Io, Chiara e l’oscuro (Africa) -2-

Scheda telefonica

Da questa parte del mondo le cose vanno bene, almeno a me, agli altri mica tanto.
Io lavoro, prendo il sole, mangio cibi non identificati, bevo succhi di frutti tropicali, fumo il narghilè, mi lavo il giusto e respiro polvere.
Ci starebbe un “le giornate passano tutte uguali” ma non è così, ogni giorno cambia qualcosa, ma con una lentezza che rende difficile accorgersi del cambiamento. Tre settimane sono veramente poche, sarà perché la qui la concezione del tempo è distante dalla nostra, nessuno ha fretta, non ti stanno addosso (metaforicamente parlando, fisicamente abbastanza… se sei una donna bianca poi sembra che tu abbia la colla…) e l’attesa è parte integrante della vita. Nessuno protesta se c’è da aspettare. E quindi quando chiedi una cosa devi sapere che dovrai aspettare: un’ora, un giorno, una settimana; dipende. Figurati quanto mi ci vuole per abituarmici, io che sono sempre iperattiva.
Ma ho dalla mia che mi adatto facilmente.
Un’altra caratteristica degli etiopi è che ti dicono le cose una per volta. Non essendo riuscita a farlo nella capitale volevo riprovare a comprare una scheda per il telefono: vado quindi alla compagnia delle telecomunicazioni (c’è solo quella governativa, non ci sono quelle private, motivi di “sicurezza”) e, ovviamente dopo un’attesa di almeno mezz’ora, mi dicono che c’è bisogno che porti una fotocopia del passaporto. Va bene, dico io; quindi esco e mi metto in cerca di un posto per fare una fotocopia, ma il caso vuole che nella zona dove sono abbiano tolto la corrente per tutta la mattina, è normale. Con le mie gambette corte ma svelte, quindi, mi incammino verso il cosiddetto “centro città”, che nulla ha a che vedere con il centro della città in cui vivo abitualmente, e finalmente trovo un negozio che ha una fotocopiatrice e persino la corrente elettrica, una evenienza incredibile! Non me la lascio scappare, faccio la mia fotocopia e, visto che è mezzogiorno e il sole picchia, ma forte forte, decido di prendere il taxi collettivo. Il taxi collettivo è un minibus, tipo quelli della Volkswagen dei figli dei fiori, solo che è Toyota ed è bianco e blu (non c’è qui una macchina che non lo sia) a 10-12 posti con un autista e un “controllore”; per capire dove è diretto devi ascoltare attentamente la parola gridata dal cosiddetto controllore affacciato al finestrino mentre il minibus è in corsa. Se il nome assomiglia almeno un po’ alla località dove vuoi andare, allora sali e speri di aver capito bene perché (lì) su nessuno parla inglese. Se invece una volta salito capisci che hai sbagliato, pazienza, avrai perso una mezz’ora, ma che vuoi che sia? Hai tutto il giorno!

© Chiara Pajno, Strada di Mekele, Etiopia

Beh, insomma, faccio un po’ fatica a trovarne uno con un posto libero ma, dopo poco che aspetto, un controllore in transito che mi vede con la mano alzata mi fa segno di salire; a me effettivamente non sembra che ci siano posti vuoti ma lui fa cenno agli altri di spostarsi per farmi sedere e così mi accomodo tra una signora sui 60 (probabilmente meno, ma l’età apparente è quella) con un bastone in mano dal quale pendono tre polli, morti per fortuna, a testa in giù e un bambino fasciato sulla schiena, (che) io ho paura che soffochi e un prete copto di quelli che vivono nelle chiese rupestri, coperto dai suoi drappi bianchi sotto il quale probabilmente si celano strati centenari di sacro lercio, e con la croce ortodossa in mano; mi becco la benedizione, tanto male non fa, o almeno spero, e ripartiamo! Finalmente raggiungo l’ufficio delle telecomunicazioni, passo il controllo per entrare ma l’usciere mi fa segno che sono le sei e mezza, cioè mezzogiorno e mezza per il nostro orario, e che l’ufficio ha appena chiuso; ecco, gli uffici, magari ti fanno aspettare due ore allo sportello, ma negli orari di chiusura sono invece puntualissimi, non sgarrano di un minuto, trovo delle preoccupanti somiglianze con quelli della mia terra…
Decido di tornarmene a casa dove mi aspetta il pranzo preparato dalla nostra cuoca, che sembra uscita da via col vento, se si esclude il fatto che non mi chiama “signorina” e non mi stringe il bustino per farmi sembrare più bella in modo da trovare un marito facoltoso.
Tornerò all’ufficio nel pomeriggio.
Alle due e mezza sono davanti l’ufficio che apre con ben 10 minuti di ritardo, ma io non vengo certo dal nord e quindi non mi lamento. Vado allo sportello, sicura che da lì a poco avrò in mano una scheda con la quale poter stare in contatto col mondo visto che la mia italiana qui non funziona. Sembrava troppo facile: oltre alla fotocopia del passaporto ci vogliono anche due fototessere! Io mi domando perché non me l’abbiano detto prima ma mi tengo la domanda per me, non è il caso di polemizzare e di fare la straniera rompicoglioni. Esco e mi avvio verso il centro dove c’è un negozio di foto che fa anche delle fototessere, non ci sono mica le macchinette “pronte in 3 minuti”. Il caso però vuole che, dal momento che la corrente elettrica venga tolta per metà giornata in zone diverse della città, in quel momento in centro non ci sia la corrente, quindi possono scattarmi la foto ma non stamparla. Mi dico allora “Chiara, stai calma, non è il caso di innervosirti per così poco”, sfodero il mio migliore sorriso al fotografo che posiziona la mia testa per farmi assumere una posa secondo i suoi canoni il più possibile fotogenica, mi fa la foto con una macchina digitale. Passerò a ritirare le foto domattina.
L’indomani mattina vado a prendere le foto e devo ammettere, il prezzo è competitivo, 18 birr, ossia un euro circa per le mie quattro foto artistiche su sfondo azzurro con nuvole e sole, ovviamente posticci. E sorriso indotto dal fotografo che continuava a dirmi “smile, smile”. Adesso non mi manca niente! Non fa ancora tanto caldo e di buon passo in un quarto d’ora sono all’ufficio; i soliti controlli, lascio la macchina fotografica in deposito e vado allo sportello. Mi fanno compilare un modulo con nome cognome, numero di passaporto, visto e decine di altre informazioni secondo me assolutamente superflue, ma le leggi in questo paese non le faccio io. Arrivata a metà del modulo vedo un campo in cui chiedono un numero di telefono; dico quindi alla signorina che io non ce l’ho e lei, in un inglese peggiore del mio, mi dice che bisogna metterlo per forza. Le faccio notare allora con delicatezza che, se sto comprando una scheda per il telefono vuol dire che un numero non c’è l’ho. Lei rimane un attimo interdetta alla mia affermazione, forse nessuno glielo aveva mai fatto notare prima, ma non transige, un numero lo devo scrivere. Con una alzata di ingegno scrivo allora il mio numero italiano che peraltro non funziona e finalmente ottengo questo pezzettino di plastica da infilare nel telefono, evviva!!!! I got it!
Questa piccola cosa fa la mia felicità che però dura poco, il tempo di accorgermi che non posso né ricevere né inviare messaggi e telefonate da e per L’Italia. Beh, posso almeno chiamare l’autista locale perché mi venga a prendere…