La luna nel bicchiere (3)

Sicilia 1958: vite improbabili di una puttana

La collina fa una gobba, lontano da ogni strada, e precipita sul mare, inutilizzabile per qualsiasi uso. Infatti è spoglia e disabitata. Non del tutto, però, perché vi crescono arbusti selvatici e spini, erbe senza valore tra rocce, e da un lato, in bilico sul vuoto, vi alligna una baracca di lamiera e mattoni messi giù alla rinfusa, da chi non sapeva il mestiere, o non voleva applicarsi. La maga abita lì, una strega che non ha trovato altro posto, o l’ha scelto apposta, quel luogo, per una stranezza, per l’utilità che da una stranezza può ricavare. Magari l’ha deciso l’istinto d’un attimo, quello che governa la vita di tutti, soprattutto la vita delle streghe. Non hai trovato altro posto? Le chiedono. Che posto? Ride lei. Quando ride sembra un singhiozzo. Se viene vento se la porta giù, la tua baracca, dicono. Lei ride tra un dente e l’altro, spaiati, se viene giù diventa una barca in mare. E’ contenta così. Anche se davvero il vento a volte fa scricchiolare le lamiere quasi dovesse scardinarle e portarsele via. Entra nella stamberga per un turbine in cerchio. Cerchio, figura magica, lei è contenta, è una strega. Ha imparato tutto del suo mestiere, confezionare fatture, recitare litanie a pagamento. Riesce perfino a parlare con i morti, e rovinare a terra al momento giusto, stravolta. Questo fa davvero impressione, più che la baracca in bilico. Più del suo aspetto senza età e senza sesso, capelli né lunghi né corti, cespuglio bruciato dalle tinture, cespuglio di spini sulla gobba della sua collina, labbra sottili e naso storto, tratti duri, maschili, occhi tiepidi di gazzella. Quando riesce a perdere conoscenza fra bava e tremori, al culmine, un’attrice all’ultimo atto, nessuno ha più dubbi che lei possieda un potere.
Chissà perché preferiscono parlare alle anime dei morti piuttosto che ai vivi, ride a volte tra sé la maga. L’importante è ricavarci qualcosa. Ma chi parla con la mia anima? si chiede però subito dopo. Forse quella sua catalessi non è una recita, e lei non è né viva né morta, anima sospesa da una magia subita, a sua volta. Oppure la catalessi è il mal caduco, quello che piglia la povera gente, perché soltanto la povera gente s’ammala di certe malattie. Comunque, recita o no, bisogna pagarla, si paga tutto. D’altra parte pagano volentieri per sapere la fortuna, la propria e quella degli altri, per parlare con i morti della vita, e stringere in pugno le fatture e il destino, avvolti in carta usata di salumiere. La scena vale i soldi, già la vista della baracca, d’un tratto, dopo una curva del sentiero tracciato dai passi dei visitatori e dagli escrementi dei cani randagi. E’ una curva in salita che sembra sfuggire in cielo, con quel tumore di lamiera e mattoni cresciuto maligno e pendulo sul vuoto, sul mare. E il mare vi rumoreggia in fondo con la voce di stomaco affamato.
A volte gli ubriachi vengono a trovarla, perché la baracca è lontano da ogni strada e gli ubriachi non amano le strade e scantonano sempre. Vengono di notte, perché gli ubriachi non hanno paura della notte. Entrano nella baracca perché gli ubriachi non temono quella lamiera in bilico, e se ne fregano di qualsiasi malattia, e del mal caduco. La strega fa sul serio, si dicono, quella indovina sul serio, quella parla ai morti. Andiamo, andiamo, indovinaci la fortuna, strega.
Quale fortuna? Solo sfortuna! Ride la maga tra dente e dente, e pare un singhiozzo.
E allora facci parlare con i morti.
Quello costa, tu e i tuoi compari non ve lo potete permettere.
Ci hai fiutato, strega.
Maledetti ubriachi, mi spaventate le galline, non fanno l’uovo.
Covalo tu l’uovo, sei una strega, sghignazzano gli ubriachi.
Non posso, non posso, sono sterile, ride sgangherata la maga in risposta, e fa una vocetta sottile. Se potessi te lo coverei un uovo, stai sicuro, anche a te stupido e ubriaco. Però sono cascata sull’affare del diavolo e m’ha fatto sterile.
Falla parlare!
Chi?
Lei!
La maga ha già indovinato. E’ faticoso far parlare i morti, e non si fanno parlare i morti senza denaro, però far parlare Aida non è lavoro e fatica. Neppure un gioco, s’intende. Però far parlare Aida è come parlare lei stessa, propria gola e propria lingua. Come parlasse direttamente il mare, o la collina, o la baracca in bilico, l’onda di traverso che scivola sotto la baracca in mare, sempre nella stessa direzione per via d’una punta di scoglio solitario tra la sabbia. Perfetto scoglio solitario che taglia la corrente e già è voce, già mormora all’orecchio, voce d’amore, corrente tagliata che accarezza la spiaggia e vi muore in mormorii di dolcezze, già voce di spiriti senza che la maga ne resusciti la lingua e le parole. La maga sospira dal fondo del petto. Siete venuti a perder tempo, sbollire la sbornia, o a fare le cose serie? Sbatte la porta in faccia agli ubriachi.
