La luna nel bicchiere

Sicilia 1958: vite improbabili di una puttana

 Il giorno che Aida morì qualcuno dice di aver sentito un tremore dei bicchieri sui banconi dell’osteria. Tutti alzarono la testa, perché nell’ammezzato, sopra l’osteria del porto, lei agonizzava. Moriva, senza chiasso allo stesso modo che aveva portato la sua malattia, un male allevato come una tardiva gravidanza, e venuto alla fine come nasce un bambino. I bicchieri vuoti tremarono, e quelli pieni sui tavolini ebbero un rimescolamento del liquido come un’onda nel mare. Se ne accorsero tutti, anche quelli già ubriachi. Aida è lì, guardavano, tentavano d’identificare l’esatto rettangolo di tetto su cui stava il suo lettino al piano di sopra. Sei lì, sopra di noi. Sopra la nostra testa come il volo dei gabbiani al porto, che nessuno vede, eppure c’è. Un giorno qualcuno alza il capo e lo vede candido, planante, senza peso, in quel  momento sente di essere schiacciato sul cemento dei moli. Sei lì, sopra noi, stai morendo. Sei lì, Aida, Aida la stella, Aida la puttana, Aida l’unica donna, pensavano. Era lì, e nessuno si capacitava che morisse senza apparenza, in alto come i gabbiani che nessuno ha mai visto morire.
Certo, c’era chi ghignava nell’osteria, l’uomo solo. Una sera come un’altra, masticava tra i denti ghignando, c’è sempre qualcuno che muore ogni sera. Ma lo mormorava per darsi arie, perché in fondo anche lui sentiva in quell’agonia una violenza a cui non si rassegna. Qualcuno muore sempre, e nessuno ci pensa, mormorava nonostante l’uomo solo strisciando i pollici sul bicchiere, nessuno deve mai pensarci.
Sta’ zitto, noi lo sentiamo, lei muore, è Aida, è lei, è lassù, e muore. Muore senza essere stata vecchia, si stupivano, non è mai stata vecchia nonostante i suoi anni. La morte ti prende, pensavano, ti prende come l’uomo che t’ha presa quand’eri bambina, la prima volta, presa e avviata al mestiere, ed ha cambiato il mondo. Aida, sei tornata bambina, e non eri mai stata vecchia, sei tornata al giorno prima che quell’uomo ti prendesse, e cambiasse il mondo.
Il suo grasso corpo, lassù, forse aveva provato un sussulto nella schiena, forse un ricordo, una sinuosità, o forse no, e forse era sprofondato d’un tratto nel letto, d’un tratto pesante, un gabbiano dall’ali spezzate, perché si sentì una molla del letto, stridente, come quando lei faceva l’amore lassù. Ecco, è successo, come quando faceva l’amore, gli uomini restarono avvinti a quel ritaglio di tetto, cemento e piastrelle, sopra la testa.

Il giorno che Aida morì, dicono, tremarono i bicchieri all’osteria, e la sirena del porto partì lugubre, un lamento nella nebbia. Dio, è successo, mormorò allora uno dei soliti ubriachi ancora al primo bicchiere, e bevve il secondo tutto in una volta come una medicina. Lo ripeté, è successo. Non c’era bisogno di dirlo la prima volta, e di ripeterlo la seconda. Bevve il terzo bicchiere, ed il quarto, per ubriacarsi, come al solito.
Quel giorno finì nella luce senza speranza, che stentava dalla porta dell’osteria provenendo da un mondo che nulla aveva a che fare con lo stanzone e i suoi tavoli marci. La serva di Aida scese la scaletta a chiocciola dell’ammezzato, il suo corpicino di vecchia scese sospeso tra mondi diversi. Infatti un braccio ricadeva in questo mondo, lungo una metà di vecchie e minuscole costole, lungo metà dei fianchi di vecchia carne. Il resto, e l’altro braccio appartenevano ad un mondo diverso, cielo e gabbiano. La videro scendere nell’osteria come l’ombra lenta del gabbiano in mare. Forse disse una parola, disse morta, forse disse quella parola, o forse gliela sentirono dire con la fantasia del vino, però tutti raccontarono sempre che lei portava nella mano di un altro mondo un vestitino bianco, quello d’una bambina che va a comunione. Nessuno osò chiedergliene ragione. Quel vestito poteva essere le ali di gabbiano, scovate da chi metà aleggiava sulla scaletta, e metà pesava sulla terra.

