Il castello di Leucatia

Ovvero una Fata Morgana del XX secolo

Questo è il titolo della brochure che ebbi in omaggio presso la sala della biblioteca “Rosario Livatino” dalla graziosa ragazza che ci accolse in occasione della visita alla “Mostra dell’Artigianato” ospitata nel Castello nei giorni antecedenti il Natale del 2012.
Erano circa le quattro di sabato pomeriggio, io e Laura sapendo della mostra avevamo deciso di andare a visitarla.
Il Castello di Leucatia è vicino a casa mia, ad un centinaio di metri o poco più. Elemento questo rilevante, perché fuori era una fredda, grigia giornata di dicembre e pioveva a dirotto.
«Piuttosto che restare chiuse in casa, si poteva ben affrontare il temporale, che intanto probabilmente aveva già formato una sorta di torrente tra il ciglio della strada e il cancello d’ingresso, nonché grandi pozzanghere nel cortile antistante l’accesso al Castello», ci eravamo dette con ironia, pensando a quello che solitamente capita nel quartiere nelle giornate di pioggia.
Ricordo che d’improvviso il portone principale del Castello venne spalancato dall’interno violentemente e che continuò a cigolare per un po’ prima ancora che arrivassimo alla soglia, nel mentre saltellavamo tra una pozzanghera e l’altra per evitare di inzupparci i piedi.
Una giovane snella e dai folti capelli bruni aveva fatto capolino ridendo fragorosamente in contrasto con quel suo visetto pallido e delicato. Se ne stava sull’uscio, immobile, come se ci avesse atteso.
Il nostro sguardo stupito si posò subito sullo strano abito di pizzo bianco che l’avvolgeva sino al collo. Pensai subito ad un costume in pendant al tema della mostra e lo stesso pensiero attraversò pure la mia amica, come lei stessa mi confidò più tardi.
Eravamo cadute anche noi nel pregiudizio di guardare l’abito che indossava, piuttosto che stare a sentire quello che aveva da dire quella strana ragazza. Fosse stato un uomo forse sarebbe accaduto il contrario!
«Sono Angela, vi guiderò per questo Castello», disse. «Non ci sono altri visitatori. Chiudete la porta, se desiderate entrare. C’è corrente!»  Ubbidimmo e chiudemmo la porta. Poi la seguimmo.
Davanti a lei si apriva una stanza ampia e lunga, leggermente in penombra sul fondo. Alle pareti c’erano lunghi scaffali, zeppi di libri d’ogni formato e dimensione. Diversi stavano accatastati in piccoli mucchi sui lunghi tavoli adiacenti, contornati da alcune sedie in legno, mentre sul fondo della stanza, vicino alla finestra laterale spiccava una grande poltrona in pelle nera.
Si diresse con passo spedito e sicuro in quella direzione e prelevò le due brochures.
«Una donna», disse, «deve imparare ad indossare scarpe comode per aver passo spedito e calpestare delusioni e dispiaceri. Non sempre le pozzanghere posso essere evitate. A volte esse devono essere attraversate per poter arrivare all’asciutto. O perlomeno, è quella scintilla di follia che talvolta noi donne abbiamo dentro che ci fa pensare che possiamo arrivarci».
Io avevo guardato il suo vestito e lei mi aveva denudata con poche parole!
Non sapevo bene che cosa fare, restai semplicemente li senza muovermi, poi presi dalla borsa i miei occhiali ed incominciai a leggere…
Assomiglia ad una Fata Morgana medioevale questo romantico castello in stile neogotico costruito nel 1911 che spicca nel paesaggio urbano del quartiere Barriera-Canalicchio a Catania. Sorge sui ruderi di un grande tempio pagano dedicato a Leucotea ( Λευκοθέα), la Dea bianca che nella mitologia greca era la dea del mare che aiutava i marinai in difficoltà, a poche centinaia di metri dalla omonima Timpa in un territorio abitato sin dall’età del bronzo (circa 4000 anni fa), come testimoniano le numerose grotte di scorrimento lavico già oggetto di studio, sul finire dell’800, degli illustri  archeologi Adolf Holm e Paolo Orsi, e che sembra essere il risultato dell’erosione marina e di colate molto fluide che invadevano, colmandole, le incisioni idrografiche esistenti, giungendo fino a mare. Il Castello di Leucatia presenta eleganti archi a sesto acuto, sottili torrioni, volte a crociera ricche di ornamenti: come era stato nello stile gotico nel suo momento di massimo splendore. Ma in questo caso, come per altri simili edifici, costruiti tra il XIX e gli inizi del XX secolo, sparsi ovunque in Italia, si può parlare di “eclettismo”, termine che indica per un verso la tendenza al sincretismo di vari elementi e stili architettonici, ripresi dal passato o dal