Sugheri e boe

RUBRICA DI LETTURE di Giulia Sottile

New York New York

ieri oggi domani

governaliGià l’esordio letterario di Renata Governali era stato all’insegna del successo, con il romanzo “La ragazza alla finestra” (Premio “Il romanzo delle vacanze”, 2006), già la critica letteraria aveva dato conferme a favore della scrittrice catanese con i romanzi “I piedi qui e gli occhi altrove” e “Maestro sei già qui”, eppure non smette di incantare la penna della Governali, che ritorna questa volta con una silloge di quattordici racconti intitolata “New York New York” (sempre edita da Prova d’Autore). L’apparente frammentazione suggerita dalla strutturazione in racconti viene smentita da una armonica continua concatenazione di temi e tensioni, le stesse che muovono ogni storia, ogni protagonista, la stessa Autrice.

Conferma è anche quella stilistica, che colloca sempre più la Governali sul fronte verista, e tuttavia l’impressione è che si tratti di una verista un po’ sbronza, dunque del tutto peculiare. Le dettagliatissime descrizioni, tanto da mostrare visivamente la scena al lettore come fosse in loco, non rinunciano alla suggestione poetica nel sognare dinnanzi a un paesaggio. Troviamo l’adozione di un linguaggio adeguato al protagonista del momento, e non viceversa (come sin dall’inizio accade nel racconto da cui trae il titolo la silloge, dove a narrare è una bambina di sette anni, con tutta la sua delicatezza e ciò che ne consegue). È generosa la dovizia di particolari: in “Ciccia”, «Scintille infuocate come sciami di lucciole che volavano veloci verso l’alto e pian piano si spegnevano» descrivono i colpi sull’incudine; sono segnalati i nomi delle piante caratteristiche del luogo, asparagi e caliceddi, cicoria, cosce di vecchia, finocchietto selvatico, curando di astenersi sempre da giudizi. Anche le metafore traggono spunto dall’immaginario del mondo socio-culturale del personaggio: «Il cielo era tutto tempestato di stelle come il manto di velluto della Madonna della chiesa delle suore carmelitane che le avevano insegnato a ricamare». Ma l’ubriachezza della verista inizia a trapelare in “Una pesca tabacchiera”, quando descrive il paesaggio che la narratrice ogni mattina scorge lungo il tragitto per andare a lavoro: «Qua e là macchie di papaveri vi si insinuano col loro sangue. I fiori rosa dei peschi graffiano il cielo e più lontano gli alberi mostrano sui rami boccioli di bianchissimo albume (…) un sole giallo e denso come burro». In “Miqwè”, è dettagliata e realistica la descrizione, incantevole, della Giudecca, il vecchio quartiere ebraico di Ortigia, in provincia di Siracusa, ma poi appare «una lunga stuoia rossa come una ferita» e si trasfigura pian piano tutto, perché «si scende dentro la terra e si scende dentro di sé». E ancora in “Clandestino”, «il sole precipita dentro l’orizzonte» e gli occhi sono «appuntiti». Non sono che esempi.

La verista si svela anche nell’attenzione riservata alla località. Nei primi due racconti in particolare appare nitido il ritratto della classica famiglia siciliana. In “New York New York”, la Governali ci racconta che in segno di lutto un tempo si cuciva una fascia nera sulla manica del cappotto (e in processione sembravano tutti scarafaggi), che, a differenza delle scuole negli States, a Mazzarino erano piccole e fredde, gestite da suore severe e «dovunque nelle stanze ci sono Gesù dolorosi che penzolano dalle croci e immagini di Sante che piangono lacrime di sangue trafitte da frecce affilate. C’è persino una Madonna di gesso con un pugnale argentato conficcato nel cuore». A riprova di come una semplice descrizione, dotata di forza espressiva, possa veicolare anche stati d’animo, evocare fantasmi persecutori. In “Ciccia” si parla dell’estrema considerazione alla formalità, come durante le “visite” in casa dei parenti, «gente sconosciuta», tra i baci e le litanie delle frasi di circostanza, segnate da reticenze su ciò che davvero avrebbe senso dirsi. E ancora emerge la condizione della donna siciliana sino alla prima metà del secolo scorso, non risorsa ma bocca in più da sfamare. «Non sapeva leggere né scrivere, le ragazze come lei non frequentavano la scuola, e poi non c’era nessuna scuola per i poveri in quel piccolo paese». La donna poteva sperare solo che le capitasse un uomo non «troppo violento e che sfogasse altrove la fatica del lavoro e la disperazione della miseria (…) che le piacesse almeno un poco», mentre gli uomini solitamente, fratelli compresi, picchiavano, «non per una ragione precisa, era un fatto dovuto. Le donne si dovevano trattare come i muli, bisognava ricordare loro chi era il padrone». Era bene inoltre che le bambine quando diventassero ragazze legassero in una crocchia i capelli, «oggetto di seduzione e strumento di peccato». Una donna desiderabile camminava con gli occhi bassi e non dava confidenza a nessuno, sapeva tenere bene la casa ed era forte e robusta, intonava i canti che imparava a messa e ricamava. Certo poco gli uomini sapevano del mondo interiore di una donna, le donne stesse spesso lo rinnegavano perché era giusto così, come accadeva anche con il bambini.

