Ombre e pozzanghere ai tempi di J. Marquiset

 

Viene da scrivere “in materia di ombre” e sopravviene mortificazione, perché tutto potrebbero essere le ombre fuor che materia. Conveniamone. A meno dal declinarle in veneto tra gotti e sorsi. Una volta per quelle cinesi ci sono state persino convenzioni capitaliste tra cinematografari. Ai tempi. Adesso non farebbero nemmeno annoiare. Rimane il problema coi cavalli. Per questo, anni or sono – e si dice per dire, soggiungendo: “quasi un secolo fa” – un francese che aveva perso dietro le ombre l’essere d’una vita, aveva creduto di trovare la soluzione. Aveva scoperto che lavorando un cavallo (poi qualcuno dovrà pur spiegarcelo perché il gergo dei maneggi e dei Caligola privilegia il “lavorare cavalli”), sarebbe stato sufficiente fargli scorrere una pizzicata di vaniglia sul collo per disinibirlo dalle impennate da ombra.
La teoria non fece colpo perché era rimasto irrisolto il più grave inconveniente, quello delle pozzanghere. Con queste ultime la vaniglia non funzionava. Julien Marquiset si era chiesto: sono più le ombre nella realtà di un cavallo o le pozzanghere? La querelle aveva generato mugugnii tra i nobili colleghi del maneggio e il conte Marquiset aveva rinunciato a brevettare la sua scoperta. Questo accadeva nel trionfare di belle epoque e brindisi futuristi. Si era ai primi odori di conflitto mondiale e nessuno sarebbe andato ad assistere a una messa cantata per propiziare l’entrare a cavallo nella Parigi dei maneggi e delle ombre, che i passanti, come scrivevano i poeti, proiettavano sulla limacciosa Senna, con la complicità dei lampioni.
Di tutta la fatica di Julien Marquiset rimane adesso questo piscio di testimonianza. Un cartiglio autografo che, un po’ a sfidare il ridicolo, versa impietosamente le grevi mutrie di quei solenni cavalieri a confronto con i nostri tempi. “Sono più le ombre nella realtà di un cavallo o le pozzanghere?”

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