presente, o ispirati a culture e tradizioni diverse e lontane, dato il periodo di grandi viaggi e di assidui contatti (coloniali e non solo) con tradizioni distanti ed esotiche; ma vi sono anche elementi legati più banalmente al particolare temperamento del committente, un ricco commerciante della famiglia Mioccio, desideroso di personalizzare in qualche modo la propria dimora, manifestando l’orgoglio per le proprie origini ebraiche nelle decorazioni di stelle a sei punte che si trovano lungo i merli dei torrioni del Castello. L’imponenza delle sue torri ricorda un castello quattrocentesco, eppure quando si arriva ai suoi piedi sono la delicatezza e la grazia delle sue decorazioni a catturare lo sguardo, a “scardinare” la massa muraria, così come vuole lo stile liberty, che fondendosi negli elementi gotici rende tangibile l’intento di fermare dentro una dimora ogni ambizione di prestigio da assicurare al nucleo familiare in una terra che aveva saputo assicurare solidità economica. Invero il Castello non è stato mai realmente abitato. L’originario proprietario lo avrebbe fatto costruire per offrirlo in dono alla figlia primogenita Angelina, promessa in sposa contro il suo volere ad un noto professionista catanese di quasi trenta anni più vecchio; ma fu costretto a sospendere i lavori a seguito della morte della ragazza a quell’epoca appena diciannovenne. Un mistero irrisolto avvolge la morte della giovane e si vocifera che sia morta in seguito a suicidio, lanciandosi nel vuoto dal terzo piano del Castello, nell’estremo rifiuto di vivere una vita che non le sarebbe mai appartenuta in una società fortemente patriarcale, come quella siciliana di inizio Novecento. Fu allora che il padre, venduto l’edificio non ancora ultimato, decise di “imprigionarla” per sempre. Fece edificare nel cimitero monumentale di Catania una lussuosa cappella nella quale fece tumulare, chiuso in una teca di cristallo, il corpo imbalsamato della figlia, scegliendo beffardamente un abito nuziale come capo mortuario. Purtroppo, date le insistenti voci secondo cui un fantasma sarebbe stato avvistato in varie occasioni nel torrione centrale, di lamenti e di urla che provenivano da quella originaria costruzione, il nuovo proprietario fu condizionato a tal punto che interruppe i lavori di ripristino già avviati. Durante la seconda guerra mondiale fu requisito dalle forze tedesche diventando una sorte di roccaforte antiaerea. Ebbe, però, la fortuna di non subire i danneggiamenti toccati ad altri edifici vicini, cosicché la sua esistenza continuò tra alterne vicende fino ai nostri giorni, ovvero fino al 1960, anno in cui il Comune ne deliberò l’acquisto. Il Comune, tuttavia, nei quarant’anni successivi non mostrò interesse alcuno per questo Castello, per cui nel corso degli anni divenne incontrollato rifugio di scapestrati e vagabondi. Solo all’inizio di questo millennio, finalmente, l’Amministrazione Comunale si è assunta la responsabilità della ristrutturazione, cosicché l’edificio è stato radicalmente rimesso a nuovo e dal 2001 è stato destinato a Biblioteca e Centro Culturale.”
Intanto che avevo letto in fretta, ero come turbata. I miei passi la seguivano di stanza in stanza, anche ai piani superiori. E mentre Laura continuava a rivolgerle domande, io ero altrove.
Ci congedò quasi un’ora dopo il nostro ingresso e nello stringermi la mano, mi disse piano «Sento che lei ha la mia stessa pericolosa passione per i libri. Ho letto qualche giorno fa, proprio tra queste mura, l’ultimo mio libro. Mio padre me lo ha portato da Torino. Povero papà, pensava che Amore e ginnastica di De Amicis fosse un volumetto per signorinelle! Eppure gli uomini un po’ lo sanno che “una ragazza è sempre un mistero; non c’è che fidarsi al suo viso e all’ispirazione del proprio cuore”, ma non sono disposti ad accettarlo senza la presunzione di dominarla».
Pensai a quello strano incontro tutta la sera e l’indomani tornai al Castello da sola, desiderosa di confrontarmi ancora con quella meraviglia di ragazza che aveva detto alcune cose essenziali e che mi aveva salutata in maniera non banale, citando a memoria un buon libro, che comunque non appartiene al novero delle grandi opere della letteratura italiana.
Chiesi ai diversi impiegati presenti, tutti affaccendati in vario modo. Nessuno sapeva di lei.

                                                                                                                                       Marisa Liseo