Un cantastorie ha sempre gli occhi che luccicano, abbia i capelli bianchi e arruffati, o sia calvo e liscio come un sasso sotto l’acqua del mare. Gli occhi luccicano, un lampo, tagliano la folla attorno a lui. Ma gli occhi del cantastorie luccicano di più alla storia di Aida, e scorrono più taglienti tra la folla, se c’è una folla, senza fermarsi su nessuno, non potendo fermarsi su qualcuno o qualcosa, non potendo interrompere il flusso d’un racconto.
La scena è questa, la madre di Aida, e le puttane che si riparano sotto i ponti della ferrovia, al porto. La vedete? Così parla chi racconta le storie. Eccola, la scena, la madre è vagabonda e ubriacona, e le puttane annoiate l’attorniano. Parlerebbero con chiunque nel buio della sera, anche con le pietre del portico, se si potesse. Raccontaci di lei. Sì, di lei. Battono i tacchi a martello per il freddo, escono ciprie e rossetti, e sperano che qualcuno se le porti in macchina, pure il diavolo, un attimo di calore in qualche modo. C’è la nebbia che viene dal mare, come il giorno che Aida morì, nebbia gonfia di mare. Fra poco non si vedrà nulla, non si vedranno neppure tra loro, le puttane, non vedranno neppure se stesse. Parlaci di Aida, battono i tacchi sull’asfalto prima di scomparire.
Sì, di Aida, la stracciona non si fa pregare. Le piace parlare, alla stracciona, ride il cantastorie, mi somiglia la stracciona.
Ti somiglia, ride la piccola folla del cantastorie.
Era coraggiosa, Aida, dice la stracciona alle puttane della nebbia, lo era dal momento che è nata. Così pensa a voce alta la donna, e s’innamora di quell’idea, di quel coraggio. Le piace parlare di sua figlia, eppure l’ha vista quella volta soltanto quando le è uscita dal ventre. Uscita di qui, indica, uscita di botto come il tappo di una bottiglia.
Il tappo d’una bottiglia, maledetta ubriacona, sghignazzano le puttane. Tu l’hai abbandonata, tua figlia!
La stracciona si dà un colpo nella pancia con le mani d’osso. Rintrona la pancia senza vino. E’ venuta fuori da qui come un tappo dalla bottiglia. La donna si blocca su un altro pensiero, ho la testa vuota come una bottiglia vuota, piagnucola, tenta d’afferrare il braccio delle puttane. Quelle dita si infiggono come ossa aguzze tra i denti.
Le donne sputano, si scostano. Canticchiano lontane nella nebbia – testa vuota – con voce di bambine. Diventa dolce quel coro sfottente tra la nebbia del porto.
Non ve ne andate, non ve ne andate, ho la testa vuota, ma qui, la vagabonda adesso si batte sul capo come prima sulla pancia, qui se c’è sempre Aida, aspettate, mi diventa netto, come un guscio d’uovo.
Testa d’uovo, canticchiano le puttane. Stuzzicano, hai bevuto stasera, ce l’hai chiaro in testa? Ce l’hai il tuo bell’uovo pulito? C’è Aida? Ancora nel suo uovo?
La vagabonda intontisce. Di colpo le puttane sono una giostra attorno a lei, giostra colorata, pelle di tutti i paesi, lingue di tutti i paesi, sono il mondo che gira la sua giostra di risate rosse come pomodori maturi, di domande, e ciglia finte, ammiccanti. Succede, succede. Girano, chiedono, girano, burlano tra nebbie.
Ma di che parli? si lamenta la piccola folla del contafrottole.
L’uomo si scuote, intontito. Anche lui come la sua vagabonda. Va bene, va bene, ripigliamo dalle puttane che sbuffano. Il contafrottole fissa furbo la sua gente che sbuffa.
Ce la racconti, o no? protestano attorno a lui.
L’uomo riprende. Anche le puttane protestano, ce la racconti di Aida, tua figlia? Incalzano nelle lingue del mondo. Si schiacciano un insetto che punge sulla gamba, maledizione, non fanno che pungere, vite inutili. La stracciona ora sta muta. Non avevi voglia di parlare? ridono le puttane aggiustandosi le gonne, smanacciando moscerini moribondi sulle gambe. Girano cancellate da nebbie, il mondo gira, uguale e diverso, con i colori senza colore delle puttane del porto, le labbra della vecchia paiono muoversi per dirlo. Non ce la fai a parlare? ridono le puttane senza voglia. Si truccano di nuovo labbra enormi, si dipingono guance già rosse. La punzecchiano, era coraggiosa la tua neonata, dicevi. Ma qual’è il coraggio di una neonata? Si aggiustano le calze sulle gambe nude. La nebbia risale sulle loro gambe di nylon. Ancora insetti, che piacere pungere! Però non li sentono più, tanto è il freddo. Hai bevuto, vecchia ubriacona? Ce lo spieghi il coraggio di nascere? Quella domanda ristagna d’un tratto.
