Il quartiere di Maru

Nel quartiere non mancavano di certo gli istituti scolastici. Anzi. Asilo, elementari, medie e Istituti superiori si estendevano nella stessa strada, lastricata con pietra lavica, quella emessa dal vulcano e negli anni solidificatasi, levigata dal tempo.
Nella zona estrema sud si ergeva una chiesa, con una imponente facciata, nella quale gli ordini architettonici si erano alternati nel tempo, arricchita dalle statue della Vergine e dei Santi domenicani e con un’ampia scalinata in pietra nera, anche questa dono dell’Etna, che custodiva all’interno pregiate tele di Alessandro Vasta, Giacinto Platania e Matteo Ragonisi.
A pochi metri di distanza si trovava la Zelantea, una elegante costruzione che dava un tocco signorile a tutta la strada e i ragazzi che tante volte vi avevano giocato seduti sui pochi gradini d’ingresso, in realtà ignoravano cosa fosse. Per loro era un luogo misterioso dove ogni tanto si tenevano dei concerti.
Solamente da adulti essi scoprirono che la Zelantea era una Accademia culturale, una delle più antiche in Sicilia, fondata nel 1671, in seguito denominata Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici.
Potevano farne parte solo persone prestigiose, 30 in tutto, e conteneva circa 2.500.000 volumi, oltre ad incunabili e manoscritti rari.
All’interno non mancava una ricca Pinacoteca, fondata molti anni dopo, che conteneva opere di pittori italiani, siciliani e stranieri e un Museo con reperti archeologici e ceramiche corinzie. Vi si poteva ammirare il busto di Giulio Cesare e il busto di Giuseppe Garibaldi.
Ma la cosa più stupefacente era la carrozza del Senato, intatta, che i ragazzi avevano visto una sola volta, per caso, quando era stata portata fuori per una festività. Vi era custodita inoltre una antica Portantina del Viatico, la statua di Aci e Galatea e lo stemma della Città.
L ‘ edificio, dall’apparenza semplice e discreta, era invece in un elegante stile Neoclassico, realizzato su progetto dell’architetto Mariano Panebianco.
La loro era forse una delle strade più importanti della città.   Ma per i ragazzi era solamente il quartiere dove crescevano e giocavano.
Spesso nelle serate d’estate dopo aver finito di giocare a calcio, a nascondino, con la carriola o con il monopattino, si univano alle donne sedute davanti all’uscio di casa e in cerchio, ascoltavano racconti di fantasmi o storie del tempo passato.
Nel quartiere si conoscevano tutti.
Le donne, finite le faccende domestiche, amavano guardare il micro mondo che scorreva nella strada e godere della compagnia dei ragazzi del quartiere.

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Maru arrivava per ultimo.
Il suo nome in realtà era Mario, ma per tutti era Maru perché nel quartiere si usava parlare in dialetto.
Era un ragazzo nato deforme. Un lato del suo viso era normale, l’altro lato aveva una guancia molto sviluppata che pendeva fino al petto lasciando intravedere un occhio enorme.
I ragazzi non lo prendevano mai in giro, anzi essendo di qualche anno più grande di loro lo consideravano più saggio e lo ascoltavano volentieri.
La sua voce era cavernosa e parlava lentamente, ma questo per loro non faceva alcuna differenza, forse perché le loro mamme avevano inculcato in loro pietà e compassione per lui.
Maru trascinava una gamba come se fosse morta.
Aveva tre sorelle, tutte normali anzi graziose e la sua mamma vedova con tanta pena nel cuore lo curava con amore.
I racconti che si facevano a volte spaventavano i ragazzi perché parlavano di oggetti che si muovevano, di fantasmi, di persone morte che parlavano dall’ oltre tomba. A volte invece i racconti erano divertenti e provocavano grandi risate.
Le donne d‘estate bagnavano il marciapiede con acqua per procurare un po’ di frescura mentre amavano stare ad ascoltare i ragazzi.
Nel quartiere un tipo particolare era l’affittacamere che viveva con il nipote, un tipo magrolino e riservato, affittava camere agli studenti che arrivavano dai paesi vicini. Costei era di bassa statura, tarchiata, non si era mai sposata e a detta degli studenti era molto autoritaria tanto che l’avevano soprannominata “il colonnello.”
Il nipote era di qualche anno più grande dei ragazzi e non si univa mai a loro. Tutti sapevano tutto di tutti e alludendo ai suoi presunti minuscoli genitali gli avevano dato un soprannome che quando veniva pronunziato suscitava irrefrenabili risate.
Un posto importante del quartiere era la rivendita di tabacchi molto frequentata. Era gestita da due donne e prima di loro dalla loro mamma che come tanti aveva un soprannome, era soprannominata “a mustazza” perché presentava della peluria sul viso e dei baffi neri molto evidenti.
Una delle due donne, quella che comandava, siccome aveva un aspetto più gradevole, era intesa come “a Bedda. L’altra, trasandata, con una massa di capelli bianchi incolti, presentava come la sua defunta   mamma, una evidente peluria sul viso e baffi neri. Non usciva mai di casa, stava sempre dietro una porta accostata a spiare i clienti e quando la sorella era assente e doveva occuparsi della vendita di sigarette e tabacchi era molto sgarbata. Tutti la conoscevano come “a Brutta “.