La casa di lamiera emette una nota metallica, una sola. Anche questo impressiona. Gli uomini si guardano in faccia, si frugano. Ferma, ferma, abbiamo i soldi. Tu, quanti ne hai tu? s’interrogano. Questi, rimasti, li avevo dimenticati in tasca. Eccoteli, maledetta strega, raccolgono i soldi in una sola mano, li fanno frusciare tra le dita, facci parlare con Aida. Vuoi aprire questa dannata porta? Lo sappiamo che ci spii dal tuo buco, ce l’hai lasciato apposta nella lamiera, li vedi, i soldi? Li abbiamo, i soldi!
Con quelli vi ci potete impiccare!
Gli ubriachi schiamazzano, ruzzolano per terra malamente con un piacere, perché il vino permette di essere stupidi e maldestri, e non fare nulla come va fatto. Lo sappiamo che ci vedi, strega. Miagolano, abbaiano alla porta della loro strega, raschiano con le unghie la porta sgangherata. Tanto, lei aprirà. Infatti apre. Ti sei convinta!
Entrate, ma di corsa, ho freddo, e Aida vuole calore. La strega socchiude gli occhi. Qui, qui, vicino a me, attorno al tavolo, e tu chiudi la porta, o vattene! Entra il vento da quella porta.
Una porta? Un pezzo di lamiera storta? Fallo entrare, il vento, ridono, fanno le riverenze al vento gelido di mare.
La maga strabuzza gli occhi d’un tratto, ammutoliscono. La porta e i soldi!
Alla fine, ti toccano il cuore i denari! Ma la voce già impastata dal vino traballa a quello sguardo. Richiudono quella lamiera con uno scricchiolio sinistro.
La maga infila i soldi in seno. Può iniziare. Socchiude gli occhi. Il mondo è roseo così, colore della pelle dei neonati. Cade un silenzio. Soltanto il brusio del mare, di quella corrente divisa a metà, che risuona tra le lamiere, e gira tra le lamiere.
E allora? Balbetta un ubriaco. Ma la maga apre gli occhi, li stravolge per imporre il silenzio, sa farlo. Li richiude lentamente.
Nessuno più osa rompere il silenzio. Un cane ulula. Gli uomini si mettono comodi, non importa nemmeno che succederà, sono comodi e ubriachi. Fuori è notte, l’ora dell’ubriacatura. Fa notte presto. A volte c’è la luna nelle strade, oltre l’osteria, vicino alla grondaia d’una via, l’ubriaco si accorge, come il cane che ulula, nessun altro se ne accorge. A volte invece non ci sono né luna né stelle, e il cielo viene giù come un’ovatta. E’ notte, e di notte c’è sempre un cane che ulula per la luna e un altro che risponde da un luogo lontano e misterioso. Nessuno rompe il silenzio.
Adesso Aida può parlare. Silenzio per la voce dei morti. Dapprima la voce è tremolante, scura, più un soffio, o un sospiro, ma poco a poco prende suono. E quando prende suono niente la ferma. Perché era così Aida, una corrente inarrestabile che riga il mare e va alla sua spiaggia per abbracciarla. Mia figlia… Non poteva essere sterile Aida, lei no. La faccia dura della donna si addolcisce per miracolo, ne scende un’altra di cera di sopra. Figlia d’amore…
La maga indovina sempre. Proprio questo volevano sapere gli uomini la notte dell’ubriacatura, hai provato l’amore, Aida? Esiste l’amore stanotte, Aida?
Sospira Aida nel viso stravolto della strega. Sospira perché l’amore non basta mai, e il suo ricordo lo rende più esiguo di quel che è, più fragile, bello e desiderabile. Vorrebbe dirlo Aida, e non trova le parole nella gola d’una strega.
Diccelo, Aida! Maledizione, una notte non passa mai senza donne e senza vino!
