Parafrasi “Il Cordimarte” di G.Artale (7)

Rammaricata per avervi costretto, cari lettori, a una lunga pausa estiva privandovi di un tale tesoro, qual è il romanzo barocco del nostro Artale (consentitemi di esultare all’idea di avere finalmente qualcuno con cui condividerlo!) rientro nuovamente tra le pagine della rivista letteraria, baldanzosa come il nostro Cordimarte che, come certamente rammentate, consegnatosi all’amore della sua straordinaria regina, è in partenza per la guerra contro i Circassi, per la difesa delle terre del suo sovrano, accompagnato da un paggio a dir poco singolare alla cui richiesta di seguirlo in guerra…

…Cordimarte rispose cortesemente: − Accettiamo le vostre offerte che, se corrisponderanno all’anticipo di cui mi avete fatto dono con le vostre parole, mi riterrò certamente fortunato ad avervi come mio paggio e viceversa, vi sentirete altrettanto fortunato voi nell’essere ricambiato coi guiderdoni [1. Guiderdoni: termine antico e aulico con cui si indicano le ricompense e le rimunerazioni.]d’ogni affetto possibile.
Gli chiese il nome e colui rispose che si chiamava Filindo, nato da gente non popolana, in Persia, ma allattato a Bisanzio. Rimontò sul cavallo e, tenendosi un po’ più indietro rispetto a Cordimarte, avanzò di buon galoppo finché non giunsero di fronte all’esercito nemico. Lo trovarono così immenso da paragonarlo a quello di Xerse. − Ora sì che è necessario ricorrere a cento Lisi per rinfrescar le labbra di tante schiere! − Tutta l’Asia (dicevano altri), non solo i Tartari e i Circassi, è venuta qui a inondare di guerriero sudore le nostre spiagge!
Queste e altre parole ancora giunsero fino all’orecchio di Cordimarte, ma lui, per non diffidare di ciò che sentiva, formò un gruppo tra i cavalieri migliori e, benché sopravanzasse poco della luce del giorno, avanzò con esso fino a infastidire il nemico con una breve ma violenta scaramuccia, tanto da dare di che parlare all’esercito nemico per tutta la notte sulle conseguenze della futura giornata di battaglia che li attendeva.
A quel punto, stabilendosi sulla sommità di un ampio colle, si trincerò lassù nella zona in cui si temeva qualche assalto notturno e, piantati tutti i padiglioni dei capitani, fece innalzare il suo sulla parte più esposta al pericolo. Qui, tolto solo l’elmo, dopo una breve cena, andò a riposare, ma non era solo: una schiera di mille pensieri lo agitavano mentre lo custodivano e gli assicuravano in tal modo di tenerlo sempre desto durante la notte. Alla fine, non riuscendo più a sopportare nemici così feroci dentro la rocca del proprio cuore: – Sono morto – gridò – se tanti nemici assalendomi sono riusciti a penetrare fin nel fondo dell’anima! O mi ama, o non mi ama io non posso dubitare della certezza del suo amore. Forse lei con l’impronta della propria mano e con quella del proprio cuore non ha suggellato nei miei confronti un amore eterno?
Filindo, che come paggio di camera si trovava non lontano dal letto di Cordimarte, ascoltava tutto e, cogliendo l’occasione, disse: − Perché sospirate, signore? Lasciate che siano altri a sospirare per voi.
Cordimarte, accortosi di aver parlato troppo, non badò alle parole del suo paggio, pensando che fosse un uomo dalla poca accortezza nei riguardi dei suoi malesseri o che ne fosse poco informato. Così, tornato in sé, disse: − Oh mio Filindo, sospiro perché temo qualche disavventura.

−        Il timore non può essere ospite di un petto pari al vostro, semmai può esserlo in uno come il mio.
−        E quale timore può mai darti ingombro? Forse quello della battaglia che ci attende? In fondo, proprio tu non hai che da osservarla da lontano!
−        Avete detto bene, signore, per quanto riguarda il timore della battaglia, poiché da essa dipende la parte migliore di me stesso.
−        E chi è questo tuo fortunato campione?
−        Direi che siete voi – rispose Filindo, preso da un tremore d’amore quasi freddo e gelido – se non fosse per il fatto che intendo siate già impegnato ad altra dama!
Sorrise Cordimarte e disse: − Siete dunque una dama se sostenete che io sarei il vostro campione se non fossi già di un’altra?
−        Qualora io fossi Olinda, dama delle più prestigiose della regina di Costantinopoli, e non fossi Filindo, paggio del mio signore Cordimarte, allora bramerei più campioni che padroni. Ma ammettiamo che io fossi Olinda, ad altri non rivolgerei i miei sguardi se non a Cordimarte, né ad altra meta indirizzerei la linea dei miei pensieri se non a quella nobile della vostra bellezza.
−        In realtà, di quella Olinda che tanto hai menzionato ho sentito dire sia una dama molto nobile e di gentilissime maniere. Ma tu, che tanto ne parli, la conosci forse?
−        Troppo, ahimé, troppo la conosco! – rispose, sospirando, Filindo – poiché da quando sono nato mai e poi mai mi sono separato da lei, eccetto ora che il mio cuore si è offerto in volontario vassallaggio a voi. Così, lasciando perdere il servizio per lei, che vagheggio sin dal primo momento in cui mirai la luce del sole, ora, abbagliato da una bellezza più rara della sua, sono al servizio della vostra, ch’è di quella.
−        Che vuol dire “che di quella”? – soggiunse il cavaliere – Vuoi dire che la mia bellezza ti appare più rara di quella di Olinda?
−        Voglio dire – replicò il paggio – che voi siete suo poiché lei ha una grande considerazione di voi.
−        Credo che Olinda certamente vaneggi – replicò il cavaliere – poiché per molte ragione dovrà sapere a chi io appartenga.
−        Dunque Olinda si inganna quando dice che voi siete suo?
−        Sì – riprese Cordimarte.
−        Ohimé, mi sento morire! Cordimarte soccorretemi se volete che io viva ancora! – così indebolito, riuscì appena a proferire queste parole che cadde svenuto.

Spiccato un balzo giù dal letto, il cavaliere giunse da Filindo e, trovatolo svenuto e privo del calore delle vene, cominciò a scuoterlo e a riscaldarlo con il proprio fiato. Il giovane si destò dal suo mortifero letargo e si ritrovò tra le braccia di Cordimarte, ravvivato dal suo alito. Se non  svenne un’altra volta per la gioia, di certo per quel motivo pensò che la morte difficilmente si accosti al moribondo tra le braccia di un angelo.
Filindo, riprese le forze, allora disse: − Lasciatemi, signore, perché questo malessere mi è sempre stato compagno, spesso infatti mi accade. […]. Mentre questo padiglione aveva orecchie per ascoltare […] tali affetti incompresi, un gabinetto[2. Gabinetto in origine designava un piccolo locale adibito a uso personale, solitamente utilizzato per colloqui riservati o per il ricevimento di ospiti.],dove si nascondeva e si teneva chiusa Osminda, ne ascoltava altri di non minore intensità.
La regina, aperto il foglio in cui vi era la risposta di Cordimarte, era sul punto di morire di dolcezza quando cominciò a leggere queste parole…

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