Il primo mondo ad essere rinnegato era proprio quello dell’infanzia, dimenticato dai “grandi”, che venivano dunque estromessi dalla comprensione. Si crede sin troppo spesso che sia un’età spensierata e gioiosa, costituzionalmente, e non ci si accorge «della sofferenza dei bambini» quando subiscono una perdita e vedono sgretolarsi il mondo attorno. Non si prendono in debita considerazione la loro opinione, i loro sentimenti, le paure, i desideri, ignari dei loro conflitti. In “Bronzi”, cosa di intende per “a rischio”? si chiede un personaggio. Chi ha il compito di giudicare sa in che modo distribuire le responsabilità, sa che la “devianza” (come accade per le patologie psichiche) non è mai un problema del singolo ma della società tutta? E non perché se ne devono occupare gli altri ma perché è in essa che trae la sua origine. Questo emerge dall’incontro/confronto tra prospettive diverse, tra italiani e stranieri, tra “grandi” e “piccoli”. Cambia la prospettiva persino in merito ai canoni di bellezza (in “Febbroniae apotheosis”).

Albert Einstein avrebbe letto con gusto il racconto “L’altro versante”, esemplificativo a tal proposito, e persino rappresentativo dell’intera silloge, a racchiudere il nocciolo della questione. Mostra l’ipocrisia del “pregiudizio implicito” di chi sfoggia progressismi e si svela nelle contraddizioni. Sono ancora i più giovani a saperla lunga, forse non ancora incancreniti dagli indottrinamenti sociali e politici. «L’altro versante vuol dire diversità ma una diversità che appartiene alla stessa cosa. Cioè ogni cosa ha sempre due aspetti». Nel tentativo di indagare il senso dell’altro versante, i ragazzi di una classe indagano le sue sfaccettature e giungono ad una conclusione che passa dalla condivisione, maieuticamente, democraticamente: «l’altro versante è quando c’è un confine», ma qualcuno controbatte che più che di confine, che chiude, si potrebbe parlare di frontiera, che apre. E tuttavia la frontiera sa di conquista, di assoggettamento, non si parla ancora di altro versante. «L’altro versante può anche essere un altro punto di vista (…) due religioni sono solo aspetti, modi, quindi versanti della stessa ansia di Infinito che è propria dell’uomo».

È di frontiera che si parla ancora, in “Il cinema alla Baia delle Tortore” (traduzione dall’arabo Marzamemi), dove la narratrice/Autrice partecipa con commozione al Festival Internazionale del cinema di frontiera, frontiera come «luogo simbolico (…) spazio aperto al nuovo, avamposto (…) finestra». In una tonnara era stato allestito un museo che raccontava della quotidiana tragedia degli sbarchi clandestini.

