“Modigliani disegna l’Achmatova” di Andrej Rubanov

Andrej Viktorovič Rubanov, nato il 25 giugno 1969 a Uzunovo, paese appartenente alla oblast’ (regione amministrativa) di Mosca, è uno scrittore contemporaneo di grande successo. Dopo aver studiato giornalismo all’università di Mosca e aver lavorato come corrispondente di un giornale, operaio edile, autista, guardia del corpo, si è dedicato all’attività imprenditoriale. Nel 1996 è stato arrestato con l’accusa di frode, per poi essere completamente assolto tre anni dopo. Nel 2005 esce il suo primo libro, il romanzo in gran parte autobiografico Sažajte, i vyrastet (Seminate e crescerà). Seguirono altri romanzi, tra cui Velikaja mečta (Il grande sogno, 2007) e Clorofilia (2009), e una raccolta di racconti, Tože rodina (Anche questa è patria, 2011), da cui è tratto il racconto che segue. Le esperienze personali di Rubanov, il suo acuto spirito di osservazione della realtà e la conseguente pungente critica della stessa pervadono le sue opere, popolate da personaggi che si muovono spesso ai limiti della legalità.
Nel racconto Modigliani disegna l’Achmatova l’autore descrive circa quindici minuti della vita di un giovane uomo d’affari, la cui ostentata e calcolata sicurezza di sé è per un attimo minata dalla paura di aver smarrito una cifra esorbitante di denaro. Il protagonista è il prototipo della categoria dei cosiddetti “nuovi russi”, ovvero gli arricchiti degli ultimi anni, perlopiù magnati e imprenditori in possesso di ingenti capitali che amano vivere nel lusso e nell’opulenza. Al personaggio del giovane imprenditore ambizioso si contrappone il modello del russo “vecchio stampo”: intelligente, colto, di poche parole, immune dalla sete di denaro e di successo. In controtendenza rispetto a ciò che solitamente accade oggi, quest’ultimo vuole investire nella cultura, e in particolare in un libro che raccoglie i disegni del pittore Modigliani che ritraggono la celebre poetessa russa Anna Achmatova, riuscendo a conquistarsi la considerazione e la stima del giovane imprenditore.