La voce d’Aida stenta, divaga, il porto, le vie strette, le case cadenti, e poi d’un tratto i moli e il mare aperto. E’ già amore? Parla di navi, d’alberi di navi intrecciati, di marinai eternamente perditempo come una maledizione, parla di maledizioni, di marinai che girano in tondo, cercano, cercano, la loro maledizione. Chi non cerca al mondo? Un giro del mondo di navi senza porto, e marinai senza patria, di uomini senza donne, di uomini senza tempo, di tempi inutili tra un viaggio e l’altro, tra un mare e l’altro, giro di mari in movimento. C’è il mare nelle parole smozzicate della morta, è lo stesso che rumoreggia in fondo alla collina, mare colore petrolio, luce e seta, alghe attaccate ai moli, onde vive che scivolano lontano nel vento. E’ già amore? E’ lì Aida, tra il mare e i moli, e la gente del porto, fin da bambina senza cervello. I pescherecci attraccano più in là, dietro i cassoni, pescatori prigionieri di reti appese e fumo di sigarette, pescatori a riparare nasse, rammendare strappi, tra poche parole, appese, a rete. Il giro della terra diventa un cerchio piccolo, concentrico, il primo cerchio d’un sasso nell’acqua, il primo a sparire. Cerchio, figura magica. Ci sono donne a crocchio, ad aspettare la funzione al portone chiuso del parroco, ad aspettare capelli al vento i pescherecci nella tempesta. Ci sono ad aspettare alla porta sgangherata del dottore, o dell’ufficio comunale con i pugni ai fianchi. Intanto parlano di faccende rimescolate tra pareti di misere stanzette, parole da petti gonfi di latte, parole tra strepiti di neonati, vuoi sbrigarti a succhiare? Una tassa ingiusta, quel dolore alla pancia, quelle macchie di sangue, gli uomini che ne sanno, non ce n’è più di latte, bello mio. Bisbigliano di botte prese, e amore preso tra botte, no, non io, la mia vicina, l’ho sentita, muri sottili, il mio uomo invece… Non si pesca, si lamentano i pescatori, e quel poco che si guadagna lo prende lo stato, il sussidio è miseria, quando lo danno. Parlano. E’ già amore? Mi fa bene, mi fa male, dice la voce di Aida. Come certe medicine. Aida morta parla e piange, piange e ride, come fanno i morti. Che c’è per le donne del porto? Fare le puttane o le mogli. Diventare una strega. Aida fissa il confine, mare e cielo, il giro dei marinai come gabbiani affamati in cerchio, da lì arriverà.
Chi, cosa?
La maga sospira. La notte è lunga, per fortuna ci sono gli ubriachi.
Fai parlare Aida.
Sì, sospira la maga. La sua voce diventa di nuovo quella d’una morta. Non è la stessa voce di quando era viva, non può essere la stessa. Eppure gli ubriachi la riconoscono. E’ lei, sei Aida! Parlaci d’amore stanotte. Stanotte vogliamo solo parlare d’amore. Il tuo amore ha figliato, come fa il vero amore.
Figlia d’amore, mia figlia, dice profonda la voce di Aida, figlia di tutte le donne del porto.
Che dici?
Figlia di donne, e di nessun uomo… Figlia dell’uomo peggiore… il più farabutto, il migliore, quello che sa amare. Figlia di donna… perché una donna può creare ed amare.
Gli ubriachi pregano che sia amore, perché gli ubriachi hanno più speranza e più cuore dei sobri. Per questo sono subito disperati. Dov’è il tuo amore, Aida?
Ve lo indico con il mio dito di morta… Vedete? Il mare dalla finestra, lo vedete? Che vedete oltre il mio dito?
Non scherzare con noi, Aida, pregano.
Ve la dico come ai bambini, la voce di Aida ricomincia roca e paziente. Venuto dal mare, forte, e bello. Ricco, sì, ricco.
Non guasta, ricco, ripetono gli ubriachi.
Ricco, commercio da una costa all’altra… Bello e allegro come un matrimonio, triste e matto come un matrimonio. Sbarcato da una nave dopo tempeste… sceso da un treno desolato alla stazione… da un aereo che ha passato nubi, nubi… Per i suoi affari… C’è una donna che mi tiene compagnia? Rimango alla pensione all’angolo qualche giorno, il tempo d’un affare… una donna per qualche giorno… Le donne del porto l’adocchiano, per sé, o per le figlie, se rimane una settimana, se rimane anche una settimana sola, lo prendiamo all’amo per sempre, il bel sarago, pesce di qualità, carne fina, che figura sul piatto. Ti prendiamo. C’è compagnia? Ho passato nubi e nubi… stazioni senza viaggiatori, mari piatti, mezzo marinaio e mezzo pescatore… né l’uno né l’altro… niente e nessuno… pago da bere a tutti! Non beviamo con gli sconosciuti. Mi presento allora, vedete i bei dollaroni che ho in tasca? Beviamo con te, ci siamo noi a farti compagnia, non hai bisogno d’altro! Non ho bisogno d’altro…

© Picasso, Les Demoiselles d'Avignon, 1907.

Qualcuna ci riesce, a prenderti all’amo, partecipano gli ubriachi, l’avranno saputo del denaro e della generosità le donne. Le donne sanno sempre tutto.
