La nave scuola (1)

Parte prima

Il maestro di scuola Carmelo C., uomo “severo con gli altri ma soprattutto con sé stesso”, come soleva definirsi, era noto per la ricercatezza delle espressioni nel vergare i giudizi sulle pagelle. I colleghi ironicamente riferivano che, di un allievo, al termine del primo quadrimestre, aveva scritto: “Sensibile al rimbrotto, diviene talvolta pavido e taciturno, talché fa d’uopo qualche lode che tanto può nelle pieghe e nel procedere della sua anima”. E ridacchiando menzionavano il Puoti che, sul letto di morte, esalando l’ultimo respiro, aveva fatto in tempo a dire: “Amici, muoio; però si può anche dire: me ne muoio!”.

Benché vivesse in un posto di mare, non amava il mare. «Non sopporto l’odore della salsedine» diceva, «l’aria salsa mi toglie il respiro». Mal sopportava anche l’estate, benché le scuole in questa stagione fossero chiuse e lui non avesse altri impegni di lavoro. «Il caldo produce i medesimi effetti,» diceva «fa maturare la frutta e fa invecchiare le anime». Tuttavia, nel tardo meriggio, andava a passeggiare lungo la spiaggia. Camminava spedito, vestito di tutto punto nonostante la temperatura elevata: pantaloni e giacca, camicia e cravatta, cappello di paglia, calze di cotone, scarpe di tela. Di tanto in tanto si soffermava a osservare gli ospiti degli stabilimenti balneari, giovani e anziani, uomini e donne, tutti mezzi nudi, in costume da bagno, che nuotavano o sciaguattavano in acqua o se ne stavano distesi come lucertole al sole sotto le lunghe file di ombrelloni.

«Che carnaio umano!» esclamava con voce stentorea. «Che carnaio umano!»

Il maestro Carmelo C. non era vecchio, ma si comportava da vecchio. Viveva con un’anziana zia, sorella della madre morta nel darlo alla luce.

La zia, che era vedova di guerra senza figli, si era presa cura del nipote fin da quando lui era ancora in fasce. Era stata l’unica della famiglia ad accollarsi quel fardello. Ed era stata anche l’unica a farlo diventare grande ricolmandolo d’amore e di premure. Gli si era affezionata come a un figlio e altrettanto aveva fatto lui nei suoi confronti, non avendo avuto modo di sperimentare la differenza fra le due figure femminili.

Il padre, invece, non era mai apparso all’orizzonte e la madre, rimasta incinta giovanissima, non aveva mai voluto rivelarne il nome.

Nella prima maturità il maestro Carmelo C. avrebbe potuto attuare qualche progetto di matrimonio, ma l’eccessiva timidezza di cui era ben consapevole, contrabbandata per ritrosia verso le relazioni amorose, gli aveva impedito di maturare in tal senso delle decisioni definitive. Le riteneva ogni volta azzardate e le rimandava sine die. Col trascorrere degli anni gli era divenuto sempre più difficile prendere, come soleva egli stesso dire, “il coraggio a due mani” e formare una famiglia tutta sua.

Né moglie né figli, dunque.

Quanto ai figli, gli bastavano quelli degli altri, vivaci e chiassosi, indolenti e insolenti, spesso sporchi e maleodoranti, che si ritrovava a scuola come alunni. L’averci a che fare – «Una marmaglia! Una marmaglia scatenata!» – aveva contribuito a fugare il suo eventuale desiderio di paternità.

Quanto a una moglie, ecco che, avanzando nell’età, gli accadeva sempre più spesso di provare dei rimpianti, forse dei rimorsi, poiché le occasioni per conoscere e frequentare delle donne non gli erano mancate. La scuola dove insegnava, infatti, impiegava più maestre che maestri. E le maestre, giovani perlopiù e nubili, non avrebbero disdegnato la corte dei colleghi, anzi parevano provocarla con accorti atteggiamenti seduttivi. E lui: «Un gineceo! Un gineceo!» soleva ripetere scuotendo la testa con apparente disagio per l’eccessiva presenza femminile, mentre squadrava di sottecchi, con intima concupiscenza, le colleghe più carine. Ma l’invincibile timidezza l’aveva sempre dissuaso dal palesare i suoi sentimenti e dal tentare ogni iniziativa.

Era così arrivato alla soglia dei cinquant’anni vissuti sempre all’ombra della zia, che badava a lui con un affetto tanto più protettivo quanto più esclusivo. Ed egli stesso si era legato a lei in modo altrettanto esclusivo e protettivo, senza manifestare alcuna intenzione non solo di ammogliarsi ma neppure di convivere con una donna more uxorio. Tantomeno di intraprendere una relazione amorosa fuori di casa.

D’altra parte, la zia andava sempre più approssimandosi alla vecchiaia e a maggior ragione il nipote allontanava da sé l’idea di modificare con un estremo proposito matrimoniale lo stato abituale in cui erano vissuti entrambi fin allora. Lasciare la zia da sola non era proprio il caso. Riassettare tutto, costringendo la zia a convivere con la novella sposa e questa con l’anziana zia, era un’ipotesi fuori luogo e, soprattutto, fuori tempo. Lui paventava le difficoltà che il matrimonio comporta e che, al di fuori, non si presentano, poiché nella pratica quotidiana la convivenza pretende dei doveri che poi non sono compensati da altrettanti diritti. Per esempio, poter agire senza interpellare nessuno, incontrarsi con chiunque, prendere qualsiasi iniziativa senza dover render conto a chicchessia. L’unica convivenza possibile, per lui, e serenamente sopportabile, era ormai quella con la zia. La quale, in ogni modo, gli teneva la corda al collo, benché questa non fosse né troppo corta né troppo stretta, poiché lo inquisiva con discrezione mista ad apprensione quando il nipote, senza averla in precedenza avvertita, tardava troppo a rientrare la sera o si allontanava da casa per qualche giorno.

