Il centenario della nascita di Capa, fotografo della libertà

 

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Due recenti libri sul più importante fotografo della guerra. Uno l’ha pubblicato l’editore Contrasto (dicembre 2012): Robert Capa. Tracce di una leggenda. Duecentotrenta pagine scritte da Bernard Lebrun e Michel Lefebvre, che affermano: “Cinquantanove anni dopo la morte l’opera e la vita del fotografo ungherese naturalizzato americano sembrano le tombe dei faraoni: ce n’è sempre una da esplorare… Il mondo era il suo territorio di caccia: e lo ha cosparso di segni, tracce, foto, pubblicazioni, amici e nemici”. Dagli anni di rifugiato ungherese a Parigi, a quelli della Guerra Civile spagnola, da corrispondente della Seconda Guerra mondiale al conflitto arabo israeliano del 1948 e all’Indocina dove muore al seguito delle truppe francesi ucciso da una mina, la sua vita avventurosa mescola storia e mito. La foto che lo ha reso celebre è quella del miliziano colpito a morte in Spagna. Pare sia stata scattata con una Leica: e questo ha generato la leggenda del suo indissolubile legame con quella macchina fotografica. In realtà ne usò altre, come la Contax e soprattutto la Rolleiflex per il formato 6×6.

Di Robert Capa ricorre a ottobre il centenario della nascita. Una mostra fotografica al Palazzo reale di Torino lo ha celebrato dal 15 marzo al 14 luglio. I due giornalisti francesi autori dell’ultima biografia che lo riguarda, si soffermano sui momenti della sua vita a Parigi e sullo sbarco in Normandia: decisivo per le sorti del Secondo conflitto mondiale e per la liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Solo pochissime righe – ed è una lacuna dell’opera – vengono dedicate allo sbarco degli Alleati in Sicilia. Che Capa seppe ben documentare con il “vil mestiere della lastra”. Così Alberto Savinio definiva il mestiere del fotografo. E c’era in questo suo giudizio l’ostilità quasi prevenuta del pittore per i nefasti della fotografia: “regina della plebe che tanti bei progressi aveva fatto fare al cinismo”.

L’altro libro su di lui, Robert Capa mi ha detto, è di John Morris che del fotografo è stato amico e collega. Oggi Morris vive a Parigi e fa il corrispondente per il National Geografic. Come Capa, anche l’autore di questo libro ha dedicato la vita alla fotografia. È stato pure giornalista del New York Times, del Washington Post e responsabile della redazione di Londra della rivista Life. Ma crediamo che la sua esperienza più bella sia stata quella di direttore esecutivo dell’Agenzia Magnum. Una Società Cooperativa per tutelare il diritto d’autore dei fotografi e per renderli più autonomi nel lavoro. Non più costretti a rispettare gli spazi imposti dalle riviste, ma liberi di pensare i propri reportage sulla dimensione del libro o della mostra. Non più costretti a vedere le proprie foto diventare proprietà di chi le pubblicava. L’Agenzia è stata fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodger. Ognuno di loro scelse una parte del mondo dove svolgere il proprio lavoro. Cartier-Bresson e Rodger partirono rispettivamente per l’Oriente e per l’Africa. Seymour si occupò dell’Europa; e Capa dell’America, della sua scalcagnata provincia soprattutto, ma pronto ad andare in ogni parte del mondo dove erano necessari la sua presenza e i suoi scatti.

Non manca nel libro di Morris il racconto dei momenti di vita e di svago, fuori dall’obiettivo, trascorsi con il fotografo che sapeva essere sempre in prima linea. Con passione e coraggio.