La maga scuote i capelli, apre gli occhi, parla con la propria voce, ma stentata come quella della morta, c’era chi faceva servizi per Aida, e non poteva staccarsi dai suoi piedi come un cane con il padrone – è amore? – uno che faceva il tonto, e girava a trottola su un piede come un ballerino. Te la trovo io la compagnia, straniero, disse quella volta. Aida gli deve dare da mangiare, a quel tonto, come ad un cane, e deve tenerselo accanto sennò lui finirebbe giù da qualche molo, e ne troverebbero il corpo affiorato, abbracciato a un cassone, a uno scoglio con la marea della notte, sotto la luna. Perciò Aida fa finta di avere bisogno di lui, e lo paga, lo sfama. Per non lasciarlo al mare della notte. Vedete com’è l’amore? Ve lo indico io, con il dito di quella morta. Il dito della strega s’alza verso la finestra e il mare, trema. Nessuno dovrebbe finire lì in mare, cibo di sirene metà uomo e metà pesce. Se li mangiano le sirene, gli annegati d’amore, o se li tengono in fondo al mare per amanti, non trovano mai chi amare e mangiare. Il tonto gira per le strade, quando non può stare ai piedi di Aida come un cane. Gira, fiuta, e se trova chi paga lo porta da Aida. Sei contenta Aida? aspetta la risposta a bocca aperta, gira su un piede solo. Sei contenta? Lei sorride, e il tonto ha una ragione per non cadere tra i cassoni di cemento del porto, una ragione per avvitarsi su se stesso come un chiodo, e alzare le braccia come un gabbiano. Te l’ho portato, l’uomo ricco e solo, il viaggiatore per denaro, sei contenta? Ahì, non lo prendiamo all’amo se ci si mette lei di mezzo, si lamentano le donne del porto. E mollano uno schiaffo alle figlie, quasi fosse colpa loro, non ce la fate a trovarlo, un uomo, che femmine ho fatto, mi restate in casa, e finisce che vi mette incinte vostro padre. Né per noi, né per le figlie, pensano le donne del porto, tutti per lei, gli uomini, quelli buoni da prendere all’amo, bisognerebbe farle la fattura dalla maga. Clienti per la maga. Partono con tutti i soldi del cassetto, e vengono dalla maga. Da me. Fai trovare un uomo alle mie figlie, piangono. Serrano il labbro, manda un cancro a quella lì, facci prendere all’amo lo straniero imbottito di soldi.
E tu? balbettano gli ubriachi.
Ma che vi dico, a voi! La maga continua con una voce né di morta né di viva. Il tonto dice allo straniero, tu non sei né morto né vivo, vieni con me. Il tonto balla su un piede, lo straniero s’acciglia. Chi si fida d’uno che balla su un piede? Però, ci vengo con te. Lo straniero prova a stare su una punta. Vediamo dove mi porti, voglio vederla, questa donna che dici, vivere o morire, scherza il viaggiatore per affari. Perciò segue un tonto. E’ qui, è lei. Lo straniero guarda la donna. Ne ha prese puttane in tanti posti, quanti ne ha girati, donne più belle di quella, e non ne ricorda nessuna, ma già sa che questa la ricorderà, che la seppelliranno con lui quando lui sarà seppellito, come si seppellisce insieme moglie e marito. E’ lei. Lei? si chiede il viaggiatore. Sei felice, Aida? il tonto inciampa sul proprio piede, scappa via tra i moli, in bilico, a guardarsi girare nell’acqua verde del porto.
Fai parlare Aida! protestano gli ubriachi.
La maga tossisce, stravolge gli occhi, ma è ancora la sua voce e non quella di Aida. Sono davanti, una all’altro, nessuno dei due s’aspettava, hanno già visto tutto, gli occhi dell’altro, quella ruga sulla fronte, il neo sul collo, quella ciocca storta, quel sopracciglio sfumato, quel labbro seccato dal fumo, quel labbro disegnato a fuoco. Sono di fronte una all’altro, e già sanno tutto, come avessero già visto tutto, come se si fossero già parlati alle orecchie, si fossero confessati bisbigliandosi alle orecchie. Hanno visto tutto, ma già non ricordano nulla. Uno stende la mano, l’altra la tocca. C’è un brivido, non hanno mai toccato niente e nessuno prima. Una spinge appena una mano, e l’altro la riceve. Lei tende il braccio, lui lo coglie nell’aria. Lei vuol piangere, lui vuol ridere, vorrebbero piangere e ridere.
Sai raccontarla, sei davvero una strega.
Se fossero nel fondo del mare lei sarebbe la sirena e lui l’annegato per amore, lei sarebbe la donna e lui il pesce fuso al suo corpo, lei alga e lui roccia, lui immondizia di sentina e lei sabbia che la drena e pulisce, lei spurgo di fogna e lui mare che lo beve.
Sai raccontarla. La voce di Aida! Falla parlare, ti abbiamo pagata!