Con tali considerazioni, che trovava sempre più convincenti e sempre più consone alla sua attuale situazione, il maestro Carmelo C. aveva raggiunto quell’equilibrio psicologico con cui bilanciava, in modo equanime, solitudine affettiva e libertà personale. La mancanza di un impegno nella vita matrimoniale faceva agio, in fondo, sul sacrificio dei sentimenti nella sua vita da scapolo.

Eppure, eppure – come aveva asserito qualcuno – da una certa età in avanti, per amor proprio e per furbizia, le cose che si desiderano di più sono quelle alle quali si finge di non tenere.

E lui, certo, fingeva. Fingeva a sé stesso di non provare più alcun interesse verso il genere femminile così come verso l’unione stabile con una donna. Fingeva sapendo di fingere. E l’autoinganno aveva finito con l’indurlo, quasi per rivalsa, a giudicare i comportamenti di uomini e donne con uno spirito moralistico che era divenuto sempre più intollerante. Anzi il suo moralismo era giunto al punto da fargli esprimere aperto disprezzo per qualsiasi manifestazione che, a suo avviso, facesse riferimento al sesso, mentre intimamente ne rimaneva turbato e affascinato. Si mostrava intollerante verso le coppiette che si appartavano in macchina nelle strade solitarie. Intollerante verso i manifesti pubblicitari che esibivano belle ragazze discinte. Intollerante verso i manichini maschili e femminili esposti nelle vetrine dei negozi, abbigliati con la sola biancheria intima. Intollerante verso i bagnanti seminudi sulla spiaggia. Insomma, l’insofferenza verso qualsiasi richiamo sessuale era per lui una sorta di ossessione che, dietro l’apparente noncuranza, celava il più vivo interesse. Ciò che non era capace di conquistare diventava oggetto di disprezzo. E questa incoerenza psicologica da un lato costituiva un meccanismo di difesa, dall’altro gli creava profonda insoddisfazione.

Vivere di soli desideri, che brutta vita! – gli veniva di pensare. Ah! quella timidezza che gli aveva impedito ogni approccio diretto con le colleghe, e quell’incassare il collo nelle spalle come una tartaruga, quello stringersi nelle spalle allorché gli accadeva di dover conferire con le mamme dei suoi alunni, lui che era magro e alto come un lampione, pallido e scavato in volto.

Come facesse a soddisfare le proprie esigenze sessuali, se ne aveva, lo sapeva solo lui. I colleghi, con i quali aveva contatti puramente professionali, talvolta malignavano sottovoce – «Ma una donna, l’avrà mai avuta una donna? L’avrà mai vista com’è fatta?» – e ridacchiavano ipotizzando pratiche erotiche solitarie, quando non visite regolari a un noto albergo del capoluogo, dove era possibile incontrare prostitute o dedicarsi a piaceri particolari, e nel dir così si toccavano in modo allusivo un orecchio. Ma riguardo a ciò, nessuno avrebbe messo la mano sul fuoco. Nessuno lo aveva mai visto aggirarsi intorno a luoghi ritenuti equivoci. Nessuno lo aveva mai visto in compagnia di personaggi in tal senso sospettabili. Insomma, nessuno lo aveva mai colto, per così dire, in flagrante.

In effetti, una volta ogni mese, bella o brutta che fosse la stagione, per interrompere la monotonia della vita paesana – casa, scuola, solitaria passeggiata pomeridiana – il maestro Carmelo C., che non possedeva un automezzo privato, né pensava di acquistarne uno, montava in treno e si recava da solo nel capoluogo della provincia. Partiva dopo pranzo e ritornava a tarda notte con l’ultima corsa. Diceva alla zia che andava a fare una passeggiata in città e, con l’occasione, magari assistere a qualche spettacolo teatrale o cinematografico. La pregava di non preoccuparsi della cena, perché avrebbe consumato qualcosa in pizzeria.

«Se dovessi perdere l’ultimo treno, non stare in pensiero. Una camera d’albergo la trovo sempre» aggiungeva per tranquillizzarla.

Anche quella volta si preparò per il solito viaggio.

La scuola era stata da poco chiusa per le vacanze estive, l’attività didattica sarebbe ripresa a settembre e lui aveva davanti tutta la stagione calda da sopportare, con il vantaggio, però, di non dover avere a che fare con alunni e genitori, colleghi e colleghe, bidelli e bidelle, senza contare i rapporti con la direzione didattica e la segreteria amministrativa. La tregua estiva favoriva il riposo al paese ma anche i viaggi al capoluogo, che per lui diventavano un diversivo e l’occasione per trovare quegli svaghi che il paese non gli offriva.

Ma quali erano i suoi svaghi in città?

Passeggiare. Semplicemente passeggiare. Gironzolare, vagare qua e là, vagabondare quasi. E, nel frattempo, ammirare le belle donne che incrociava, mangiarsele con gli occhi senza darlo a vedere, immaginare l’inimmaginabile in loro compagnia.

Angelo Maugeri

 (Continua nel prossimo Lunarionuovo)