Il viaggio è un tema ricorrente, costante. Dal mito postbellico della Nuovaiorche all’odierno esodo verso le nostre spiagge. Lo si comprende sin dal racconto di apertura, in cui la nave è simbolo di tutto quanto ruoti attorno al viaggio: incontro/scontro tra mondi, come tra parti diverse di sé, tra passato e presente. Il viaggio è verso il diverso ma anche verso se stessi, per ritrovarsi, per curare il «tempo ferito» (in “Il miracolo del rock and roll”), ricucire i pezzetti di sé. La diversità a questo punto si teme possa confondere le idee e invece permette di chiarirle se solo non la si fosse impegnati a temerla. Potremmo appellarci alle teorie sociologiche ma ve le risparmiamo, la letteratura si serve d’altro, preferisce la pluralità di un nome, come in Maria, ora Mary ora Mariuzza (protagonista di “New York New York”). Nella sua multietnica classe americana ognuno ha un dialetto diverso. In un mondo dove, ieri come oggi, alle minoranze etniche si insegna a vergognarsi di se stesse, dove in ogni caso il diverso è colui che deve adeguarsi, l’identità è a rischio frammentazione e ci si aggrappa alla propria cultura, fatta anche di canzoni, perché cos’altro resta? Un po’ come quando si abbraccia una dieta vegetariana ma non si sostituisce la carne con nulla. Ai vecchi legami non ne subentrano sempre di nuovi, e resta malinconia. Conflitti e contraddizioni quando si parte e quando si arriva. E pure quando si torna. In “Ciccia”, la nave assume di nuovo un ruolo simbolico, qui a contrasto con la tragedia che è rimasta invariata nella storia, quella di chi cerca speranza in una vita migliore e viene respinto dalla burocrazia statale. Ciccia, al largo delle coste del porto di New York, non aveva portato con sé né carta sanitaria né quella d’identità, ma «le nuove disposizioni erano giuste, servivano a proteggere i cittadini americani da un flusso di migranti ormai incontenibile, era quasi diventato un’invasione». Alla stregua dei siciliani che rubavano il lavoro agli americani e portavano solo delinquenza, anche questa testimonianza d’epoca ci ricorda purtroppo qualcosa.

Torna il tema degli sbarchi in “Viaggio a Ellis Island: «I nuovi arrivati venivano visitati, selezionati, smistati; con un gesso gli infermieri disegnavano sulle loro schiene sigle di riconoscimento: i denutriti, i matti, i malati di ernia, le donne incinte».

Il multiculturalismo, la convivenza tra diversità torna sempre, in “Una pesca tabacchiera” – dove questo frutto alla prostituta nigeriana ricordava lo ndori, un frutto del suo paese, rimando alla casa – e in “Miqwè” – dove l’Autrice ci racconta di come le donne ebree usavano purificarsi dopo il parto prima di riprendere i rapporti sessuali, sino all’editto di Ferdinando (1492) e all’inquisizione spagnola. Regna il silenzio ma la verità è un’altra, come già Danilo Dolci diceva: Il silenzio non esiste. Esiste, o non esiste, la capacità di sentire. Eppure sono prove scomode quelle che ci raccontano delle origini del popolo siciliano, e si preferisce ometterle, chiuderle in un cassetto apposito come faceva qualche procuratore nel secolo scorso. Non solo la sapevano lunga quei ragazzi di “L’altro versante”, che siano o meno proiezioni di Renata Governali, ma a stroncare ogni preconcetto radicamento c’è anche l’ennesima rivoluzione copernicana della storia – anche questa Einstein avrebbe gustato, se non fosse addirittura stato tra le menti implicate – e cioè quella della non fissità della Stella Polare, in “Notte di stelle e d’altro”. «La processione degli equinozi che è un particolare movimento di rotazione della Terra fa sì che, nel tempo, si modifichi il punto di riferimento che serve agli uomini per orientarsi», ora Tuban (l’ex Alfa Draconis), ora Vega. Nulla è per sempre. Ci resta da studiare, riflettere con spirito critico e fare come la protagonista di “Il cinema alla Baia delle Tortore”: lasciare la nostra «impronta».

Nel continuo concatenarsi tra passato, presente e futuro – a svelare esigenza di storicizzazione e continuità – spazio e tempo perdono d’importanza dinnanzi all’essenza del discorso, rintracciabile in ciò che, universalmente, è sempre uguale: l’uomo.

 

Gesù tra Storia e Mito

Sulla ricerca di Corrado Augias

 

augias«Da parecchi giorni soffia da sud-est uno sgradevole vento caldo e umido; incolla le vesti sollevando un’impalpabile polvere che filtra ovunque aumentando il senso di soffocamento, deposita su ogni oggetto un velo giallastro, il colore del deserto».