Aida… balbetta finalmente la vecchia, sì, Aida, Aida la coraggiosa, venuta fuori a prepotenza, il tempo di guardarmi scolare tra le gambe e già la testa s’affacciava, da qui, da qui, già uscivano le braccine e le gambette, s’agitavano come un ragno. Lo mima con i gesti.
Sì, hai ragione, ci vuole un bel coraggio a nascere, sghignazzano le puttane, lo stesso che fottersi un uomo. Vero? ammiccano fra di loro tra gestacci. Vero? Ci vuole coraggio, nascere e avere te come madre! si sgomitano le puttane tra nebbie. Vero?
Un cranio coraggioso, e dopo le manine che s’afferravano, le gambine che spingevano, ripete testarda la vagabonda, di nuovo trasognata.
Un cantastorie ha sempre gli occhi furbi, e sa come imbrogliare una platea, sa come sopravvivere per le strade, su un palco improvvisato, casse marce del mercato, o scaloni di cemento, una barca capovolta vicino a riva. Un cantastorie non è mai sincero. Specialmente se il mare è vicino, e mormora alle sue orecchie, sciacquando tra sassi, asciugandosi tra sabbie. Però la storia di Aida è sincera, inventata o no, prepotente come Aida stessa che nasce nel suo stesso racconto.
Sei lucida come un uovo, adesso? scherzano malamente le puttane del porto. Eri ubriaca quando hai partorito? Com’è andata? chiedono. Lo fanno per scherno. Ma forse vogliono davvero sapere di Aida, perché è diventato importante nella nebbia della stazione, fra l’eco degli ultimi treni della sera. Passa una macchina, due fari d’ovatta scolorano, una puttana s’affaccia, forse un cliente. Ma la macchina passa veloce, tra nebbie spostate, la donna inveisce, bestemmia.
Non mi ricordo… mormora la stracciona battendosi ancora la testa.
Qual è il coraggio? sono serie ormai le puttane. E’ importante. E non lo sai, che le donne sono tutte coraggiose? Non siamo coraggiose noi in questa nebbia? Raccontaci davvero di lei, vecchia. Com’è andata? Com’è nata una bambina da una stracciona, una bambina che è stata la stella del cielo, quando ci sono il cielo e le stelle, la più bella di noi, la più abile? Dobbiamo saperlo. Nella nebbia della stazione l’eco dei treni s’è persa.
Una stella? s’incanta la vagabonda. No, che stella? Io lo so, io sono sua madre, aveva il naso schiacciato, e le rughe agli occhi, una vecchia quand’è nata!
Allora non era una stella come dicono. Le puttane allungano soddisfatti i musi carichi di rossetto ed invidia. Ma il muso ricade subito triste e deluso come un pomodoro sfatto dalla pianta.
Era scura come un’ombra, sì, era un’ombra, quando me la sono trovata tra le gambe d’un tratto, rugosa e scura, il tappo di sughero d’una bottiglia.
Chissà cosa avevi tra le gambe! a coro, le puttane ridendo a forza un’altra volta. Un’ombra? E di nuovo serie, era brutta e scura, lo sapevamo. Che ombra?
Non respirava, aveva il mio cordone al collo. L’ammazzavo, s’intontisce la vecchia.  Però… ripensa la stracciona, però, la sua bocca, la boccuccia era già bella, un cuoricino, anche se pallido, sì, un cuoricino, perfetto. Le puttane sospirano. S’immedesimano, un cuoricino. Soffocava, la stavi ammazzando, che madre! Una puttana sputa da un lato, saliva e rossetto, una macchia per terra, un cuoricino schiacciato.
Nata per sbaglio, eppure lì attaccata al suo cordone, prepotente e coraggiosa, impiccata al mio cordone, forse un’ombra, o chissà che, venuta da un posto che non so, come un passero dall’aria, e un fungo dalla terra.
Un uccello, un fungo, certo, schiamazzano le puttane, quasi invisibili. La stazione però echeggia nelle orecchie, stazione che non parte e non arriva. Le risate si fanno sgraziate, rotte, quasi un pianto.
La stracciona rotea gli occhi, neonata per forza, neonata da strozzare, ombra tra l’ombra senza rimedio delle strade.
Nessuno ad aiutarti! In ospedale dovevi andare!
Che cos’è questa carne che m’è uscita dalla pancia?
In ospedale, maledetta pazza! urlano le puttane.
No! Non ci vado, in ospedale! strilla la vagabonda.
Le puttane s’arrabbiano, partorisci per strada! Sulla strada non c’è nulla, loro lo sanno, strada quella sì da strozzare. Non si partorisce per strada, non si nasce in strada. Era di sera come adesso? stridono. Faceva freddo di sicuro come adesso, come sempre, si dicono.