***

Modigliani disegna l’Achmatova

– Andrej, ascolta, – disse lui. – Abbiamo un problema.
A queste parole mi irrigidii. Detestavo i problemi. Senza volerlo il cuore cominciava a battere forte, le mani a tremare e, in generale, tutti i processi nel mio organismo da ventiseienne si acceleravano al punto che anche il mio alito attraverso la cornetta nera di plastica perforata del telefono si faceva più cattivo.
Non proveniva dalla bocca, ma dallo stomaco. A chi mangia poco e senza regolarità viene dallo stomaco.
In particolare detestavo i problemi di mattina, quando ero carico di lavoro.
Tuttavia l’astuta prassi dell’uomo d’affari, che avevo elaborato nel corso degli anni di attività sul mercato finanziario, imponeva di rispondere alla segnalazione di problemi scoppiando a ridere con spensieratezza, per far capire all’interlocutore che a me non capitava nessun problema, e nel caso in cui se ne fosse presentato qualcuno senz’altro sarebbe stato elegantemente risolto. Altrimenti perché faremmo soldi, se non per risolvere rapidamente e con classe qualsiasi problema?
– Problema? – chiesi allegramente io. – Quale problema?
Nel frattempo nella mia mente, sempre senza volerlo, con irruenza balenavano le congetture. Una verifica fiscale? La polizia fiscale? Il dipartimento reati economici? Era fallita la banca? Problemi non ne volevo. Ogni giorno avevo a che fare con tre milioni di dollari altrui, a che mi servivano i problemi?
L’utente cominciò a esporre con ordine il nocciolo della questione, ma improvvisamente si misero a squillare entrambi i miei cellulari e anche l’interfono collegato a quello della segretaria e non riuscii a sentire le prime frasi. Cominciai a capire solo quando fu pronunciata la cifra: sette miliardi.
– Devi averli tu da qualche parte.
– Io non ho sette miliardi in più.
– Controlla meglio, – mi consigliò il tizio, che aveva perso sette miliardi (due milioni di verdoni). – Dovrei averli inviati a voi. Circa quattro giorni fa.
– Che significa “controlla meglio”? – pensai stizzito. Meglio di così non si poteva. Da noi si faceva tutto con precisione chirurgica. La mia testa, ovviamente, era andata già in fumo da tempo, ma non al punto da perdere sette miliardi. E cosa significava “circa quattro giorni”?
– Richiamo tra quindici minuti, – dissi, e riattaccai.
Questo mio “tra quindici minuti” piaceva a tutti. Il fatto è che se io promettevo di richiamare dopo quindici minuti, avrei richiamato esattamente quindici minuti dopo, non dopo venti o trenta. La puntualità è la cortesia dei re. Dopotutto, era di soldi che si parlava. Io avevo spiccato il volo proprio grazie alla puntualità, alla precisione e alla cura per i dettagli. Per questo motivo cominciai a pensare a dove potessero essere i miliardi altrui.
Certo che anche loro erano persone serie. “Dovrei averli inviati”, “circa quattro giorni”… Un’inaudita mancanza di rispetto per il denaro. Indubbiamente avevano una società enorme e giri giganteschi; si occupavano di grano, con i loro ascensori sul fiume Kuban’. Per non parlare di tutto lo staff internazionale, per metà azeri, per metà ebrei delle regioni montuose – una miscela esplosiva – e, negli affari, un approccio puramente occidentale. Questo quando nessuno ti stava alle calcagna e non cercava di controllare ogni minuzia. In compenso, però, per un errore avrebbero potuto tagliarti la testa. Senza nessuna pietà.
L’interfono ricominciò a rantolare.
– È il signor Šneerzon per lei, – disse la segretaria.
– Chi?
– Šneerzon, Dmitrij Solomonovič.
– Gli dica di attendere.
In un’attività cerebrale intensa e, in generale, in ogni tipo di attività, la cosa più complicata e astrusa è riuscire a passare da un’attività all’altra. Se hai per le mani cinque-sei progetti contemporaneamente, porti a termine dieci-dodici operazioni al giorno, consegnando di persona circa mezzo milione in contanti, spedendo in Europa e in America altri due-tre milioni e investendo il proprio mezzo milione in obbligazioni statali, oltre a giocherellare, tanto per divertimento, con i contratti a termine e in quel momento spunta uno Šneerzon ti devi ricordare prima di tutto chi sia, poi capire come bisogna rivolgersi a lui, con quale atteggiamento (e qui la gamma di possibilità è ampia: dall’adulazione alla palese noncuranza), poi pensare alla possibilità di sbarazzarsi in qualche modo del signore, venuto senza appuntamento a un’ora assurda, e fare tutto questo, per quanto è possibile, in un istante, perché il tempo è denaro.
