Il paradigma di Ladany, ovvero chi si ferma è perduto*


DINAMICA DELLA MEMORIA

 

 

 

 


 
ladany

Da un po’ di tempo mi stavo chiedendo quale potesse essere il modo migliore per trasmettere a un bambino una verità non convenzionale, una verità, cioè, che non sia controllata dall’oblio, riguardo a un passato sgradevole, quello che, il più delle volte, i genitori, rifiutandosi di crescere, decidono di rimuovere per preservare i figli da possibili rischi. Poi, mentre leggevo Cinque cerchi e una stella, il libro che Andrea Schiavon ha dedicato alla vita di Shaul Ladany (ebreo di Belgrado, sopravvissuto alla Shoah, docente universitario e atleta olimpionico della 50 chilometri di marcia per Israele, alle Olimpiadi di Città del Messico, nel 1968, e di Monaco di Baviera, quattro anni dopo), mi sono venute in mente alcune pagine di Franco Fortini su Memoria e oblio e, infine, ho avuto modo di riflettere sulla distinzione operata da Marcel Proust tra memoria volontaria – che, semplificando, si potrebbe chiamare ricordo – e memoria involontaria – fatta di totalità ineffabili, frammenti memoriali da contemplare in uno stato sospeso di incoscienza.
Cosa accadrebbe, mi sono chiesto, se l’atto di ricordare (che, dice Fortini, consiste nel «formulare verbalmente la storia che conosciamo, di noi e degli altri»)[1. F. Fortini, Memoria e oblio, in Id., Non solo oggi. Cinquantanove voci, a cura di P. Jachia, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 159.] fosse sostituito da una semplice gestione degli episodi di memoria involontaria che, così, sarebbero adibiti a «piccoli cerimoniali dell’angoscia […] a forme degradate di mistica, [a] consolazioni di melodie private»[2. Ivi, p. 158.]? Tale cultura del nullismo, che è ciò che oggi vige, l’avrebbe vinta perché si vivrebbe in una realtà nella quale il ricordo, espropriato, lascerebbe spazio a un mondo di adolescenti e di schiavi; all’interno di questo l’oggetto, cioè il ricordo inteso come strumento attivo e parziale, verrebbe soppiantato da una dimensione metaforica che Fortini (riferendosi a Proust) definisce estetica, fatta dellefigurazioni culturali intere della memoria involontaria, che renderebbe impossibile ogni comunicazione tra padri e figli. Per impedire che ciò avvenga è necessario che padri e figli combattano fianco a fianco, in modo che i primi facciano emergere nei secondi il desiderio di andare al di là di quel che la vita sta comunicando loro, servendosi di un’impressione che, per pulsazioni e soprassalti, si allontana inesorabilmente dall’oggetto, dalla materialità.
È stato proprio mentre riflettevo su questo che, scorrendo le pagine del racconto della vita di Ladany, mi sono reso conto di quanto fosse centrale in essa la volontà di recuperare quell’oggetto; d’accordo, sconfessando la propensione di Proust e di Benjamin per la memoria involontaria (come, d’altronde, aveva già fatto Fortini), ma accordando un’importanza capillare alla fatica del ricordare, all’impegno necessario per tenere sempre affilato tale strumento. Così, ho provato a considerare la vita di Ladany alla luce di due concetti che sembrano riguardare, prima di ogni altra, la sfera semantica dello spazio, per cercare di capire meglio la direzione che essa ha preso o, perlomeno, per arrivare a comprendere uno dei principi concreti che ne ha regolato il corso. Si tratta di un principio che, per il suo ordine ferreo, granitico, si è fatto ben presto paradigma: è proprio questo che, a sua volta, consente di conservare una forma di giudizio privato, personale, versandolo nell’oggettualità di tutti, – direbbe ancora Fortini – nella memoria del giudizio storico[3. Cfr. ivi, p. 154.]. L’aporia di Ladany prevede che nel suo paradigma esistenziale persista l’idea di una realtà percorsa che non si nutra di sogni e di illusioni e che non ecceda mai gli elementi fattuali della storia.
Quali sono questi due concetti? Da un versante, bisogna considerare quella porzione di territorio chiamata campo: esso è dotato di un assetto politico e giuridico autonomo; e però è anche, direbbe Giorgio Agamben, uno spazio dislocato, che non conosce tempo ed è in ogni luogo; è un territorio che precede la normalizzazione di uno stato d’eccezione permanente. Il campo è l’avamposto visibile e localizzabile del processo nazista di globalizzazione del terrore. Ciò significa che esso si estende ben oltre i suoi limiti spaziali arrivando a riguardare per diversi anni l’intera dimensione biopolitica mondiale. Il campo durante il nazismo è, come è noto, ovunque. L’emblema del campo, la sua chiave e il suo arcano, è il Muselmann, il morto vivo; colui, cioè, che è stato privato di ogni marchio di umanità e, fiaccato da ogni genere di aggressione e tortura, ha smesso di interagire con l’ambiente circostante. Egli, come un cadavere ambulante, è ignorato dagli altri prigionieri ed è condannato ormai a morte: vaga per il campo, muto, senza meta e senza tempo.
