Covid-19 Bergamo

Aveva creduto di essersi abituato a vedere la porta del reparto aprirsi e barelle entrare, poi barelle… e altre barelle accompagnate da infermieri di cui a stento si vedevano solo occhi stanchi, dietro i dispositivi di protezione, presidi che coprivano il personale sanitario tanto bene da impedire di riconoscersi fra loro. Molti, cercando il coraggio di continuare a trascinarsi in quel teatro di carneficina, si facevano scrivere i nomi sulla tuta bianca, con infantili tocchi d’allegria, aggiungendo cuori, il verso di una canzone (sempre la stessa), o una frase (sempre la stessa).

“Bella ciao”, per ricordare che essere italiani dovesse restare un vanto, una forza, nonostante ciò di cui ci si stava facendo pionieri rispetto all’intero mondo.

“Andrà tutto bene”, nell’ebete speranza che, da questo stato di disgrazia, ci si potesse risollevare più forti.

Ma ogni giorno era peggio e dalla paura, la stanchezza, l’angoscia, si era passati al burn out, quella meschina forma di depressione strisciante, sottile, che demotivava a tutti i livelli gli operatori sanitari, schiacciati dalle continue e strazianti sofferenze a cui erano costretti ad assistere ogni giorno, fino a quando l’indifferenza più gelida non li portava a distaccarsi emotivamente dal paziente e dal lavoro.

Ebbene, sì, anche a lui era successo, lo ammetteva.

E aveva creduto di essersi abituato alle maschere viola di cianosi su gente ignota e anche conosciuta; uomini, donne e ragazzi, anziani e giovani, piegati in due dalla spossatezza, pur nel tentativo di bere aria, che sembrava uccidere invece di salvare, scivolati a terra, o seduti coi globi oculari di fuori e la bocca spalancata incapace di emettere suoni diversi da un respiro asmatico. Oppure tosse, dispnea, perdita di coscienza, arresto cardiaco. Morte.

Morte. Morte.

Molti, giunti in reparto, spiravano dalla barella al lettino di terapia intensiva, altri in piedi cadevano a terra come vespe colpite dal veleno, freddati da una malattia che sembrava beffarli.

Ma la maggior parte ci metteva molto tempo, settimane, qualcuno anche un mese, torturato non solo dal morbo, ma anche dalle terapie, con quel marchingegno che loro, medici, erano costretti ad applicare come ventosa, stretto attorno alla base del collo per creare pressione sufficiente ad ossigenare polmoni che non ne volevano sapere di respirare.

Perché gli alveoli, sotto quel complesso sistema di cellule del parenchima che serviva per cedere anidride carbonica e ricevere ossigeno, si intasavano, riempiendosi di trombi, il sangue non vi circolava e gli scambi gassosi non potevano più avvenire. Le cinghie che venivano strette sotto le ascelle per potenziare l’aderenza del casco al collo, inoltre, causavano altri trombi, poiché rallentavano la circolazione degli arti superiori. Questa condizione, unita alla reazione autoimmunitaria scatenata dal virus nei piccoli vasi sanguigni, che colpiva soprattutto l’apparato respiratorio, ma anche altri organi, fra i quali il cervello e il cuore, provocava il rapido consumo dei fattori della coagulazione, in mortali reazioni a catena che portavano anche a emorragie incontrollabili.

L’unica era, quando bastava l’anestetico, tenerli addormentati, preservando quanto più possibile il sistema nervoso dai danni dell’ipossia e dallo stress del malessere. Era tenerli addormentati per non vederli patire, tenerli addormentati per non far sapere loro quanto stessero soffrendo. L’unica era trasformare le persone in organismi da studiare in moltitudini di esperimenti, per trovare quanto prima la cura più adatta, sperando che qualcuno avrebbe avuto quell’intuizione geniale che avrebbe risolto il problema.

Per questo con altri medici avevano creato una chat di discussione che era diventata sempre più numerosa, forse la chat di medici più numerosa che fosse stata creata in Italia.

Ma a nulla era valso: quelle persone trasformate in oggetti da studiare erano state solo qualche volta aiutate dai cocktails di farmaci sperimentati… Così i morti avevano continuato ad avvicendarsi a decine e, nei giorni, a centinaia.

L’approvvigionamento dei farmaci non era stato sufficiente, le macchine per intubarli erano carenti, rispetto alle esigenze, e si decideva numerose volte chi tentare di salvare e chi dimenticare, lasciandolo a sopportare l’inferno senza assistenza e senza parenti. E il più delle volte erano coloro che avevano minor possibilità di superare la malattia, i più anziani, i più deboli, a essere sacrificati.

Sempre che non fossero individui influenti. I parlamentari, i dirigenti più alti in carica, o i personaggi pubblici, per esempio… quelli… non potevano essere messi da canto… e passavano prima di altri anche molto più giovani.