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I ragazzi si guardavano bene dal prenderla in giro, anzi la temevano perché immaginavano che avesse dei poteri che potevano scatenare il malocchio.
Nel quartiere mettere un soprannome non era una cattiveria, anzi era quasi normale perché serviva a distinguere le persone.
Nei caldi pomeriggi d’estate il basolato lavico risuonava delle ruote dei monopattini che sferragliavano veloci, dal rumore delle pallonate dei giocatori, accompagnate da urla e risa. Tanto che un pomeriggio particolarmente rumoroso, un anziano che cercava di riposare, non potendone più, era apparso sulla soglia di casa in mutande, con la cinghia dei pantaloni tra le mani, ma mentre stava per mettersi in strada per inseguire i colpevoli responsabili di tanto baccano, era stato costretto a correre in ritirata perché i vecchi mutandoni dall’elastico allentato, erano improvvisamente scesi, mostrando glutei mollicci e cadenti.
D’inverno quando pioveva e si formavano delle piccole pozzanghere, per i ragazzi era un gran divertimento sguazzare con stivali di gomma nell’acqua, che si andava accumulando provocando degli schizzi che li imbrattavano e che avrebbero scatenato i rimproveri delle loro mamme.
Ogni tanto succedeva qualche eclatante episodio che coinvolgeva tutti gli abitanti del quartiere nelle vicende familiari di qualcuno di loro.
Accadde una notte che il silenzio era stato interrotto dalle grida di una donna che veniva picchiata dal marito, anzi dal terzo marito.
La porta si era spalancata e lei era fuggita nella strada, discinta e dolorante e mentre le vicine erano accorse per aiutarla, il marito si era allontanato nel buio della notte barcollando, visibilmente ubriaco.
Donna Angela, questo era il nome della donna, rimasta per ben due volte vedova, si era sposata per la terza volta. Purtroppo il terzo marito si era rivelato violento e manesco.
A chi le chiedeva come mai si fosse sposata più volte ella parlava di un certo fuoco …
Non era certo una bella donna, era bassa, tarchiata con un enorme seno. Ma aveva qualcosa che attirava gli uomini. Forse quel fuoco …
Consolata e aiutata dalle vicine, era rientrata a casa, contenta che il marito se ne fosse allontanato.
Dopo un po’ di tempo si seppe che un giorno mentre donna Angela era fuori di casa per sbrigare delle faccende, don Alfio, questo il nome del terzo marito, era ritornato a sua insaputa e l’aveva derubata delle poche cose di valore che possedeva.
Donna Angela non era corsa dai carabinieri per denunciarlo, perché lo temeva e in fondo per lei era meglio che se ne fosse andato per sempre.

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Maru viveva tutto ciò e non mostrava di essere infelice per la sua deformità.
Egli arrivava lentamente con il suo corpo oscillante per le deformità, si sedeva in mezzo ai ragazzi e si preparava ad ascoltare intervenendo con giudizi assennati che venivano accolti volentieri.
Il tempo passava e Maru era sempre presente nel gruppo anzi nessuno pensava mai che Maru potesse allontanarsene giacché egli era il collante, colui che dava un senso allo stare insieme.
Ora accadde che per po’ di tempo Maru non arrivò più come al solito per unirsi al gruppo e la sua assenza faceva aleggiare una sensazione di vuoto indefinibile, come una premonizione di perdita perché i ragazzi gli volevano bene anzi avvertivano che la sua presenza era importante. Allora cominciarono a cercarlo, ma nel quartiere nessuno sapeva dare risposte alle domande che i ragazzi facevano con insistenza.
La casa dove aveva vissuto era chiusa, non c’era nemmeno la sua mamma.
Che fosse scomparso come nei racconti fantastici che avevano tante volte ascoltato? cominciarono a pensare.
I giorni passavano pur tuttavia i ragazzi rimanevano in attesa, speravano di vederlo arrivare d’un tratto, volevano stare con lui.
Ma Maru non arrivò.
Nessuno seppe mai perché fosse scomparso, così, all’improvviso.
Purtroppo con Maru, se n’era andato anche il mondo in cui avevano vissuto. Un mondo dove i sentimenti di affetto, di rispetto, di comprensione e di aiuto reciproco erano la normalità di una vita che non sarebbe stata mai più la stessa.
Il bullismo, la violenza, l’arroganza, gli stupri erano cose di altri tempi, a venire.
Maru non sapeva cosa fossero. Non poteva saperlo perché i ragazzi del quartiere non lo sapevano neppure.

Iole Trovato