Pagata! La maga continua con la propria voce, anche se roca più d’una morta, Aida vuol restare in ombra, o non riesce a parlare. La maga continua. Il viaggiatore per denaro non ha mai ballato su un piede, non ha mai pensato che ci fosse tempo per farlo, che si potesse stare su un piede. E’ venuto il tempo di provarlo. E’ successo. Come un ladro aspetta la vittima dietro un angolo di periferia. Il viaggiatore per denaro non sa che il suo ladro l’aspettava fra stazioni affumicate, squallide pensioni, strade intrecciate, terre d’inverno viste di sfuggita e afa d’estate appiccicata ai colletti sporchi di camicia. Il ladro è lì, ma è travestimento di carnevale, forse, l’allegria che ha bisogno di travestirsi, forse, è primo calore d’inverno tra le terre viste di sfuggita, prima frescura d’estate, dovunque si vada, in qualsiasi stagione, dovunque non vuole più andare. Questo la maga deve dirlo con la propria voce, né viva né morta. Lo straniero non se ne va quella settimana, e neppure la seguente, e l’altra ancora. I suoi affari aspettano. E’ libero, non se n’è mai accorto finora. Sono libero, un dolore lo prende, libero, Aida. Per quanto resterai? chiede Aida, e già un dolore la prende. L’amore chiede il futuro, e sa che non ha futuro. Non so, non so, risponde lui. E’ confuso, l’hanno derubato, imbrogliato, e nessuno c’era mai riuscito, nessuno l’ha mai imbrogliato nel commercio. Non lo sai? chiede Aida. Lui la guarda. Anche lei. Le donne e gli uomini non ragionano certe volte. Però le donne sentono sempre. Aida sente.
Cosa sente? piagnucolano già gli ubriachi. Gli ubriachi hanno il cuore sensibile e le lacrime facili.
La serva ha parlato, muso di porco ha parlato, tutti hanno riferito a chi dovere. Sono pagati per farlo. Qualcuno li paga. Quel qualcuno pensa, Aida non mi lavora, Aida non mi guadagna, Aida s’è montata quella testa pazza, Aida non sa cos’è il mondo, Aida poltrisce sul letto senza farlo guadagnare, sta ore sul letto con uno straniero senza farsi pagare, Aida non conosce acido e lama di coltello, cinghia e mazza di gomma, forse è il momento, bisogna finirla, bisogna mandare a finirla, dare una lezione, far vedere a tutti, farsi rispettare. Che volete? urla Aida. Lo sai! E giù le botte che non ha mai conosciute. Aida però non urla più, anzi tiene la bocca cucita. Strepita invece chi mena i pugni e la mazza di gomma, di più perché lei non urla e non si dispera. Hai capito la lezione? ansimano. Aida è riversa sul letto, tramortita. Così bella e fredda, macchiata di sangue, superba. Tanto che uno degli aguzzini non può fare a meno di tirarsi giù i pantaloni e tentare di prendersela. Non ce la fa. Altri colpi di mazza. Gli altri ridono e ansimano attorno. Aida ha sei giorni la bocca impastata di sangue, gli ematomi in corpo a carta geografica, sei giorni chiusa a chiave, segregata. La serva le porta da mangiare, apre e chiude subito la porta. Sei giorni senza urlare e piangere, o pregare, ciò che può salvare, sei giorni nel silenzio che non salva nessuno. Silenzio, solo i rumori lontani degli ubriachi dell’osteria. E al settimo giorno, come nella creazione, dopo il silenzio della creazione, quando le aprono la porta della stanzetta, il mondo creato fuori dalla stanza è lo stesso di prima. La serva le cura la sua ferita. Ti hanno rotto un dente, maledetti! Però te lo faranno mettere, stai sicura, non preoccuparti, magari te lo fanno d’oro come il mio, come questo, lo vedi? Non parli? Non puoi parlare, t’hanno spaccato il labbro. Parlerai, parlerai, e mi dirai. Ci sono ferite che curano, amore mio, come un’operazione di dottori in ospedale. Non parli? Non ce la fai, ma parlerai, e ti farà bene parlare. Ti rifaranno il dente, vedrai. Aida afferra il suo braccio, la fissa. Ha sangue tra i denti e le labbra, e non parla. Non parli, non puoi parlare, rassegnati, lui non c’è più, non stringere, mi fai male. D’un tratto Aida pare sorridere maleficamente tra sangue e sangue del labbro, sono incinta, mormora come può dopo il silenzio, e serra di più la mano sul braccio della serva. Dio mio, lasciami il braccio, stupida che sei! La serva lo dirà a chi la paga. Non è colpa mia, dirà, è lei che è stupida e pazza! E si proteggerà la faccia con il braccio. Tu dovevi starci attenta! Adesso tu rimedi! Dovrà pensarci la serva a liberare Aida. Lo sa fare, una serva sa fare anche questo. Le serve devono far questo, liberare i padroni. Ci vuole una serva e una strega.
E la figlia di Aida? La figlia d’amore?
Ma che vi dico, a voi? Non volete sapere del forestiero? Sparito! L’amore! Forse, il forestiero, il viaggiatore per denaro, si è svegliato da un sonno, e gli è venuto il pensiero d’affari trascurati, d’appuntamenti mancati, denaro perso, non può finire tutto nel letto di Aida. Certo! Si è svegliato, come chi guarisce da una febbre notturna, sudato zuppo. Che m’è successo, che ho avuto? Ha scordato tutto. Una strega non scorda invece. Una strega no, il diavolo le segna tutto nella testa, il diavolo ricorda, è il suo mestiere, una strega mangia fango e larve d’insetti, uova di ragno, e ricorda.
