In conto letture

Era farsi Autoantologia 1974 – 2011
di Margherita Rimi (Marsilio)

 

margherita-rimi-era-farsi-L-p_6jfK“Ho fatto tanto / per fare una parola / quale oggetto / per praticare il mondo: // Io. Sono. La terapia”. Questi versi possono farci da chiave, una delle tante possibili, per muoverci con delicatezza nel territorio poetico di Margherita Rimi. L’autoantologia Era farsi coglie l’occasione per trarre un primo bilancio della scrittura dell’autrice. Si tratta di testi dove parola e cura, terapia, camminano spesso insieme, sodali, compagne di un viaggio personale fatto di memorie (olfattive: “l’odore dell’arance”, “l’odore di mandarino”, pagine 82-83) affettive e professionali che si compenetrano a vicenda (la Rimi è neuropsichiatra infantile). Daniela Marcheschi, nella prefazione, con mirabile chiarezza e precisione ermeneutica scrive: “Il dettato della Rimi è nitido nel suo articolarsi per anafore, iterazioni e parallelismi di ogni genere, ma anche per montaggi fra giustapposizioni e incroci analogici: «E – sono un libro chiuso / E – rimango chiuso / i grandi hanno grandissimo da fare» (In salvo). La sua poesia conquista il lettore, perché l’Autrice ha la rara capacità di guardare e vedere il mondo dagli occhi stessi dei bambini, un mondo a volte feroce e cinico, di maltrattamenti e di paura, di ferite e di malattia. Eppure dei bambini violati o disabili la Rimi sa cogliere con essenzialità anche tutta la purezza e la forza: la bellezza”. Nel senso di un vero e proprio “giuramento / alla bellezza” (pag. 51), in questo personale inventario poetico, vanno forse lette le numerose dediche e citazioni presenti nel libro, in quel dialogo-scavo, interrogazione in linea col passato e le istanze letterarie universali che, sempre la Marcheschi, indica come ineludibile e necessario nella letteratura contemporanea. L’idea di movimento è tema trainante in numerosi testi, ricorrono infatti treni, rotaie, stazioni, case cantoniere, luoghi di passaggio e mezzi di locomozione. La pendolarità è sinonimo di precarietà e incertezza, l’immagine della circolarità dell’agire serve a parlare del trauma di molti bambini: “Ma i bambini sanno aspettare / senza le madri, le madri / tra il parapetto e il cielo / gambe su gambe su ruote spuntate” (pag.30). Drammi di giovanissime vite umane costrette a precoci meccanismi di difesa nichilisti: “La bambina uccide la bambina” (pag.33), “si difende la ferita: // il grafico dei «non lo so» (pag.26), che corrono dietro a infanzie adulte distratte nel crescere (pag.27). Una poesia a singulti, spezzata, a tratti «destrutturata», come il linguaggio “nudo” infantile, spoglio di astuzie esperienziali, di chi guarda “con gli occhi confusi / sono troppe le domande” (pag.20).  Qui, dove “Tutto è: a capo di / qualcosa che manca” (pag.150), “Troppe parole / abusano di me” (pag.147), “La metafora mette assieme cose / dove non le trova” (pag,167), si perdono le tracce del proprio essere, si cade nella notte psichica (“E non puoi più dirmi che c’è un’altra via. Che c’è / un’altra vita. / Non ho più le prove / e del catenaccio non c’è più la chiave”, La grata), nei mali del soma. Così è “il buio che incoraggia il buio” (pag.76), “Le sere / hanno una prigione” (pag.168), “La notte complica la solitudine” (pag.83), mentre “i bambini imitano i sogni” (pag.81). L’immagine della notte, la luna, l’oscurità,  appartiene a questa scrittura diretta e stratificata, che attinge appunto alle fonti più chiare e simboliche, senza cadere mai in forzature estetizzanti. Una poesia senza alcun manierismo, che introduce anche elementi del lessico clinico con essenzialità adamantina. Il tatto e l’empatia ( “È pure mio / tutto lo spavento tuo / di esistere”, pag.54), uniti a una profonda sensibilità nei confronti dell’Altro (che si riflette come in uno specchio sul linguaggio),  permettono ai testi di Margherita Rimi lo smarcamento dai luoghi comuni, dalla retorica, così frequenti soprattutto quando si affrontano, sia in arte che sul versante scientifico, discorsi di natura pedagogica in senso lato. La migliore poesia è un organismo sempre in grado di riprodursi, dove anche la perentorietà di certe asserzioni (“È sbandamento il tempo”, pag.61), non genera sabbie mobili cognitive, cortocircuiti dialettici, secche immaginative, soprattutto quando a darle linfa c’è l’utilizzo dell’ironia (“Per l’immortalità / ci pensa l’anima / alle plastiche carnali / la metafisica del soma”, pag.60). La Rimi affronta di petto l’esperienza dolorosa del tempo che scorre (come nella splendida poesia dedicata alla sorella, pag.53), la fallibilità della parola (“questa cura storta a questo tempo in piena”, pag.52),  cercando di andare “più in là / di questa inutile sostanza / di questo intento a non finire”.  Al “Secolo che ride” oppone tutta la consapevolezza sicula (“Non dureremo tanto”), di chi è nato da questa madre Pirandelliana, di lucertole e gechi, dove ancora “Una storia deve venire” e sarà Da intitolare chiamando a raccolta le forze di tutti, la responsabilità adulta, perché “Come finisce / se non continui tu”?

 

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