E’ nata! annuncia la vagabonda come un vangelo. E’ nata, sì, sulla strada! E’ nata, la vecchia gesticola, un albero secco al vento. Aida è nata, lei è qui, sotto di me, e lì c’è un uomo che orina ad un portone, lì c’è un guasto alle luci, perché le ombre, ombre come Aida, sono lunghe, e non finiscono mai. Ombre parallele, di strade, come le parallele della geometria, della scuola. Così nasce Aida, Aida delle linee di scuola che tirano e non s’incontrano, Aida maestra, Aida ombra. I rami s’acquietano, s’annodano in riposo.
Che sa una stracciona di scuola? s’accigliano le puttane. Già non capivano prima, ed ora anche meno. Sono curiose, nessuno è mai quello che si crede? Eppure una puttana lo conosce, il mondo, più di chiunque altro. Le puttane non capiscono, non sanno se sghignazzare o riflettere, si spazientiscono, insomma stiamo una notte a perder tempo con questa, s’inquietano, e intanto la nebbia non fa vedere più nulla. Pigliamola a calci, la stracciona! La nebbia s’è fatta spessa, e le puttane cattive, s’avvicinano cattive. La stracciona neppure s’accorge, tenta di formare il parallelo perfetto alzando le braccia senza carne e senza forza, lì è nata Aida. Ma le ossa le si piegano, rami stanchi, più propense alla curva che al diritto perfetto. Che fai? sbraitano le puttane. S’avvicinano minacciose, spaventapasseri, cappotto di pidocchi! Si fermano, non vale beccarsi i tuoi pidocchi! Si fermano affogate tra nebbie.
Niente è quello che è, s’interrompe il cantastorie sciacquandosi la bocca secca. Gira un occhio su chi lo ascolta.
Ce la racconti o no?
L’uomo ridacchia. Quella sua folla è tale e quale.
Non ci hai detto niente.
L’uomo ridacchia. Che volete sapere? intona l’imbroglione facendo la vocetta della stracciona. Il fagottino era annodato a me, e lo uccidevo, lo strozzavo. D’un tratto, ecco, ecco, Aida si libera, Aida è fuori. S’è liberata, liberata da sé.
Cosa? sputano le puttane incattivite, cancellate dalle nebbie. Con le sue manine di neonata? Ha strappato da sola il tuo nodo dalla gola, e poi dall’ombelico?
Così, e così!  La stracciona fa gesti grandi nella nebbia. Doveva succedere.
Va’ al diavolo! Imprecano le puttane. Qualcuna va via, qualcuna si perde nella nebbia. Qualcuna resta, per noia, per cattiveria, qualcuna resta per amore, un fagottino di carne, un cuoricino per labbra. In ospedale dovevi andare, matta che sei! O conosci solo i manicomi? Quelli, li conosci! ghignano quelle rimaste. Qualcuna s’avventura, tra la nebbia e lo scoppio senza origine di treni, Dio, nessun treno mi porta! Qualcuna si domanda ancora di Aida e del suo mistero prepotente, lo domanda in un fascino alla vagabonda. Avevi detto…
Non so che ho detto.
Le due puttane rimaste si guardano in faccia, se ancora si vedono in faccia, che facciamo qui con una matta?
Ma so che Aida era già qui, lì, qui… prima di quella sera, dice la vagabonda tra le labbra, ve lo spiego. Una lavagna, una scuola… la vecchia scrive ad una lavagna che non c’è.
Ancora, che scuola? perplesse le due donne. Loro due non sanno neppure leggere e scrivere. A volte è bello, come essere straniere, a volte è bello essere straniere.
Una scuola, e il gesso che stride sulla lavagna… continua la stracciona. Il gessetto sbriciola, alita sulla faccia. Scrive, si consuma, ma il problema non c’è, il problema non si risolve, le linee parallele, le geometrie che non s’incontrano, le strade che non arrivano… Arriva solo l’alito di gesso. E d’un tratto una mano si posa qui sulla mia che scrive inutilmente alla lavagna. Non è proprio una mano, è un’ombra, un’ombra piuttosto, un alito di gesso. E’ lei, Aida, la coraggiosa, la sapiente. Prima d’esser nata, prima di nascere, prima di tutto. Teneva già la mia mano. Lei sapeva tutto, il problema che non risolve, il problema che s’insegue una vita. Lei c’era già prima d’uscire dalla mia pancia.