«Nelle stradine ristagnano gli odori forti delle spezie e dei pesci, la pece delle gomene e gli aromi dei cibi, abiti sudici e umanità accaldata; fin dalle prime luci sono gremite di Romani, Greci, Persiani, Assiri, neri d’Africa, Babilonesi che si mescolano agli animali da soma, asini e cammelli. (…) I barbieri radono i clienti in mezzo alla strada, i cambiavalute fanno risuonare su una tavoletta le varie monete traendone un incessante allegro crepitio, i mendicanti mostrano piaghe e mutilazioni per impietosire i passanti, davanti a una taverna una cieca canta accompagnata dalle note aspre di un flauto suonato da una giovinetta».

È questa l’atmosfera che caratterizza le province romane orientali all’epoca dei fatti, quelli narrati da Corrado Augias nel suo nuovo libro, “Le ultime diciotto ore di Gesù” (ed. Einaudi), a metà tra il romanzo e il saggio storico. Del primo ha lo stile, che emerge nelle nostre citazioni di apertura, ad alleggerire la mole del tema, a rendere scorrevole e coinvolgente la lettura, tanto che, nel passare da un personaggio all’altro, si ha l’illusione di leggere davvero un romanzo.

Augias ripercorre le ultime diciotto ore della vita di Cristo e lo fa servendosi di tutti gli altri protagonisti che ruotarono attorno alla sua figura, sul versante ebraico e su quello romano. Emerge così come la morte del profeta fu un fatto, più che religioso, in primis politico. Chiama in causa i testi sacri, mettendoli a confronto, consultando testimonianze del tempo, ma nella bibliografia è nutrito il ricorso alle fonti prettamente storiche (es. “Antichità giudaiche” di Flavio Giuseppe). Il tutto sotto l’egida di una spiccata onestà intellettuale, che non lo porta mai a pronunciarsi, ad abbandonarsi a sterili “secondo me”, bensì con spirito critico discute incongruenze e significati, mettendo a confronto le prospettive, ragionando, ricorrendo semmai a quella che sin dal principio ci tiene a definire “fiction”, nel senso più autenticamente anglosassone del termine.

Augias mette in chiaro, riferendosi alla figura di Gesù, che «sappiamo così poco di lui che nessun ritratto, nessuna fantasia può essere considerata lontana dalla realtà poiché una “realtà” semplicemente non esiste; su di lui non sapremo mai più di quanto già non sappiamo, cioè poco o niente – i testi che lo raccontano sono frutto più della fede che della storia». Constatazioni destabilizzanti per un credente, ma sono ancora nulla. Riferendosi alla condanna e alla morte, «I pochi testi che parlano dell’evento, già confusi in partenza, sono stati in seguito più volte manipolati (…) nessuno dei testi è stato scritto da testimoni diretti dei fatti» e «nessuna sa fino a che punto i fatti narrati nelle Scritture corrispondano alla reale successione degli eventi, trattandosi di testi al servizio di una ideologia e non, come opinione ormai prevalente, di una biografia sia pure apologetica».

L’Autore considera persino la giurisprudenza romana nel tentativo di comprendere meglio la dinamica storica, e nel trarre una sintesi dalle discrepanze delle fonti. Si è parlato di “abuso d’ufficio”, “scorrettezza giudiziale”, ma si è anche detto che «venne sostanzialmente rispettata la procedura romana applicabile in una provincia occupata».

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Che faccende politiche e religiose si intreccino è indubbio, si scontrano fazioni contrapposte da ambo le parti, è terra in fermento alla luce di moti sociali che rischiano di alterare consolidati equilibri. Lo scrupolo porta Augias a chiamare Gesù con il suo nome originario, non applicando il nostro filtro linguistico: Joshua Ha-Hozri. Lo stesso per Maria (Miryam) e Giuseppe (Joseph), Pietro (Simone di Cafarnao, ribattezzato Cefa), Paolo di Tarso (Saulo), e così via.

Emergono le dinamiche di potere che vedono il procuratore romano per la Giudea Ponzio Pilato tra due fuochi, le insidie della comunità ebraica che mal sopporta il dominio straniero (impersonata dalle esemplificative figure del sommo sacerdote del Tempio di Gerusalemme, Caifa, e dal predecessore Anna), da un lato, e da quelle latenti dei diretti superiori a partire dal governatore di Siria Lucio Vitellio (il cui dissenso poteva costargli la carica, il che lo induceva a cercare la protezione del prefetto del pretorio, Lucio Elio Seiano), dall’altro.

