dire che mancava per me…. piegai le ginocchia per chiedere prestito agli ex amici di mio padre:

“E’ malato, senza una lira, non conta in nessun campo. Arrabattatamente ho portato la sua famiglia avanti, ho cresciuto fratelli e nipoti”

“Riposati la lingua! Lui sbagliò no tu. Fin quando siamo vivi quelli che vi abbiamo visto nascere vi consideriamo Cosa Nostra. Potrete entrarci e uscirci a piacimento. Lui abbandonò voi che siete oro sciacquato”

I soldi a sospiro glieli restituisco ma senza interessi. Quando la colonna vertebrale non vuole starsene dritta mi rilasso chiudendomi nello sgabuzzino dove ci tengo i miei ricordi. Le foto le ho lasciate intatte per il rispetto dell’onore di mia madre perché se era per il Cornuto avrei infiammato tutto. Dentro il mio cervello mio padre versava il vino nella fossa della mano di mia madre e se lo beveva dopo averla baciata in bocca prima di iniziare a pistiare. I gioielli delle aste non c’era bisogno che aspettavano una festa per finire su mia madre, pietre preziose da far passare di nipotina in nipotina alla sua morte. Lui faceva la sua figura ed io oggi a vergognarmene vivo. Oggi ad occuparmi di Carmelina che non ne volle sentire di fidanzati perché restò fissata che gli uomini delle donne cercano solo le gambe, e si è convinta che sono stupidi e che con loro non si possono fare discorsi. L’avevano convinta di conoscere un amico di un amico ma non durò manco ventiquattr’ore. Questa mi rimase come una crosta, Vivremo insieme fino alla morte. La vecchia dove lavoro vuole che l’accompagno al Nord a quattro stelle, ma come la lascio sola? E’ brava, serviziosa, a casa trovo tutto che brilla…..mi farebbe veleno scoprire altri modi di vivere? Lei comprende a quarti d’ora. Eravamo andati giovedì passato da un’amica, cose di dovere. A cena si gira e vede il gatto sull’inferriata:

“Che prosito che è, Come fa a non cadere dal balcone? Miii ch’è lucido di pelo! Energico, scattante manco s’immagina che fu malato. Lo trovo veramente bene che di più non si può”

“Benissimo sta, tanto non ha più le palle, gli hanno pure eliminato il pisellino, la pipì gli sgocciola mentre si muove, un rene l’ha attumorato. Certo che sta in piena forma se lo dici tu”

Fu da fare passare l’appetito. Però appena a casa mi facevo i fianchi dalle risate, è così raro che perdo la ragione ridendo che non voglio capire perché ridevo.

Somiglia a mia madre in qualche modo. No che è dolce perché manca di sale…solo che ogni cosa esiste in un modo soltanto e si fa la strada a piedi, così al punto d’arrivo si presenta proprio quando non si pensa più a quella cosa. Sempliciotta è come mia madre!

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