Le ultime due puttane ascoltano con le labbra di pomodori sfatti, dev’essere vero, esistono i misteri – che matta! – Ed esistono le pazzie. A volte lo sentono, il mistero, o la pazzia, sulla strada di notte, e d’un tratto non sanno più che si fa tra nebbie ed asfalti bagnati, tra riflessi di fari, e nuvolaglie bluastre come l’occhio tumefatto di botte. Eppure le puttane conoscono bene la nebbia, e le botte. Ma a volte non sanno più che si fa, che fanno gli uomini in giro nelle notti di nebbia, che mistero o pazzia c’è tra donne ed uomini, che complicità sotto i ponti della stazione. D’un tratto le due puttane s’infilano le mani nelle borsette, stropicciano biglietti da dieci, denaro senza scopo come biglietti usati della stazione vicina, biglietti senza forma a furia di stropicciarli, senza pace, solo unto nelle dita, viaggio di treno già consumato, biglietti di ferrovia senza destinazione, banconote rubate, buone solo a farti marcire in galera, in una cella comune. Una puttana sibila una parolaccia, l’altra tira un sospiro, la prima fa una risata, la seconda scuote le braccia per un alito di gesso. Sei matta, vecchia! Basta pazzie e misteri, le ultime due puttane avvertono uno spillo, una sfortuna che punge alla schiena. Hanno le facce vicine, quasi a baciarsi. Forse capiscono, forse no, forse si baciano con le labbra di pomodoro marcio.
Il cantastorie tace di colpo, è soddisfatto quando può raccontare di misteri e miracoli, di pazzie, perché questo vuole la sua folla, non problemi e geometrie alla lavagna. Però è soddisfatto se nella storia ha nascosto problemi che non risolvono. Un cantastorie si lecca soddisfatto le labbra asciutte, si pettina la barba con un’unghia annerita dalle sigarette, e ammicca alla sua folla se ha misteri da raccontare, e problemi da nascondere. Se fosse in teatro vorrebbe gli applausi, ma in osteria o su una piazza bastano gli spiccioli della gente, un bicchiere buono, ciondolando da una sedia o da un muro, scalciando come un asino ottuso.
Che mistero c’è? Chiede la piccola folla.
Il cantastorie traligna contento, stanno attenti. E il mistero non finisce. Lui sa che non deve finirlo. Un mistero? mormora il contaballe con l’intonazione di chi la sa lunga e vuol farsi pregare.
E chi l’ha messa incinta, una matta e vagabonda? Un altro matto! In un angolo di manicomio!
Può darsi, risponde chi racconta le storie. Traligna. Parla con la stessa intonazione di prima. Forse è successo tra i muri senza cervello d’un manicomio, forse è successo senza cervello, con il solo cervello dove si è animali, dietro la grata d’una finestra, attaccati alla grata d’un manicomio, schiacciati alla grata d’un manicomio, tra l’odore d’orina di chi non sa trattenersi.
E’ stato un matto? Oppure un porco d’infermiere? Magari, legata con le cinghie al letto, e istupidita con l’iniezione. Era sempre una donna, quella matta, in quel posto! E’ andata così!
Può darsi. Il cantastorie si lecca le labbra asciutte. Deve ricordarsi quella fantasia per un’altra volta e un’altra storia. In fondo è la sua folla a raccontare. Falli parlare, pensa, così la prossima volta racconti quello che vogliono, quello che inventano.
Non ci hai detto niente.
Vi ho detto tutto…
C’è un mistero nella nascita di Aida, vero?
Può darsi, il cantastorie sa il proprio mestiere.
C’è un mistero, rimugina la piccola folla soddisfatta.
Forse…
L’hai inventata, figlio d’un cane!
La madre di Aida, molti la ricordano, una maestra, una vagabonda, una donna sfondata di soldi, una stracciona, lo sguardo all’infinito, o alle ombre, è lo stesso, forse ragionevole, e forse no, seduta su un marciapiede, le gambe larghe e svuotate. Qualcuno l’ha pure vista, giura qualcuno, prima che un’auto la travolgesse sulla sua strada infinita una notte, nella luna pallida di tutte le sue notti. L’ha trovata il carro dell’immondizia la mattina dopo, un mucchietto di stracci da buttare. Oppure quella donna è chissà dove, viva, o morta, stravecchia in un ospedale di pazzi. Qualcuno l’ha vista trascinare il suo sacco di plastica sulla strada, e camminando indicare con un dito dove non c’è niente. Pareva che scrivesse formule, o parole, ma nell’aria, come su una lavagna, pareva che vedesse l’aria che non si vede, pareva che parlasse con l’aria che non parla. Pareva che sapesse qualcosa che nessuno sa. E’ stata Aida ad insegnare a sua madre. Senza nessuna parola, senza nessuna lezione. Questa storia non l’ho inventata, si dice tra sé il cantastorie.