Sono gli anni dell’insofferenza di un popolo oppresso che vuole solo libertà, attaccato alle proprie tradizioni tanto da vivere come un affronto la religione “pagana” e i gesti provocatori di Pilato, dalla costruzione di una diga con i fondi finanziari del Tempio all’idolatria dell’imperatore, divinizzato (fece innalzare nel palazzo che era stato di Erode scudi dorati contenenti il nome dell’imperatore, in seguito fece esporre nella città santa stendardi con la sua immagine e dovette ricorrere all’esercito per sedare la manifestazione scoppiata in protesta).

Sul fronte interno invece Pilato si trovava diviso tra le istanze della moglie Claudia e le trame sottese pilotate dal consigliere Nikephoros, rappresentante di un filone politico sufficientemente affermato. In realtà il ritratto che nei testi viene spesso fatto di Pilato, riflette Augias, è quello di un politico che ha dovuto render conto a terzi, deresponsabilizzandolo al fine di far apparire al peggio la comunità ebraica (nonostante in molte fonti invece sia descritto come uomo «rozzo e collerico, avido e irresoluto»).

«Quei testi, i vangeli, sono stati scritti negli anni Settanta, dopo la distruzione del Tempio, lo scempio dei sacri arredi, il furto della Menorah, quando i Romani sembrano confermarsi vincitori assoluti»; «Al di là dei diversi significati, i testi canonici sono però uniti da un’ispirazione di fondo in base alla quale il procuratore romano è sempre descritto come colui che fa di tutto per salvare la vita del prigioniero e alla fine deve cedere per l’ostinazione della folla in tumulto»; «Nessuno sostiene che i redattori dei vangeli abbiano voluto volutamente falsificare i fatti, è verosimile però che li abbiano riferiti badandosi sulle proprie convinzioni nonché sulle opportunità dettate dal momento (…) sono stati scritti parecchi anni dopo lo svolgimento dei fatti che narrano. Il testo attribuito a Giovanni viene fatto risalire addirittura ai primi anni del II secolo. Dopo la distruzione del Tempio e della città di Gerusalemme operata dalle truppe di Tito (70 e.v.), dopo l’inizio di una massiccia diaspora, i redattori dei vangeli avevano tutto l’interesse a nobilitare la figura di Pilato facendone un protagonista benevolo che solo la ferocia della folla aveva costretto a prendere un’ingiusta decisione».

Si parla qui del momento clou della condanna, quando il procuratore chiede al “popolo” di scegliere chi dei due prigionieri liberare, come d’usanza alla vigilia della festa di Pesach, che celebrava la liberazione degli Ebrei dall’Egitto (e proprio alla luce di questa contingenza i fatti rivestono ruolo e funzione politica). Abbiamo scelto di mettere tra le virgolette la parola popolo proprio perché qui si apre un’altra indagine. Infatti la scena si svolse nel cortile del Praetorium, che non poteva contenere più di «qualche decina di persone», tra cui sobillatori appositamente inviati da Caifa e Anna (secondo la ricostruzione che ne fa Augias). La motivazione è ancora una volta da rintracciare nell’intento propagandistico. Anche lo stesso gesto, passato alla storia, di lavarsi le mani è inverosimile, rituale previsto dalla Bibbia nel caso di particolari omicidi commessi fuori dalla città, estraneo alla procedura, scrive l’Autore, e inconcepibile per un romano. E poi Barabba (Bar Abbas, o Bar Rabban) fu appositamente scelto come alternativa a Gesù perché sapevano che a un “agitatore sociale”, seppure amato, si contrapponeva un eroe, che aveva ucciso un soldato romano e incarnava dunque la ribellione pragmatica alla sottomissione.

«Barabba pensava come noi che il dominio romano fosse una sciagura, ma pensava anche che il rimedio stesse nel prendere le armi per scacciare i pagani pagando il necessario prezzo di sangue».

