Si riparano bambole… e risvegli

Sottosopra, un filo immaginario, teso da una estremità all’altra dello spazio incommensurabile chiuso nella scatola cranica. Chi tira da un lato chi dall’altro, stridono i balconi, il filo si rompe e non c’è più niente da litigare, i funamboli rimbalzano come perline impazzate dalla costrizione di essere uguali e così vicine (un collo in esposizione). Siamo dentro a una stanza, lo spazio inscatolato riposa sul cuscino, suona la sveglia, o meglio, qualcuno apre una porta esortando svegliati! e il film potrebbe cominciare, senza un inizio (perché esistono le volontà in esposizione). E se la mia non coincide con la vostra,  ingaggia una lotta linguistica (maleparole ce ne sono tante ma ‘censura crea metafora’ e bisogna nasconderle in lunghi grovigli fraseologici) di voci che si esasperano rincorrendo le proprie ragioni ottuse sullo stesso punto, come criceti dentro a una ruota (… preferirei innamorarmi di un clown!). O sparire nella moltiplicazione miracolosa delle immagini saltando più in alto, senza sfiorare, nell’inarcamento, l’asta di prova, atterrare su un materasso soffice di piume ardenti. Viceversa c’è chi striscia per terra lungo i rigidi confini di un prodotto preconfezionato, il sentiero già deciso tra alte pareti che si innalzano parimenti allo sguardo sbavando il semplice e inconscio gusto di soffocare, in apnea, l’aria irraggiungibile del salto. È autolesionismo il rumore dell’asta che cade? Autolesionare (lesinare) l’avanzamento?
Le immagini si deprimono, si oscurano, piegano la loro beltà all’intenzione d’offesa sciabolata (sottostare ai limiti che se non vedo, non esistono?): obbediscono taciturne alla miseria dell’ordine imposto, fremendo un elettroshock, due a due, come bambini in fila, prima di entrare a scuola.

© Alvise Cavallaro

Spaccarsi la scatola cranica contro linee pietrose e immutabili respirando sempre la stessa aria consunta e grammaticale (i drammi scolastici), dannata in ripetizione-imitazione, fuori da ogni grazia d’invenzione non programmata: essere il saper fare, l’idea a priori che fuorvia la visione, sentir rimbombare nel cavo sinusoidale la scomposizione ricomposta della parola tecnica sinonimo di ricatto (l’erba del vicino risplende incauta, meglio falciarla per una comoda partitina a golf, o delimitarla nella speranza di un condono suicida).
Svegliati, l’incubo si ripete: la sovrapposizione estatica di intento e potere, anche quando, troppo spesso solo dichiaratamente, sembrano entrare in contraddizione. Svegliati, sii incosciente: libera da chi non sa misurarsi oltremisura e scava solo nel suo guardare esaustivo. Sii felice nell’attraversare ciò che non ti basta, ribellati alle prigionie del narciso, a un autocompiacimento dittatoriale, alla sordità dell’andare diritto senza sbarellare, scoperchia l’oppressione e l’oppressore verso forme incandescenti e in espansione, verso un infinire imprevisto: bocche segrete troveranno la voce e i nomi a conseguenza delle cose. I ricatti irradieranno i loro contrari, le forze avverse inforcheranno i loro precettori.
Costringiti al cerchio delle anomalie, non contaminare d’afa il tuo sentire, né abolire il sogno a risvegli concentrici, abusa delle tue facoltà e fuggi come un funambolo, salta prima di cadere, prima che qualcuno recida il filo con un colpo di telefono, una parola, un jump-cut, un suono, una risposta in traduzione che non giunge (ma giunge il ricatto), rifugiati dove amare è generare, proteggi – svanendo – chi crede di piegarti al suo volere incontrollabile, alla manipolazione errante dell’errore: l’errore è l’unica salvezza, lo sa bene chi ti attende nella tua mente, e scandisce, in apertura, un ‘vostro’ segreto parlare. Salta e che ti accolga la sonorità dell’acqua spaccata nel tuffo.