La ruota della cecità

Al capezzale di Padre Alberto si erano raccolti tutti i suoi più devoti parrocchiani, le suore del convento accanto alla chiesa e Padre Rolfo, suo anziano collega. Ogni tanto qualcuno si soffiava il naso e s’asciugava due lacrime mute. Il silenzio veniva poco alla volta investito da un brusio crescente, che puntualmente era interrotto da un secco e generale richiamo di Suor Caterina o da un curioso sussulto del moribondo incosciente.
Fuori dalla porta, in una stanza adiacente, c’era un’altra piccola folla di parrocchiani cui non era concesso di entrare. Suor Luisa giudicava ciascuno dei pretendenti all’ingresso a seconda di una personale stima dell’importanza del fedele. Così chi non rientrava nei ranghi minimi di questa astratta graduatoria, doveva arrestare il proprio dolore o la propria curiosità dinanzi la porta chiusa.
Il parroco morente aveva già ricevuto l’estrema unzione e per suo stesso volere sarebbe stato accompagnato fino all’ultimo respiro dal sentito abbraccio dei suoi più cari amici.
Quando arrivò la sera, la sala si appesantì e alcuni dei presenti, se non proprio seccati, diedero i primi segnali di una certa stanchezza.
“Vuoi vedere che non muore più”, pensò un fedele. “Tutto questo tempo qui per niente”, scappò dalla mente di un altro e il pensiero volò per la stanza appiccicandosi agli altri presenti come una macchia.
Alle 22 in punto il prete cacciò un lamento commovente e spirò.
Da lì a pochi minuti, i presenti, salutato il corpo del morto con un segno della croce, uscirono tutti.
Qualche ora dopo, dal cadavere freddo rimasto solo, s’alzò un’ombra scura che muovendosi verso il soffitto acquistò un po’ di candore. Era Padre Alberto. Non proprio. Era lo spirito o l’anima di Padre Alberto. La coscienza del parroco era comunque lei. Sì! Il prete con un po’ di fatica si liberò della pellaccia morta e si librò in aria guardandosi attorno sereno ma sorpreso. Pensò “Allora è vero!” e si vergognò d’averlo pensato, scoprendo che, in quella nuova dimensione d’essere, i pensieri erano nudi come i corpi svestiti di due bagnanti.
A un tratto, proprio mentre osservava gli addobbi di fiori che erano stati disposti attorno al suo corpo, vide che il muro era attraversato da due esseri dalle forme vaghe, longilinei e con lo sguardo sereno, gli occhi piccoli e gialli.
La bocca per parlare non l’aveva più, ma i pensieri, come vi ho scritto prima, in quella dimensione, se non controllati bene volavano facilmente tutt’attorno, così che per comunicare bastava pensare.
“Chi sono queste cose?”, pensò. “Sono due fantasmi? Sono due demoni? Angeli! Senza dubbio angeli!”.
“Esatto” gli comunicò col pensiero uno dei due. “Devi venire con noi” gli disse l’altro.
“Dove? Dove volete che venga?”, pensò preoccupato Padre Alberto.
“Nell’oltretomba. Dove altro vorresti che andassimo?”, risposero all’unisono.
Padre Alberto, si iniziò ad agitare. Si guardò attorno, vide il crocifisso e tentando di afferrarlo scoprì che non poteva.
“Non aver paura. È una cosa normale, adesso non sei più tra i vivi”, lo tranquillizzarono i due.
“Seguici”, gli propose uno.
Andarono verso il muro. Padre Alberto assistette stupefatto all’attraversamento e di là del muro si ritrovò nell’anticamera vuota. Alla fine della stanza c’era un cono di luce bianca che distorceva le forme attorno.
“Mi pare di riconoscerlo”, comunicò il prete.
“Bravo”, gli risposero.
Entrati nel grande bagliore, il parroco si sentì attratto irresistibilmente e letteralmente trascinato a gran velocità da una parte all’altra del cono di luce come se questo fosse un gigantesco collettore. Anche se non sarebbe corretto dirlo, il prete sentì un vuoto allo stomaco.
Dall’altra parte si ritrovò solo. I due erano scomparsi per poi riapparire poco dopo.
Padre Alberto ebbe qualche istante per osservarli bene e si rese conto che i due erano sostanzialmente indistinguibili, che al contrario di lui sembravano avere totale controllo delle loro menti al punto da non farsi sfuggire involontariamente un solo pensiero. Erano talmente simili, che, pensando che potessero essercene degli altri come loro, il prete intuì che, di fatto, potevano anche esserne altri due.
Il pensiero involontariamente sgattaiolò fuori nel momento stesso in cui il parroco lo partorì a se stesso e così, prima ancora che potesse chiedere, i due sapevano già quale dubbio lo prendeva. Senza rispondere, entrambi accennarono un sorriso che voleva essere rassicurante e, chiamandolo a loro, lo invitarono a proseguire il viaggio.
Avanzarono in un paesaggio bianco e senza alcun punto di riferimento che potesse dare al prete la percezione di avanzare davvero, finché di fronte a lui s’iniziarono a delineare due sagome scure. Scorgendole, seppure ancora distanti, Padre Alberto avvertì una certa esitazione e rallentò. Gli accompagnatori vedendolo interdetto, gli si strinsero ai fianchi incoraggiandolo a proseguire.