In opposizione alla visione professata dal profeta e dagli stessi Esseni. Augias fa parlare anche loro, mettendo in scena una vera e propria testimonianza ispirata a documenti storici, veri e propri reperti archeologici. Si tratta di manoscritti noti come Rotoli di Qumràn, scoperti da un pastore beduino nel 1947 e passati di mano in mano (a profumato costo), giungono persino negli Stati Uniti (oggi disponibili in rete). Impressionanti le somiglianze con i contenuti del Nuovo Testamento, tanto che si ritiene che «i manoscritti di Qumràn e i vangeli cristiani appartengano a due fasi successive di un medesimo modello etico».

Si è infatti parlato di fronte interno nel caso di Pilato, ma la diramazione non era meno insidiosa in campo ebraico. Nello stesso Sinedrio vi era una spaccatura drammatica tra sadducei e farisei (a testimonianza e in qualità di loro portavoce Augias ricorre al personaggio Nicodemo, a illustrare le posizioni della controparte, tra l’altro sostenitrice di Gesù alla stessa assemblea straordinaria convocata la notte alla vigilia della morte). Così anche su questi fatti le fonti di dividono, chi parla di unanimità nella condanna, chi di debole e inefficace opposizione. I sadducei sostenevano – nella fiction – di aver convocato Gesù per metterlo in guardia e che poi la situazione fosse degenerata perché lui avrebbe bestemmiato. Ma sostanzialmente «Se i Romani avessero sospettato una nostra debolezza nell’autore di così gravi disordini ne avrebbero approfittato per limitare ulteriormente la nostra residua autorità imponendo la loro legge»; «Dovevamo convincere Gesù a collaborare con noi, distoglierlo dall’intenzione di rispondere con arroganza al prefetto romano» (testimonianza di Caifa). L’arroganza era il proclamarsi “re dei Giudei”, motivo di condanna da parte del prefetto stando alla versione che ormai appartiene alla cultura popolare di mezzo mondo, ma nella testimonianza del fariseo Nicodemo si precisa come gli ebrei stessi erano ben consapevoli che il Regno di cui si parlava non apparteneva a questo mondo. Sostiene che i voti contrari alla condanna nel Sinedrio c’erano stati e che i sadducei, in realtà, fossero contrari a quel profeta per i suoi insistenti proclami contro i ricchi, per i danni arrecati al loro commercio, per gli animali fuggiti e i cambiavalute che tra i banchi rovesciati non trovarono più il loro denaro in quei giorni di trambusto, alla vigilia della festa di Pesach, quando Joshua si batteva contro il sacrificio degli animali e tutte le altre tradizioni sterili, divenute prive di senso, a partire dal sabato. È contro la Torah che predica, sebbene sostenesse che obiettivo non era quello di eliminarla, bensì di completarla, a costo di scontrarsi contro le gerarchie religiose. «Non piace a tutti il suo tentativo di dare un volto nuovo alla religione ebraica avvicinandola ai più miseri, alle donne, ai bambini». Predicava una vita dopo la morte e, di fatto, solo pochi ebrei vi credevano davvero, i farisei. Condannava la lapidazione per le donne adultere. «Se la donna avesse infranto il vincolo, Mosè aveva ordinato: “Il Signore faccia di te un oggetto di maledizione e di imprecazione in mezzo al tuo popolo, facendoti avvizzire i fianchi e gonfiare il ventre; quest’acqua amara che porta maledizione ti entri nelle viscere! E la donna dirà: Amen!”», recitavano i testi sacri. Joshua perdona i peccati di chi è capace di amare.

«Ha osato troppo sfidando insieme due poteri, quello di una religione sclerotizzata e quello degli occupanti romani»; «Quell’uomo si trovò a diffondere un messaggio fortemente innovativo (rivoluzionario?) in un ambiente per alcuni aspetti impreparato ad accoglierlo, per altri apertamente ostile, per altri ancora così profondamente corrotto da non riuscire nemmeno a prendere in considerazione novità di tale portata»; «Lo hanno relegato nella parte dell’ostaggio: il pegno dell’alleanza tra due poteri, quello romano e quello del Tempio, sarà suggellato dalla sua fine».