Tra l’altro non si può passare da un problema all’altro nel giro di un secondo e chi dice di riuscirci mente. Liberare il cervello da una preoccupazione e occuparlo con un’altra richiede tempo. Perlomeno venti-trenta secondi.
Dove mai potevano essere sette miliardi?
E Šneerzon, per di più, non era uno qualunque. Era il proprietario del seminterrato in cui vivevo, destinatario del canone di affitto, un signore tranquillo e simpatico, in passato avvocato penalista. In realtà di seminterrati ne aveva due: in uno viveva lui pubblicando silenziosamente certe monografie d’arte, mentre l’altro l’aveva lasciato a due banchieri clandestini: io e il mio socio.
Schiacciai il pulsante.
– Fai entrare Šneerzon.
A quanto pare, i sette miliardi erano stati ritrovati.
Dimenticavo di dire che il passaggio del cervello da un problema all’altro, se sai come farlo, è molto eccitante per i nervi e stimola tutta l’attività cerebrale nel suo complesso. Pensate anche a Giulio Cesare e Napoleone: entrambi erano in grado di fare due-tre cose contemporaneamente.
Šneerzon mi strinse la mano. Sotto il braccio teneva una cartella di spesso e costoso cartone. Era un buon ebreo moscovita posato, di vecchio stampo, colto e di poche parole. Indossava anche una cravatta a maglia.
– Ha un secondo? – chiese lui.
– Certo.
– Se è occupato ripasso più tardi.
– No, davvero. Prego, dica pure. Faccio solo un paio di telefonate.
Gli mostrai una sedia ma lui scosse la testa, stringendo giustamente le labbra pallide. Probabilmente era disgustato. Avevamo fatto economia sull’arredamento.
Tre mesi prima i tizi dell’azienda di grano ci avevano richiesto un consistente allineamento. Si parlava di cento miliardi. Occorreva una società pulita, creata dal nulla con un buon nome. Noi – io e il mio socio – avevamo capito e accettato. Nell’ambito di un grande progetto è sempre meglio creare una società a parte. I soci del grano non badavano a spese e pagarono in anticipo per la costituzione di tale organizzazione. Volevano un nome a tema, qualcosa tipo “Pan-invest” o “Cerealproduct”. In tre settimane nacque la società, ma di punto in bianco non se ne parlò più  e io conclusi che l’affare fosse andato in fumo.
– Abbiamo trovato un po’ di soldi, – cominciò Šneerzon. – Abbiamo appena deciso di pubblicare un album a tiratura limitata: “Modigliani disegna l’Achmatova”.
– Ah! – dissi io. – Perché è così triste?
– Mio figlio non mi scrive.
Il figlio di Šneerzon combatteva nell’esercito israeliano. In teoria, anche io consideravo il mio lavoro come una sorta di operazione militare, nonostante ormai da tre anni non tenessi in mano nulla di più pesante di una calcolatrice. La metà dei clienti venivano da me con la scorta, e solo due settimane fa un toro con la luna storta aveva minacciato di dare fuoco a tutto il nostro ufficio soltanto perché i dollari che gli erano stati dati erano, secondo lui, troppo malridotti. Tuttavia, una cosa è lottare per le banconote, un’altra è farlo negli interessi della propria patria storica. Il giovane Šneerzon aveva chiaramente più probabilità di me di prendersi una pallottola.
– Le scriverà, – dissi io. – E quindi, Modigliani ha disegnato l’Achmatova?
– Altro che!
Afferrai il telefono e cominciai a tempestare di telefonate la banca. Se i miliardi erano spariti potevano essere ritrovati proprio sul conto della società ormai dimenticata “Cerealproduct”.
Pensai di aver dimenticato, per mia vergogna, gli anni di vita di Modigliani. O forse non li ho mai conosciuti. Ogni uomo colto tende a sopravvalutare la propria erudizione.
Mentre pigiavo con le dita i tasti l’avvocato-editore attendeva pazientemente.
L’uomo della banca presso cui la società “Cerealproduct” aveva il suo conto, in cambio della sua amicizia, riceveva da noi duemila dollari al mese e rispose favorevolmente alla mia richiesta. Gli dettai tutto ciò che era necessario.
– Abbiamo deciso di rivolgerci a Lei per un aiuto, – continuò Šneerzon – Mancano un po’ di soldi. Si tratta di una somma davvero irrisoria. Naturalmente sul frontespizio sarà stampato il logo della vostra società e il ringraziamento per il sostegno…