“Coraggio. Non aver paura” gli echeggiò nella mente.
Padre Alberto si prese di coraggio e avanzò. Poco dopo si arrestò nuovamente, questa volta deciso a non muoversi per un bel po’.
“Di cosa ti preoccupi? Non hai forse servito il Signore come meglio potevi?”, gli dissero.
“Sì”, si rispose Padre Alberto. “Ma…dove stiamo andando?”
“Come dove stiamo andando?”, gli chiese uno dei due.
“Tu lo dovresti sapere”, aggiunse l’altro.
Il prete aveva un’idea chiara di dove stessero andando, tuttavia era incerto. Ci pensò su e infine si convinse d’esserne sicuro. A quel punto attese ancora, indeciso se rischiare di apparire pretenzioso o meno.
Ci fu un attimo di vuoto, senza un gesto o un pensiero.
“Andiamo in paradiso”. Finalmente si era preso di coraggio e aveva espresso la sua idea.
Stava, tra l’altro, imparando a gestire la comunicazione mentale ed era adesso in grado di tenere alcuni pensieri per sé soltanto.
“Esatto. Vogliamo andare, allora?”, gli chiesero.
“Dove?”, riprese lui.
“Come dove?”, domandarono di nuovo quelli. “Guarda di fronte a noi, cosa si avvicina”.
Le sagome verso cui volavano i tre si erano messe in movimento mentre il prete aveva deciso di fermarsi, cosicché nonostante lui avesse voluto temporeggiare, quelle gli si erano comunque apprestate. Erano due porte scure, ambrate, grandi quanto bastava perché ci passasse solo un essere alla volta.
S’innervosì, sospettando d’essere stato costretto a compiere una scelta forzata.
“Tu”, gli disse uno dei due. “Tu hai servito il Signore Dio con grande devozione, preoccupandoti solo di eseguire quanto la madre Chiesa ti ordinava, fedele alle disposizioni che l’altissimo recava per bocca del Santo Padre. Tu, tra tutte le voci del mondo hai ascoltato quella del Cristo morto e risorto per lavare da voi anime il peccato. Hai saputo perdonare quanti avevano peccato, hai trasmesso il perdono di Dio attraverso la tua bocca nella confessione. Hai predicato il Verbo. Tu che sei stato scudo della Chiesa e con essa ti sei fatto scudo. Tu che per il bene del Vangelo e per la sua sopravvivenza hai saputo guardare oltre le tentazioni con cui Satana è riuscito a corrompere i servi di Dio in terra, nel tentativo di avvelenare la fede nei cuori degli uomini insozzando la Santa Chiesa. Tu sarai guidato da Dio stesso nella tua scelta.”
Padre Alberto, stupito, guardò le porte. “Quale scelta?”, s’interrogò.
“Tu sceglierai tra una di queste due porte”.
“Dove conducono?”, chiese incredulo.
“Una di queste due porta al paradiso, l’altra conduce all’inferno”, gli risposero con una sola voce.
“Come faccio a sapere qual è?”, domandò.
I due esseri sorrisero e gli si allontanarono lentamente, fluttuando. “Sarà Dio stesso a guidarti nella tua scelta. Non aver paura. Hai forse perduto la fede?”
“No!”, rispose di scatto e agitato. “No! Mai! Mai!”.
“Ho servito degnamente Dio. Ho fatto tutto ciò che mi è stato chiesto per anni. Sì! Dio mi guiderà! Guidami” e si avvicinò alla porta che stava alla destra.
“Questa. Questa è senz’altro la porta che conduce al paradiso”. Si voltò e vide i due esseri dagli occhi gialli sorridergli. Non aveva ancora fatto caso allo sguardo intinto di quel colore tanto poco rassicurante.
Gli sorrisero ancora.
“Perché non entrate prima voi?”, domandò incuriosito.
“Non mostrarti povero di fede proprio adesso! Vai”, fu la risposta.
Padre Alberto non disse nulla. Restò sorpreso da quella che gli parve una sottile astuzia. Era una risposta legittima, ma che gli impediva una qualunque replica che lo rimettesse in gioco. Non poteva mostrarsi sfiduciato verso servi di Dio. Chi altri, a parte Dio, poteva averli mandati a prenderlo?
“Non perderò la fede ormai che sono a un passo dal mio premio. Questo è il mio premio!”, si abbandonò attraversando la porta.
Non appena vi fu entrato avvertì un grande peso al petto. Cadde, ma il suo peso inconsistente poggiava sul vuoto. Precipitò giù lungo un tunnel nero su cui vedeva tratteggiate sagome di volti cangianti, bocche che si aprivano grandiosamente, orbite vuote e urla, risate e ticchettii. Man mano che cadeva la memoria volava via come fumo nel vento.
In alto i due esseri ripercorrevano il cammino fatto a ritroso. Intanto un altro uomo in terra moriva.
“Un altro è andato”, disse uno.
“Con questi è sempre facile”, gli rispose il secondo.
“Speriamo che il prossimo sia anche lui un prete! Poca fatica”.
“Basterebbe fosse solo un religioso”.
“Già”.

© A. Böcklin, Self Portrait with Death as a Fiddler, 1872

© A. Böcklin, Self Portrait with Death as a Fiddler, 1872

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