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Tra ricostruzione storica e mistero, emergono, sebbene in qualità di circoscritte digressioni, figure e questioni che meriterebbero trattazioni a sé. È il caso della figura di Erode Antipa, uno dei tre figli di Erode il Grande, a cui toccò il governo di Galilea, che fece mozzare la testa a Giovanni il Battista per capriccio di Salome, istruita dalla madre Erodiade, cognata e concubina di Erode Antipa. Ma qui risulta interessante come Joshua all’epoca non fosse altro che un ragazzo partito al seguito del profeta Giovanni, tra i primi a predicare quel preciso discostamento dalla tradizione. Gesù si fece poi il Messia, incarnando in sé, in una sintesi, i principi morali di una corrente.

Altro dettaglio da non trascurare – e che non sorprende data la competenza e l’esperienza di Corrado Augias, anche alla luce delle precedenti pubblicazioni – è legato alle procedure per la crocifissione. Nell’iconografia sacra tradizionale, infatti, da sempre viene raffigurato un Cristo con i chiodi confitti nei palmi e non sorprende che i fenomeni di stimmate che proliferano nella nostra agiografia riprendano proprio questo immaginario. I Romani applicavano i chiodi ai polsi, dove la parte ossea presente avrebbe assicurato il corpo al legno, mentre la mano, composta da tessuti più molli, si sarebbe strappata non reggendo il peso. Così è di polso che parla Augias, non di mano.

Cosa dire di Giuda? Troviamo nel vangelo secondo Giovanni – fa notare l’Autore – uno scambio di battute tra Gesù e il “traditore” che lasciano intendere quanto poi viene confermato dallo stesso documento noto come il “vangelo di Giuda” (Codex Tchacos). Il manoscritto, in copto, fu rinvenuto nel 1978 in Egitto, in una grotta (sopperendo a quello che si sospettava sotto chiave negli archivi vaticani). «Giuda vi figura come il discepolo prediletto, l’unico che conosca la dottrina segreta di Cristo. Egli riceve da Gesù l’ordine di tradirlo affinché si compia quanto previsto dalle Scritture». Dunque il tradimento sarebbe stato frutto di un accordo preventivato, a cui – pare – Giuda si sarebbe inizialmente rifiutato.

E che dire di Maddalena (Mariàm di Magdala)? Anche questa figura è stata particolarmente dibattuta e di certo Augias non pretende di dare risposte. Passa in rassegna però gli studi in materia e le posizioni contrastanti. Certamente non era una semplice prostituta (anche se questa sua condizione aveva una particolare valenza simbolica), ma sarebbe azzardato avanzare relazioni amorose. «Si è arrivati a dire che Maddalena sia stata la vera autrice del vangelo detto di Giovanni, che fosse lei quel discepolo amato più degli altri di cui ripetutamente si parla» scrive l’Autore, «Secondo il vangelo gnostico di Filippo, Joshua baciava spesso Maddalena sulle labbra» ma «E’ anche possibile che quei frequenti baci non avessero carattere erotico ma fossero baci rituali o santi che denotavano fratellanza e comunione di fronte a Dio; o addirittura che non di veri “baci” si trattasse ma solo di metafore che alludono, nella visione gnostica, all’unione di due eoni, spiriti. Secondo una corrente cristiana di minoranza, Maddalena sarebbe stata a capo di una delle prime comunità, ipotesi fortemente contrastata da altri anche se la sua presenza ai piedi della croce dimostra che aveva sicuramente un peso nel piccolo gruppo dei seguaci di Joshua (…) La sola certezza è che nelle Scritture Maria Maddalena ha una rilevanza addirittura maggiore di quella della stessa madre di Gesù». Certamente ai tempi avere una donna gerarchicamente più in alto di sé, soprattutto se con trascorsi peccaminosi, non doveva essere condizione ben accetta, specialmente nella cultura ebraica. Ma – lo si ripete – l’Autore non vuole dare risposte. Il mistero resta tale.

