Quattro sonetti

 

Alle genti delle Cinque Terre, al loro strazio ed inesausto amore.
 
 
 
Il paese sussurra sulla roccia,
le sue casupole come parole,
i vicoli angusti le sue sole
frasi nel vento. Canti di bisboccia
si spengono nelle taverne. Sboccia
mite un profumo già dalle viole
del cielo, da ombre di banderuole
tremule sul muro che incoccia
la pietra del crepuscolo. La chiesa
stringe nel bronzo della campana
l’oro dei tintinnìi sulla distesa
del mare. Di sera la melagrana
del tramonto ci indica la discesa
verso l’incerto e la sua onda, vana.

(Corniglia)
 
 
 
Piccola la chïesa si rivolge,
di pallido fogliame ricoperta,
col suo rosone alle selve. Fra bolge
di dirupi, spettrali nell’incerta
luce, gli uomini chini avvolge
fra i suoi vitigni la sera. Sull’erta
una sparuta rèseda sconvolge
il fragore del mare più in basso.
Mentre gorgoglia nel fondo il torrente
veloce sguscia una serpe dal masso;
potessi nella notte egualmente
scivolare, sfuggire così dal chiasso
dei giorni, a una stella che non mente.

(Manarola)
 
 
 
Diroccia tra le spume la scogliera,
si infrange sull’argento dei fiötti
il pendaglio della luna; ché rotti
paiono anche i clivi nella costiera
ove precipita il mondo. La schiera
d’ulivi fra le terrazze, sui ciotti,
sui muretti pispiglia, coi motti
degli uomini, le fronde in preghiera.
Ma nemmeno scrutando, solitario
l’orizzonte poi credi che qua tutto
sia alla terra implorato; nel rosario
degli astri di già s’intona il suo lutto.
Anche, lontano, il rilucere vario
di barche, è nel tuo sguardo asciutto.

(Corniglia)
 
 
 
Tremule le lanterne di lampare
oscillano sopra il filo del vento,
assïeme legate dal lamento
di festoni adagïati sul mare.
Da riva non s’ode altro che l’ansare
di risacca, dal nero firmamento
i flutti della notte: è il momento
in cui le barche trascinano ghiare
di stelle. Solamente il cuore resta
sulla rena, nascosto fra le lisce
pietre che in mano raccogli. C’è festa
nel casolare vicino; tradisce
il buio una lucciola che s’arresta:
l’anima è ogni lume che vanisce.