Se n’è andato il forestiero?
Forse. Chi viaggia per denaro non rimane mai in un posto, in nessun posto. Oppure il corpo di quell’uomo è fra quelli d’annegati in mare, annegati per amore, dove non c’è ancora annegato il tonto ballerino su un piede, troppo tonto. Forse è lì preda di granchi e murene, forse ce l’hanno buttato per una lezione, forse c’è caduto provando su un piede.
Facci dire tutto da lei, dalla voce di Aida.
Non volete ascoltare me? rintrona tra lamiere la voce della strega.
Abbiamo pagato per lei!
Sono capricciosi gli spiriti…
Lei!
Mi stanca Aida.
La sua voce!
La maga annuisce. Ci provo. Io ci provo. Ma se dovesse…
Provaci!
La maga abbassa il capo, si copre la faccia d’un arruffio di capelli. Resta così un lungo tempo. Poi lentamente alza la testa, si scopre la faccia. Fa paura. Aida può parlare un’altra volta. Mia figlia… figlia d’amore… Si sentono denti digrignare, mormorii senza gola, grugniti d’animale. Per voi lo dico, non esistono pugni e botte a fermare l’amore. La maga ansima, sono più forte… sono furiosa, furioso è l’amore, per voi lo dico, l’amore è servile, strisciante, l’amore è furioso, per voi lo dico. Dov’è lui? Dov’è lui? Ditemelo! Dimmelo, dimmelo, serva! Non mi rispondi? Sei cattiva, t’ammazzo, sei la mia serva, eri la mia madre. Perché nascondi la faccia? Tornerà, dici, lo stai dicendo, tornerà! Io t’ammazzo, non ti lascio la gola, lo so che soffochi, non ti lascio. Sono rimasta ad ascoltare sei giorni – i suoi passi? Forse i suoi passi? – Lì, con la faccia incollata alla porta, la vedi, c’è la macchia di sangue, sei giorni. Non c’erano che il silenzio e le parole d’ubriachi. Non mi fa male il dente rotto, anche se sputo sangue, sputo ancora sangue, lo sputerò in faccia a tutti. Dimmelo! Sì, ti lascio, ti lascio, ecco, mi metto in ginocchio. Dimmelo dov’è lui, cercamelo! L’amore è furioso e servile. Che gli hanno fatto? Per questo, per questo, non è qui, per questo non mi guardi in faccia! Dov’è, mio amore senza coraggio, senza speranza, povero amore? Chi ti dà il coraggio, povero amore mio? La mia bocca piena di sangue te lo darà. La maga è scossa da un sussulto elettrico.
Che succede? s’impauriscono gli ubriachi. E’ la magia, la magia.
La maga è stravolta. Si caccia via i capelli dagli occhi stralunati. Cosa dici, serva? Non mentire! Per una volta non mentire! I suoi affari, dici, sono così gli uomini, mi dici, ci sei tu, dici, rassegnati, dici. No! Io lo trovo, e gli darò il coraggio con questa bocca impastata di sangue. Io m’inginocchierò per lui, l’amore è furioso e servile. Dov’è, dov’è? Non lo sapete? Non è vero! Non si mente a chi ama. Tu sei il capo, tu lo sei, dimmi dov’è. Non ridere, mi hanno rotto un dente e schiacciato le labbra e la lingua, balbetto come una bambina, però non ridere, balbetto come una bambina ma ti prego come una donna, sono una donna, ridammi il mio uomo. Non ridere, devo vederlo , toccarlo. Dopo fai di me quello che vuoi.
Lo farà lo stesso, quello che vuole, Aida, piagnucolano gli ubriachi.
Io m’ammazzo. Io ammazzo. L’amore è furioso, non ridere!
Chi comanda non ha cuore, Aida, chi guadagna non ha cuore.
Tu comandi, tu puoi farlo!
Chi comanda ha sempre un altro padrone.
Un’ultima volta, l’ultima!
Chi comanda ha cuore solo per sé, Aida.
Fammi picchiare, strappami i denti, ma fammelo vedere un’ultima volta. La maga non riesce più ad articolare, cade a terra stecchita, farfuglia tra bave e tremori, non farmi male Aida, no, no, lo stesso male che hanno fatto a te, no. La maga serra i denti, schiuma dalla bocca, ruota gli occhi all’indietro, si scuote, e cade a terra scotendosi, è amore, è amore.
Non la toccate, non la toccate, gridano tra loro gli ubriachi, sacrilegio, maledizioni a chi la tocca!

A volte masticano Aida certe notti dove la scommessa è masticare e trangugiare fino a farsi stravolgere gli occhi come i morti. La masticano come l’ennesima, qualsiasi portata servita nel ristorante deserto, ristorante d’amici, prenotato solo per amici, l’ingoiano tra il vino e il torpore della pienezza, Aida morta e seppellita.
