Quando la conta riparte da zero

 

Società Letteraria Italiana è sigla virtuale, all’ombra di cui rombano motori e girano turbine. Non è ammessa a viaggiare sui fluviali della Casta, questo è pur vero, ma solo perché tuttavia catalogata come categoria di mortidifame. In compenso conta. Cosa significhi conta lo ricaviamo dal verbo contare, avrebbero detto in coro gli elogiatori di La Palise. Qui, solo per rinfacciarlo all’onestà dei principi non scritti, corre (e tutti gli vanno dietro) la convenienza di precisare che per il caso proprio della Casta dei Letterati l’accezione del verbo contare rinvia alla virtualità.
Infatti quelli che contano sono i virtuali componenti della Società Letteraria Italiana considerati un poco nella loro potenza e un “molto” nella loro potenzialità. Ecco perché è palese come a contare non sia la Società Letteraria Italiana, che non esiste, ma i suoi componenti (vogliamo definirli membri?), che, come tali, sono anche loro inesistenti. Pur esistendo ciascuno come entità fisica e psichica: lo scrittore X, il poeta Y, il saggista Z. Tutte personalità che contano ciascuno le pagine delle proprie opere (cartacee o meno). Contano ciascuno le pagine delle proprie scritture.
Ecco spiegato perché la Società Letteraria Italiana conta di riflesso. Ma conta.

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A questo punto sarà meglio dirlo: non si contano solo le pagine dei libri che ciascun poeta, narratore o saggista ha esitato ma – ovviamente – il numero dei libri da ciascuno di loro venduti. Operazione, quest’ultima, agevolata dalle ebdomadarie pubblicazioni di apposite liste (e listine) delle “Classifiche dei libri più venduti”. E siccome nel più c’è il meno sarà banal grande il dedurre il meno applicando il principio dei vasi di Caltagirone comunicanti. E senza prestare orecchio a quel briccone di poeta dei secoli scorsi che non si peritava di citare provocatoriamente il Bettinelli, “che tanto visse da vedere obliato quel che scrisse”.
Cosa c’entri non sarà prevedibile ma l’argomento può portare (del tutto involontariamente)  al conto del caso di Antonio Pizzuto, autore cui giusto noi di Lunarionuovo continueremo ad accendere minuscoli lumini in memoria col nostro “Si riparano bambole”.
Dunque, contando le opere di Antonio Pizzuto, compreso quel Ponte di Avignone che non fu progettato da architetti, né costruito dalla mafia, sovviene di Ravenna, il romanzo edito da Lerici quella volta in prima edizione. Ebbene, il commendator Lerici, al momento della resa annuale, fu toccato da forte curiosità constatando che se ne era venduta una sola copia, a Napoli. I tabulati della resa gli consentivano di potersi cavare lo sfizio di procedere a ulteriori accertamenti, e una volta stabilito da quale libreria era stata venduta l’unica copia dell’edizione, si affidò al telefono e alle centraliniste di quella volta.
Pronto e forse irritato, il libraio di Napoli non fu certo indotto a frugare nella propria memoria per rispondere che quel “Ravenna” venduto, era stato acquistato dall’Ente Provinciale Turismo della città partenopea, che lo aveva restituito dopo qualche tempo perché l’acquisto era stato incauto, infatti il libro con quel titolo era stato scambiato per guida della città di Ravenna.
Conta e conta può dunque capitare di dover ripartire da zero. Come dirlo alla Casta?
Poi, per la storia della Letteratura (tempora tempore tempera), Antonio Pizzuto fini col contare per uno. Ma essendo frattanto passato a miglior vita la conta è affidata ai suoi posteri. Potrebbe contare, per Lui, la Società Letteraria Italiana, ma essendo appena virtuale, tutto resta come prima. Né i poeti, i narratori, i saggisti che virtualmente si “rinviano” (e vicendevolmente) a una inesistente istituzione privata/pubblica, possono farsi carico, da singoli, dell’onere di contare le pagine delle opere dei predecessori defunti. Si provi a dirlo a certi docenti universitari italiani che adottano tonnellate di libri editi dal grande editore patteggiandone la quantità con l’accettazione di un loro saggio, di un loro romanzo. Anche in tali casi è una questione di conto di libri da fare acquistare agli studenti. Che non supereranno l’esame se non esibiranno la copia acquistata, sulla quale il docente, saggista o romanziere, apporrà la propria firma. Non per dedica o per un malriposto vezzo di sverginar la pagina bianca, ma per impedire che il libro passi in altre mani compromettendo la conta finale rispetto al patto stretto con il grande editore milanese / torinese.

 

 

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