Altra parentesi merita il concetto di resurrezione, a cui i farisei credevano e primo fra tutti il già accennato Paolo. È interessante l’excursus storico-antropologico: è da ricollegarsi infatti all’origine della Pasqua e il suo incrociarsi cronologicamente con la festività di Pesach. «E’ il tempo dell’anno che coincide con il risveglio di primavera; già le antiche comunità pastorali e agricole lo celebravano come festa di resurrezione. In quei giorni venne fissata la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù del faraone. In quei giorni i cristiani celebrano il ritorno in vita del Dio fatto uomo tre giorni dopo il suo martirio». La rigenerazione della vita veniva celebrata con i nuovi raccolti presso molte tradizioni popolari. La teologia ha complicato la situazione, scrive Augias, la resurrezione dei morti, «antica fantasia apocalittica giudaica», originariamente era «ulteriore declinazione della generale ri-nascita della natura trasformata in aspettativa, un mito che si sarebbe realizzato nel tempo finale. (…) La Chiesa cattolica non insegna più che il sacrificio della croce è il prezzo da pagare per essere riscattati dal peccato delle origini. Cristo è il novello Adamo e l’agnello che gli Ebrei mangiavano a Pesach si trasforma nell’agnello di Dio sacrificato per redimere il genere umano. La primitiva comunità cristiana si costituì sul fondamento del messianismo e delle attese apocalittiche, per cui le apparizioni di Cristo dopo la morte furono interpretate nel senso proprio di una resurrezione, prova e pegno della resurrezione finale. Eppure i vangeli non descrivono una resurrezione ma solo l’apparizione di un defunto, una delle tante di cui è piena la storia (…) Nel suo geniale furore Paolo non comprese il messaggio evangelico della morte dell’anima e della rinascita nello spirito; costruì una “cattiva novella”, ispirandosi all’apocalittica giudaica che a lui fariseo era familiare».

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Nel testo viene delineato un profilo diverso di Gesù, oltre il modello che abita ormai nel nostro immaginario collettivo. Secondo il vangelo gnostico di Tommaso, il profeta direbbe «Colui che non odierà il padre e la madre non potrà divenire mio discepolo» e, all’uomo che chiede solo il tempo di salutare casa, come a chi chiede di poter prima seppellire il proprio padre, dà risposte ambigue, contrassegnate da una «durezza disumana». Sempre secondo Tommaso, avrebbe detto: «Gli uomini certamente credono che io sia venuto a portare la pace nel mondo, essi non sanno che io sono venuto a portare sulla terra le discordie, il fuoco, la spada, la guerra». Ci sconcerta tutto questo, se non consideriamo la simbologia insita e il contesto in cui teneva i suoi discorsi. Obiettivo era spezzare le catene di una società addormentata, odiare il padre forse nel senso che oggi affideremmo a spiegazioni d’impronta psicanalitica. La religione e la Legge non differivano, ragione, tra l’altro, dell’incompatibilità dei romani con i popoli occupati. Caio Quinto Lucilio, che compare tra i principali personaggi della ricostruzione, riflette proprio sullo scontro-confronto tra culture diverse, e ne viene travolto come accade in chi rinuncia ai dogmi. Vede da un lato un popolo che divinizza un capo politico (i Romani) e dall’altro persone disposte a morire per una «pura astrazione mentale». Questo d’altra parte era il cristianesimo delle origini, non esattamente quello che conosciamo noi. E quanti cristianesimi abbiamo? Cosa avrebbe detto Joshua Ha-Hozri? Brodskij diceva che quando la traduzione non è surrogato, è cultura. Qui, quella che influisce sempre nel dare significati a una religione. E non parliamo di come la Chiesa abbia finito per diventare l’Istituzione contro cui Cristo stesso predicava, perché il lettore potrebbe credere che Corrado Augias entri nel merito della teologia, e non sarebbe vero. Dice solo che furono due gli uomini che misero realmente in pratica il modello di Gesù: Francesco d’Assisi e Mohandas Karamchand Gandhi. Augias si serve di un’espressione molto bella per definire Gesù e chi dopo di lui: «operatore di pace».

Ci piace concludere con l’Autore stesso, e cioè con le parole che mette in bocca – o meglio, in mano, dal momento che l’espediente è quello di una lettera a Publio Labieno – a Lucilio: «Oggi sono certo che al di là dell’ultima soglia che dobbiamo varcare non ci sia altro che il ritorno al grembo perennemente fecondo della natura, che tutto dà e tutto toglie e non si cura della sorte degli individui come non se ne curano le stelle che in questo momento vedo fiammeggiare sopra di me. È questa ormai la mia religione – credere negli dei è solo una delle forme possibili della vita spirituale».

 

JR x sottile