Riuscii a trattenere un sorriso. Ma quale logo, non c’era nessuna società. O meglio, c’era, ma non era una sola: in quel momento di società ce n’erano circa cinquanta. Cinquanta nomi, cinquanta conti, cinquanta vice-presidenti fittizi. Ogni azienda aveva un mese e mezzo di vita, dopodiché al posto suo ne spuntava una nuova, mentre la vecchia veniva abbandonata al suo destino. Che c’entrava il logo? Non ce l’avevo, ero un fantasma, agivo per interposta persona, non pagavo le tasse. Ovviamente, era anche questo a farmi guadagnare.
– Quanti soldi servono?
Šneerzon disse l’importo. Più o meno la somma che mi bevevo in una settimana. Nel frattempo dalla cornetta si sentiva il funzionario della banca battere sulla tastiera.
– Ci sono, – annunciò lui. – Sette miliardi.
– Capito. Quindi non li abbiamo persi.
Il funzionario ridacchiò nervosamente. All’improvviso mi sentii disgustato. Quelli non si ricordavano dove fossero andati a finire sette miliardi, gli altri si preoccupavano di dove trovare tre centinaia di verdoni per la pubblicazione dei disegni di Modigliani e il mio posto era tra i primi e i secondi.
Mio Dio, pensai, in che mondo viveva questo Šneerzon? Mosca era sottosopra, tutti facevano soldi, le elezioni presidenziali erano alle porte, lo stato dava occupazione solo a meno del quarantacinque per cento dei propri cittadini: che nervi, quale visione del mondo bisognava avere per pensare ai disegni di Modigliani in mezzo a questo impressionante putiferio!
L’avvocato-editore mi guardò con dolce tristezza mentre tiravo fuori dalla tasca un rotolo di banconote. Era evidente che mi reputasse solo un ragazzino parvenue che aveva cavalcato l’onda del successo. Un nuovissimo russo. Non ero il primo vispo giovincello che incontrava. Eppure  mi raccontò che un tempo ha difeso in tribunale il trafficante di valuta Fajbišenko, uno dei membri del tandem famoso in tutto il mondo Rokotov-Fajbišenko. Due giovani scambiavano illegalmente rubli con dollari con i turisti stranieri che giungevano a Mosca. Furono arrestati. Furono minacciati con cinque anni di carcere. Ma per ordine personale di Chruščëv furono entrambi giustiziati per aver attentato alla cosa più sacra: il monopolio statale nel campo delle operazioni finanziarie. Forse, a modo suo, Chruščëv aveva ragione. Con la scomparsa dell’unione Sovietica e l’abolizione del monopolio come sarebbe andata a finire? Qualsiasi giovincello come me in un seminterrato impregnato di fumo avrebbe potuto perdere e ritrovare sette miliardi.
Gli porsi i soldi. Šneerzon mi diede una cartella.
– Qui ci sono le nostre bozze. Guardi come sono belle.
E se lui fosse stato cento volte più furbo di me? Un intelligente, vecchio, modesto ex avvocato con la cravatta a maglia nascondeva senz’altro qualcosa, con disinvoltura pubblicava libri illustrati e altro, mentre di nascosto concludeva affari importanti.
Improvvisamente mi vergognai di me stesso. Quando dai i tuoi soldi ad altri, inevitabilmente ti passano per la testa i pensieri più abominevoli. Anche se solo uno, fugace, ma ti viene in mente. Ovviamente, a ciò contribuisce la natura stessa del denaro che attira e si nutre di invidia, avidità e diffidenza.
Nel frattempo i quindici minuti erano passati. E non erano stati i peggiori quindici minuti della mia vita. Non solo avevo ritrovato i sette miliardi perduti, ma avevo anche contribuito alla pubblicazione di un libro d’arte.
Composi sette cifre. Il magnate azero del grano disse “pronto”, dolcemente, come per tranquillizzare un agnellino prima di sgozzarlo.
– Ho trovato tutto. I soldi li abbiamo noi. Sette Modigliani.
– Cosa?
– Volevo dire sette miliardi.
– Visto? Io l’avevo detto: più attenzione. Adesso attendi la telefonata.
– Non c’è bisogno del logo, – dissi a Šneerzon. – E neanche delle bozze. È meglio che faccio un salto da Lei stasera. Parliamo un po’.
– Un attimo! Scrivo la ricevuta.
– Ma quale ricevuta! Vada pure!
Effettivamente avrei dovuto passare da lui in serata, fargli raccontare nei dettagli come gli era finita con Rokotov e Fajbišenko. Sicuramente erano ragazzi seri, non come me. Era un brav’uomo questo Šneerzon.
Era bravo non perché aveva difeso dalle autorità i primi commercianti all’ingrosso di valuta nella storia del paese. Né perché aveva avuto un figlio e lo aveva educato in modo che andasse a combattere con le armi in mano. E neanche perché pubblicava un libro di Modigliani mentre tutti gli altri perdevano gli ultimi residui di ragione per somme esorbitanti di denaro. Era bravo perché era in grado di fare sia quello, sia molto altro ancora.

 

(Traduzione a cura di Flavia Riolo)

 

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