Una volta c’era davvero schiattato uno a quelle abbuffate, paonazzo in faccia, le vene scoppiate in fronte. Non aveva avuto nemmeno la forza di dire, aiutatemi, e la testa era crollata, il grasso della faccia s’era sciolto sulla tovaglia, la sua collana d’oro massiccia s’era sgranata nei residui del piatto. Niente ospedale, un medico qui, presto! Che si porta un latitante in ospedale? Respira? Non respira. Non c’è tempo per il dottore, morto. E’ morto. L’hanno seppellito i compari, dicono, ancora gonfi di mangiare e bere, in una campagna fuori mano, fuori mondo, la stessa notte, amen e così sia, puliamoci le mani. Uno dei capi, immacolato, devoto alla Vergine Immacolata, l’aveva voluto sepolto com’è giusto, come un cristiano, uno dei miei, comando io sui miei, anche da morti. Seppellire un morto? s’erano guardati in faccia i compari malfermi, è scoppiato l’amico, è stramorto, meglio buttarsi su un letto e smaltire che seppellire un morto. Meglio buttare il cadavere nella calce d’una discarica come si fa, meglio farlo l’indomani e perdere solo un minuto senza fatica. Gli uomini si seppelliscono, però aveva ordinato il capo. Si facevano segnali i compari, seppellendo quel dannato morto, perché tanti ne aveva ammazzato di persona il santissimo immacolato e non li aveva seppelliti. Ho detto una preghiera per loro, per gli spioni e traditori, ne hanno bisogno, diceva il devoto della Vergine alzando gli occhi al paradiso. E abbassandoli, andiamo a mangiare stasera. L’ha sempre detta veramente, la preghiera, devoto d’un altarino tra due angoli di case, della Verginella del mare dalla faccina di confetto. – Stasera si mangia. – Vergine bella, non te li faccio mancare, i fiori freschi.
Mezzafaccia è a capotavola quelle sere d’abbuffate, ma immacolato gli è vicino. L’immacolato fa occhi languidi, sapete chi ho in mente? Pendono dalle sue labbra. Quanti ne ha sgozzati e sparati con quegli occhi languidi al cielo! Benedicite alla sua anima, volevo bene ad Aida, blatera l’uomo tra spaghetti neri di seppia che gli scolano in mento, le volevo bene. Come alla Verginella del mare incastonata tra i muri del porto.
Una puttana ci va, in paradiso? ghigna uno sottovoce, bevendo, gorgogliando.
Benedicite, ripete quel santissimo che ha buone orecchie, puttane e spie non ci vanno, in paradiso, benedicite, gli uomini soltanto vanno in paradiso.
Quella puttana l’aveva grossa e sfondata che ci entrava tutta la mano e il braccio, dice quattrossa alzandosi d’un tratto in piedi con il bicchiere di rosso in mano, l’aveva talmente elastica, la maledetta puttana, che la stringeva come una trappola per topi.
Tu l’hai fatto, il topo? ridono scomposti.
Questo faceva impazzire, conclude quattrossa e beve.
Questo ti faceva guadagnare, più di qualsiasi puttana dal molo alla stazione, sghignazzano tirandogli le molliche. Per questo non le hai mai bruciato la faccia con l’acido quando se lo meritava. Non si rovina la roba che ti fa guadagnare.
Lo meritava, lo meritava, l’acido in faccia! quattrossa si siede, il suo corpo fa uno scrocchio di biscotto spezzato.
Mezzafaccia capisce che è il momento d’annuire. Ha una macchia su metà della faccia, una voglia come un’ombra che se la porta via, una macchia che diventa viola e rossa secondo un umore.
Grossa ed elastica, farfuglia quattrossa mezzo scimunito dal bere e mangiare.
Sei un topo, ride mezzafaccia.
Quattrossa non sa se ridere anche lui. Veramente non sa mai che fare. Però mezzafaccia è a capo tavola, con i due figli a lato come i ladroni alla croce, e l’immacolato nei pressi, perciò gli conviene ridere.
Mezzafaccia s’acciglia, non l’abbiamo mai portata, quella puttana, a mangiare con noi e sgonfiarci sotto il tavolo. La voglia sulla sua faccia è rossa. Però la macchia cambia, diventa violacea. Mezzafaccia è colpito da un pensiero, forse non sarebbe venuta, la maledetta puttana, tranne trascinarla ammazzata. Come non vengono e non mangiano a tavoli notturni e a ristorante chiuso quelli a cui si gonfiano i conti in banca con i traffici d’altri. La macchia diventa più viola, livida. Si caccia una mosca dalla faccia, attirata dai colori.
Conviene ridere, e quattrossa ride, non sa se fa bene o no, ma ride.
Mangiamo e beviamo! schiamazzano. Si cacciano le mosche tra i vapori unti di cucina. Mangiamo e beviamo! Però le mosche ritornano, ritornano sempre. Ronzano più forte, calano sempre più vicino, su piatti, su uomini. Le mosche s’impadroniscono di tavoli e uomini, sono le mosche i padroni. Sempre più vicino, voli sempre più stretti, contatti sempre più prepotenti.