La penombra nell’osteria è un velo che avvolge e solleva lembi senza consistenza come tulle di sposa. Un mormorio biascicato d’ubriachi si nutre di quell’ombra, mormorio di mari agitati, bonacce senza fine. Sono fandonie che circolano, maledette come il velo della sposa morta il giorno delle nozze, velo di sposa seppellito nella bara. Fandonie, perché nessun uomo sa mentire come gli uomini del mare, menzogne di pesche favolose, di tane sprofondate in fondali senza fine, di fondali con tesori e sirene, di pesci enormi e pensanti, splendidi avversari, splendidi mostri e splendide vittorie, furbizie di prede, ed abilità d’uomo, menzogne di battaglie fino alla morte, morte d’eroe in mare, pesce o uomo che sia. Fandonie di morte, perché la vita nega certe menzogne, ed il mare nega le verità. Quel mormorio è fruscio di tulle al vento, sussurro d’onda sulla spiaggia, senza origine e tempo, senza sostanza sulla sabbia. E’ risacca sotto la barca, gonfiarsi di vela, come telo di sposa sul sagrato, cattivo presagio, vento di temporale sulla sposa, veleggiare di nuvole in cielo, oscuro mescolarsi di banchi di pesci affamati. Quand’è morta Aida hanno tremato i bicchieri sulla scansia.
Qualcuno ci sbraita contro, a quel mormorio d’osteria, smettetela, ubriaconi! Fa gli scongiuri. Ha un dolore al fianco, andrà dal dottore e non vuole sentire di morte e di morti. Ma le parole, false parole, parole di morti, continuano nell’osteria fra i tavoli al buio. L’ubriacatura continua la sua lingua, biascicata, racconta quello che non bisogna raccontare e ricordare, che bisogna inventare. Così racconta di Aida, la stella. Forse sapendo, forse senza sapere. Tremarono i bicchieri sul tavolo, quel mormorio non ha origine da bocca o da labbra. Perciò anche Aida perde il suo corpo di donna, è sussurro, sostanza di parola accennata, d’anima, se c’è l’anima, incorporeità di parola, ed anima, di morte.
Non si parla di morti! sbraita ancora quello del dolorino. Si tocca il maledetto punto dolente del fianco torcendosi.
E allora parliamo di Aida viva e bambina, sei contento? Era una bambina, quando…
Quando cominciò la sua carriera di puttana? completa ghignando quello del dolorino, l’uomo solo.
Non era una puttana, s’offende il mormorio d’osteria.
E cos’era? Stupidi ubriaconi!
Non è facile da spiegare a chi domani andrà dal dottore, e il dolore lo rode nel fianco. E poi nella penombra d’osteria le parole diventano sempre altro che il loro senso, altro che parole. Forse parlano di morte, ma che si può dire della morte? Parlano di vita, ma è difficile spiegare. Forse parlano di se stesse, ma che si può dire di suoni senza materia?
Tu, sì dico a te, ci sei stato con lei? indica con l’unghia lunga e gialla quello del dolorino al fianco. L’hai pagata! E tu? L’uomo fa una smorfia ironica, poi una cattiva, più cattiva perché non vorrebbe dire quello che dice, perché vorrebbe mormorare quello che l’osteria mormora, abbandonarsi a quel sussurro d’osteria. Ma nel fianco il dolorino non passa.
L’abbiamo pagata, ammette reticente il mormorio d’ubriachi, perché non avevamo che darle in cambio. Che vuoi dare, che vuoi inventare in cambio a chi ti dà tutto, tutto il mondo?
Che paroloni d’ubriachi! Però è vero, esiste solo il soldo, digrigna quello del dolorino, al mondo dico, sottolinea ironico. Per una puttana poi! Esce un coltello, lo batte sul bicchiere vuoto. Vorrebbe usarlo su qualcuno, oppure magari scavarsi il fianco e togliersi il dolore. Invece per ora lo batte sul bicchiere per una sola nota di vetro e metallo.
Zitto, rimprovera il mormorio d’osteria.
Una puttana! Rinfaccia l’uomo. La smorfia sulla faccia si fa più profonda, il coltello batte minaccioso. Una puttana, ripete in sordina quasi a convincersi. O una santa?
Ecco! Una santa è di tutti, no?
L’uomo con il dolorino riesce a ridere, anche se malamente, sì, una santa non tiene niente per sé! Graffia il bicchiere con il coltello.
Il mormorio si confonde. Bisogna trovare un altro giudizio, provare un altro giudizio.