schiavonCome sfuggire, dunque, all’efficacia di uno stato, a metà tra la vita e la morte, che pervade la matrice stessa dell’essere umano? Come sottrarsi a una deriva di silenzio e di inerzia? Shaul Ladany lo fa, marciando, in un modo semplice e impegnativo. Si perviene così al secondo concetto cardine della sua vita: quello di strada o, se si vuole, di movimento. La reazione di Ladany alla disumanizzazione dell’occidente moderno operata dai nazisti consiste nel muoversi, nel riprendersi la vita – come spiega, a più riprese, in Cinque cerchi e una stella –. Lo fa mediante una dynamis tutta sua, fatta della maturità dell’atleta e della freschezza dello studioso[4. Ladany è stato professore di production management alla Columbia University, ha insegnato per cinque anni business administration a Tel Aviv e, dal 1975, si è trasferito alla Ben-Gurion University a Beersheva, dove ha concluso la sua carriera. La sua ricerca scientifica ha riguardato anche le tematiche dello sport; tra i tanti titoli disponibili, si vedano, ad esempio, i seguenti articoli: S.P. Ladany, Optimization of Pentathlon Training Plans, «Management Science», vol. 21, n. 10 (Jun., 1975), pp. 1144-1155, S.P. Ladany, J. Singh, On Maximizing the Probability of Jumping Over a Ditch, «SIAM Review», vol. 20, n. 1 (Jan., 1978), pp. 171-177, M. Hersh, S.P. Ladany, Optimal Pole-Vaulting Strategy, «Operations Research», vol. 37, n. 1 (Jan.-Feb., 1989), pp. 172-175. Si consideri anche il volume Management Science Applications to Leisure-time Operations (North-Holland, Amsterdam 1975) ele curatele Management Science in Sports, (con R.E. Machol e D.G. Morrison, North-Holland Publishing Co., Amsterdam/TIMS, New York 1976) e Optimal Strategies in Sports, (con R.E. Machol, North-Holland Publishing Co., Amsterdam e Elsevier, New York 1977).]: è così che Ladany, sottraendosi allo statuto senza tempo del campo, incalza la vita stessa ogni volta che qualcosa (le SS a Bergen-Belsen, Settembre Nero a Monaco di Baviera o i giordani in Israele) torna ad allontanarlo da essa. Dunque, lo sforzo di questo ‘re della strada’ non è soltanto fisico[5. King of the Road. The Autobiography of an Israeli Scientist and a World Record-Holding Race Walker è il titolo della sua autobiografia (Gefen Publishing House Ltd., Jerusalem 2008).]: è anche emotivo e intellettuale.
Marciare per metabolizzare non significa affatto – è facile intuirlo – dimenticare; vuol dire, piuttosto, ricordare, rivivere. È un processo di sublimazione che, con un paradosso soltanto apparente, consente a Ladany di convivere con «orrori, ferite e mutilazioni»[6. A. Schiavon, Cinque cerchi e una stella cit., p. 89.]; gli consente, più propriamente, di intuire se stesso nel tempo: e, come si sa, il tempo non è che la struttura essenziale della soggettività. Il suo, Ladany, lo misura in passi, in battiti cardiaci, in giri di pista, magari nel numero di chilometri che mancano al successivo rifornimento. A forza di camminare, Ladany elabora e perfeziona uno stile proprio (di marcia e di soggettività), una strategia di vita in continuo movimento volta a produrre un effetto di concretezza, di tangibilità; un qualcosa che, pur nella sua incrollabile dimensione pragmatica, conserva – ed è questo il punto – un aspetto poetico. Ma non si tratta di quel compiacimento estetico di cui si è parlato all’inizio, della figurazione culturale romantica, compassionevole e feticistica di un magma interiore; è, piuttosto, la poesia del ricordo: essa è fatta di traumi e di soprassalti, ma non sceglie mai il cammino dell’angoscia o della nevrosi; si versa, invece, nel corpo, nel calcolo razionale, nella scelta di un percorso, negli scatti della volontà. Quando praxis e poiesis si ritrovano legate l’una all’altra in un simile rapporto di quasi indistinzione, è allora che è possibile ritrovare quell’impulso umano così a lungo offeso durante l’esistenza di Ladany; quella spinta che, marciando con lui, tanto sarebbe utile per raccontare l’orrore a un bimbo, superando, così, quella congenita impossibilità di farlo.

 

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* Si riporta il testo della presentazione del volume di Andrea Schiavon, Cinque cerchi e una stella. Shaul Ladany, da Bergen-Belsen a Monaco ’72 (Add editore, Torino 2012), tenuta in occasione della Giornata della Memoria organizzata dall’Università della Calabria (Sala Stampa dell’Aula Magna, 24 gennaio 2013).

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