Aida non è mai venuta con noi, maledetta puttana. E’ inutile ammazzarla, è già morta, è inutile cacciare le maledette mosche. Fluttuano tra i vapori di cucina, ristagna l’unto per le zampe solleticanti d’insetti, per le lingue lascive, lingue beffarde d’insetti. Mezzafaccia si caccia la mosca insistente dalla faccia in ombra. L’aveva elastica come un preservativo, si sfogano. Vieni qua! chiamano la cameriera. Queste dannate mosche! I piatti sporchi, altro vino!
La ragazza, l’unica cameriera di quella notte per amici che nessuno deve vedere, arriva ansante. E’ sola a lavorare, il padrone dormicchia dietro il banco alla televisione.
Ti sbrighi? Che fai? Ti facciamo buttare per strada!
La ragazza non capisce bene la lingua, non è del luogo, s’affanna, sparecchia, caccia le mosche, si china a raccogliere una forchetta per terra. L’ha fatta cadere apposta quattrossa per palparle il sedere. Questa puttanella, mormora quattrossa, l’ho pigliata poco fa nel cesso del ristorante.
L’hai presa a forza?
No, sghignazza quattrossa.
L’hai presa a a forza, e se urlava le segavi il collo, vero? E Aida? Hai fatto lo stesso con Aida?
Le volevo bene, s’inumidiscono gli occhi al devoto della verginella che ha sentito l’ultima parola, Aida.
Le voleva bene, vuol bene a tutti, bisbigliano piano nel tavolo.
Quattrossa si alza trasognato, scusate, scusate. Ha gonfio il ventre, gli preme sulla vescica. Perciò barcolla, non può andare più lontano, la fa dalla finestra aperta, adesso mi libero. C’è il cielo violaceo della notte fuori. Si sbottona, la faccio, e mi libero. Ma non esce nulla, lo spasmo aumenta. Nulla. Finalmente una goccia, uno schizzo, finalmente. La fa, fuori dalla finestra, sulla notte violacea, sulla nebbia di grilli e rane dello stagno, insieme a frignare, cacciatori e prede. Noi siamo cacciatori, pensa, mi libero. Sul pavimento sotto la finestra si forma una macchia. Ma la tensione nel ventre è rimasta. Vieni qui, sbraita alla ragazza del ristorante, porta uno straccio! Quattrossa è a gambe aperte sulla propria orina, senza coprirsi, mentre la ragazza corre con lo straccio spaventata, ripulisce sotto di lui. Lui è sopra con il ventre dolente e scoperto. Davanti c’è il cielo, una viola seccata, la terra è nebbia che trema di luci, di città lontanissime, di nottole intrecciate. Puliscimi questa, puttana, sta’ ferma! Quattrosssa non sa se tornare al suo posto o restare davanti alla finestra e alla nebbia. Sta’ ferma, puttana! Fammelo, mi passa il gonfiore, Aida me lo faceva.
Non t’è bastato poco fa? ghignano. Non gli basta mai. Per questo è quattr’ossa, ridono tutti.
Mettiamoci una pietra sopra, ad Aida, riposi come una cristiana, amen, dice il devoto della Verginella con gli occhi umidi, battendo una forchetta sul bicchiere, come la campanella della messa. E’ facile masticarla, Aida, digerirla, magari defecarla più tardi, sudando e gemendo. Domani le dico una preghiera. Anche se è inutile per una puttana.
Sì, mangiamo! Alla faccia dei morti! brinda mezzafaccia, lui è il capo, lui deve farlo. Alla faccia di chi non mangia con noi! La sua, di faccia, si fa viola scuro come la notte di fuori. Non ci sarà mai nessuna puttana come Aida, forse non ci saranno più uomini, forse resteranno le mosche a mangiarsi tutto, pensa. Caccia sempre la stessa mosca dalla propria faccia. Mangiamo e beviamo! Le rane gracidano fuori, pare siano sotto il tavolo. Chi ha aperto la finestra? Pare che la nebbia sia entrata con i vapori delle pentole. Pare che le mosche non siano mai sazie. Scommettiamo, vediamo chi ci resta secco!
Le mosche continuano a girare appiccicose tra le nebbie. Alle mosche non interessa di Aida, né di nessuno, ronzano, solleticano, leccano e mangiano. Coprono tutto. Poi, dopo, verranno formiche e scarafaggi.
L’indomani l’immacolato e i suoi scagnozzi sono davanti all’icona della Verginella del mare. Davvero il santo vuol dire una preghiera. Chi ha ammazzato stanotte? si domandano dalle finestre socchiuse, sbirciando il santo pregare con le scarpe di vernice, la testa impomatata al bagliore del tramonto, l’anello al dito, tutto un brillio come un beato del cielo. Ai tirapiedi che gli stanno accanto: – Pregate anche voi! E via le sigarette! Siete di fronte alla Vergine! Pregate per Aida! – Aida seppellita o no come una cristiana tra cristiani.

 

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