La santa, la puttana, il mondo… l’uomo dal dolorino stringe il coltello, ha una voglia di sentirlo stridere nella carne di qualcuno. Il dolore al fianco aumenta. Se ci fosse Aida, a toccargli il fianco con le sue mani, dicono che le sue mani davvero avessero il calore del mondo. Quello del dolorino striscia il coltello sul tavolo, ma senza incidere, come una carezza dolorosa, la carezza di Aida che cura e salva con il calore del mondo, ci sia o no una malattia.
Bisogna trovare un giudizio diverso. Come il guizzo di delfino fuori dall’acqua, salto senza senno, voglia di sole e cielo, cielo impossibile, salto di delfino fuori dalla sua acqua.
E’ il vino rancido, vi ha dato alla testa il vino di muso di porco! Che poesia, che filosofia! Per una puttana, dove si butta quello che viene come si orina! l’uomo del dolorino si strofina in basso con il manico del coltello. Ci butterei questa fitta al fianco, pensa, e tutto il resto. Ma già dubita. Perché il vino rende dubbiosi dove non ci sarebbe dubbio, e scalda ottusamente dove non potrebbe scaldare. Trasforma una puttana in una santa, e può recitare poesia e filosofia. Poesia e filosofia di puttane e ubriachi! impreca.
Il mormorio della penombra deve cercare un giudizio, perciò torna indietro nel  tempo e rimesta di quel giorno quando Aida bambina ha provato la prima volta. Per lei non è un gioco, più difficile degli altri giochi di bambine, a cui non ha mai giocato E quando è diventato un lavoro non è stato più pesante degli altri lavori di bambina. Quando è diventato il mondo non c’era che darlo tutto.
Ancora il mondo, qualcuno fa sempre il contro canto. Oggi tocca a me, pensa l’uomo del dolorino.
E’ successo prima del suo tempo. Perché Aida ha sempre avanzato il tempo. Aida vuole guardare il sole anche se acceca. E i suoi occhi di bambina ce l’hanno già, il sole, non lo sa. Il sole e l’ombra accecata dal sole. Le sue mani sono pronte, già pronte e sensibili a quel calore di sole, sull’unto da pulire dei tavoli, non lo sa ma lo sente come un’ansia. I suoi capelli sono già sciolti anzitempo, sul fango del pavimento. Li scioglierò sul petto d’un uomo, trema un attimo. Lo farà come il sole scioglie nel cielo.
La voce del contro canto mugola sardonica.
Aida pensa e s’annoda i capelli ad una mano, e lo straccio nell’altra lavorando. Stupida, piccola Aida, che t’hanno detto? Nessuno t’ha detto che non era tempo? E chi t’ha detto, t’ha imbrogliato, per innocenza o per mestiere, per stupidità od interesse. T’hanno imbrogliata, tu vedi il sole nel riflesso d’un bicchiere sporco di vino. Anche noi lo vediamo. Così mormora il coro d’osteria, perché il vino rende ingenui e stonati come bambini, incoerenti come bambini.
Vino rosso! Rosso sangue di vergine innocente! riprende ironico il contro canto, ma accorda senza note e convinzione.
La voce d’osteria invece è voce intonata, coro perfetto, coro antico, incoerente di bambino. Parte da un tavolino scassato, ad un altro, soffoca tra polvere di bottiglie, tintinna in bicchieri mal lavati. A volte sfugge alla tenda lurida dell’osteria, e va in strada, la prende il mare lontano che ruggisce da inverni furiosi e stritola testardo moli di cemento, solleva in cielo barche all’ormeggio. Altre volte se la piglia il giorno d’agosto e la calura senza fine. A volte il mare vi unisce un brusio di musica, un altro coro antico. A volte, quel coro, lo cuoce il giorno d’agosto, per una vendetta impotente. La bambina conosceva il sangue, mormora il coro, un giorno s’era già lavata il suo primo sangue di donna, sangue che non si lava, che appiccica e non si lava. Quel sangue aveva colorato  l’acqua del suo bacile un mattino, sciolto come si scioglie il sole l’alba.
L’uomo del dolorino s’è spento, il suo contro canto s’è perso appresso ad un bicchiere, o dietro la storia, perciò il coro s’alza incontrastato. Il sangue che le ha macchiato le gambe, e non si pulisce, è come il vino che s’assorbe sul legno di questi tavoli, e dà il suo colore, il suo odore a quel legno. Il seno di Aida è diventato duro come il legno d’un tavolo, pensa lei china sul catino, morbido e intriso come il legno zuppo d’un tavolo d’osteria. Il ventre le s’è coperto di peluria, un pudore, alghe su uno scoglio, quello scoglio che si vede dalla finestra, il ventre schiuma sangue come quello scoglio nell’alba. Il mio seno, le mie mani, pensa lei fissando quel sangue tra i muri spogli della stanzetta e il rosso dell’alba. Dobbiamo saltare per lei come il delfino dall’acqua, respirare o morire, volare come un uccello che è pesce e respira fuor d’acqua.
Così è nato il mondo? domanda a se stesso il sussurro d’osteria. Così è stato, come il delfino buca l’onda verso il cielo. Avete visto i delfini saltare all’alba? Fanno paura, squali grigi ed enormi nell’acqua, e d’un tratto sono delfini, in aria, a far capriole, rotolarsi su un’onda, respirare come uomo, e non come un pesce. Forse non è così, qualcuno la racconta diversa, ma a noi piace così, per ogni giudizio.
Chi la sa la prima volta d’una puttana? pensa l’uomo del dolorino ammutolito. Chi sa cos’è questo dolore nel fianco? Posa il coltello inutile in tasca.
Forse è andata così, oppure no, aleggia il coro. Non di notte, non al buio, non dietro il bancone dell’osteria, o in una stanza, in un angolo di via, ma in riva al mare, non in una grotta di scogli tra il rimbombo del mare, ma sulla spiaggia aperta, così doveva essere. Un ragazzotto, il primo, un moccioso! Un mozzo di quelle chiatte che fanno la stessa rotta fino allo sfinimento, cariche da traboccare, da un mare all’altro, dal mare all’oceano, vecchie chiatte scricchiolanti, forme di scarponi usati, buttati in acqua. Costeggiano Afriche ed Asie, risalgono fiumi sbuffando. Tagliano spume grigiastre, tra vecchi e donne che si lavano in acqua, tra bambini immobili come mummie, e funerali orientali di veri cadaveri galleggianti, tra foglie enormi come culle, tra rami impigliati in tormenti, carcasse d’animali, e animali che s’abbeverano, tagliano spume di fogna. Sì, uno di quei mozzi segnati dall’acne e dall’ottusità, presi per sempre dall’ottusità del mare, mocciosi che sanno già tutto in mare di uomini e donne della terra. Non ce ne sono più di questi rottami in mare. Non c’è più tanto al mondo. Neppure Aida.
Maledetta la voce del vino, pensa l’uomo del dolorino. Bestemmia tristemente dentro sé, l’uomo è triste come una puttana triste.
Il coro continua. Il mormorio d’osteria fiata, riprende piano. Era uno di quei mocciosi che sanno già tutto, e ne sono già ottusi. Lei invece era una bambina, pronta ad essere la donna, ed il mondo. Dovrà saltare come il delfino. Sempre più in alto, sempre più difficile, avvitando le pinne nell’aria. E noi con lei.
Perciò salterà sopra un uomo, sopra mille uomini, ghigna triste dentro di sé quello del dolorino.
Lui aveva fretta, la sua chiatta è di partenza, lei no, lei non ne aveva, lei invece lo fermava, per capire, provare. Lui ghignava, s’innervosiva, lei scopriva, accarezzava. Lui guizzava come un’anguilla nel pozzo, lei tremava come un banco d’alici in mare aperto. Lui strattonava, si dimenava, lei rallentava, per arrivare e andare più alto, più in là. Lei è il delfino che può volare se vuole, o nuotare se vuole, e conosce d’un tratto mare e cielo, pinne, coda, corpo e cuore di delfino. Nel momento, in quel momento, capite, lui scattò come il pesce più piccolo fugge a quello più grosso, si contorse nell’amo e s’afflosciò come una medusa alla corrente. In quel momento, in quel momento lei invece svettò come il delfino dal mare. Il mare è grande, il mare brulica, il mare non ha confini non ha forma e ragione, il mare è sale, il mare è vita, il mare è morte, mormora dissennato il mormorio d’osteria.
Morte? si risveglia il contro canto in un soffio.
E mentre lei lo fissava, il moccioso ebbe paura, o coscienza, una voglia di scappare. Prese una corrente rapida nella bonaccia, corrente che riga il mare. La carretta di mare scappò, scarpa vecchia, mezzo affogata nell’acqua. Aida invece non fugge, possiede ogni salto di delfino. Noi saltiamo con lei.
La voce di contro canto esce rauca, il suo sangue di vergine perciò ad uno stupido mozzo di nave…
Il suo sangue di donna e di vergine è il mare, c’è un’altra idea, non hai capito, un altro giudizio per Aida. Il coro si distrae ora che è riuscito a spiegare, troppo svagato per restare su un discorso. Accenna un motivetto che non c’entra, lo sciacqua tra le bocche ubriache.
Il contro canto soffia appena, ha imparato allora? Quello che deve sapere una puttana? Tutto quello che c’è da sapere?
Questa volta è il mormorio dell’osteria a spegnersi dove canticchiava, e pian piano tacere nell’ombra.

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