Un po’ il dottore era stato confortato dalla certezza che, una volta attaccato al ventilatore e occupato un letto, nessuno avrebbe potuto strappare via il paziente che vi era stato ricoverato, neanche se fosse appartenuto ai massimi sistemi. E quegli uomini, tutti, erano stati nelle sue mani, perché niente, a parte il decesso o la guarigione, avrebbe potuto levarglieli. Solo di questo si era nutrito, durante le stremanti giornate, che stavano facendo piangere le infermiere e disperare i colleghi: si era dissetato della coscienza che, se lui era stato messo lì, era per occuparsi della vita o della morte di quei precisi organismi. E ciò che era successo oltre la porta della terapia intensiva non era stato affar suo.

Fino a quando non aveva ricevuto quel messaggio accecante come una folgore, il messaggio che gli rivoltava contro l’unica attuale bandiera, il messaggio di sua sorella su WhatsApp che, mentre lui era stato assorto nella scelta fra l’aumentare la dose dell’antitrombotico, o sparare in vena all’ultimo arrivato il cortisone in dosi massicce, aveva lanciato un “bip”, quello diverso, quello che indicava i messaggi inviati dalle persone per lui importanti. Il “bip” lo aveva portato al movimento più automatico che coatto di prendere il cellulare per accenderne il dispaly, cliccare sul nome Floriana evidenziato in blu, leggere.

Annaloro è stato contagiato. È da voi in pronto soccorso. Pare gravemente ammalato! Fai qualcosa, ti prego! Mi hai detto che siete sempre saturi! Non lo lasceranno passare!

Aveva creduto, sì, di essersi abituato… ma era stata solo illusione, perché a questo non aveva pensato e a questo no, non si sarebbe abituato.

Annaloro non era un qualsiasi collega, ma il talento che aveva salvato sua sorella dal cancro, trovando la cura perfetta in una situazione disperata, dove tutti gli altri chirurghi ne avevano solo peggiorato il quadro clinico. Era il suo compagno di viaggi avventurosi nei luoghi più impervi del mondo. Era l’uomo che aveva trovato il coraggio di praticare contro legge l’eutanasia alla loro madre, quando, distrutta da un ictus devastante, avrebbe dovuto vivere in stato vegetativo chissà per quanto tempo, ma era anche l’unica persona con cui lui fosse mai riuscito a confidarsi… fino alle più recondite, proibite idee.

Non poteva succedere a lui! A lui NO!

Pur mantenendo la regolare distanza di un metro, il medico si avvicinò come un robot all’infermiera di turno. Sentiva il proprio fiato sospeso, i nervi a fior di pelle. “Torno fra poco. Somministri i farmaci come da protocollo”.

Non badò alla donna, intenta a ricordargli che uscire significava ripetere le lunghe procedure e sprecare dispositivi di protezione già carenti, infatti non aveva intenzione di lasciare il reparto. Prese laringoscopio, tubo di Murphy, cannula e pallone Ambu.

A costo di ventilarlo manualmente per un intero mese, non avrebbe abbandonato il proprio amico. Comunque, prima o poi, si sarebbe di certo liberato un posto, forse in tempo!

Rapidamente uscì dalla terapia intensiva e avanzò nel corridoio, dove i pazienti restavano da soli ad asfissiare sul treno di materassi riversi per il pavimento ai lati del passaggio, e li guardò, sapendo che nel mondo per ognuno di loro c’era certamente qualcuno che stava penando come stava penando lui per l’amico. A uno a uno li superò colpevole, poiché li avrebbe lasciati morire tutti, abbandonandoli come frutta marcia per salvarne uno solo, l’unico di cui gli importava. Li evitò: l’anziano col naso rosso grondante muco che non aveva più dove asciugarsi, l’uomo di mezza età che allungava appena la mano verso di lui, l’altro che si irrigidiva sotto convulsioni febbrili, la vecchia col seno di fuori perché si era spogliata, credendo che le servisse a respirare meglio e, quando incontrò finalmente gli occhi giusti, erano iniettati di rosso, quando riconobbe la bocca giusta, da essa lui si era strappato la mascherina che teneva stretta nella mano sul petto come a volerlo graffiare,

la bocca dalle labbra nere…

allora sì che gli si precipitò vicino con in mano gli arnesi necessari…

Ma quello lo fermò con un gesto deciso.

Non poteva parlare, non aveva fiato, ma poteva ancora muovere le mani e gli occhi.

Fra loro due passò un’infermiera quasi correndo, ma bastò un istante per dare al medico l’impressione che, da prima che quella passasse a ora, Annaloro fosse già peggiorato.

Gli indicava una donna sulla trentina che implorava aiuto solo con lo sguardo. Una donna certo più giovane di loro, ma una donna qualsiasi, una donna senza nome.

Non seppe mai se Annaloro lo avesse riconosciuto, ma fu più forte di lui obbedire. Mentre le guance gli si riempivano di lacrime, il medico intubò la malata sotto le attenzioni del migliore amico che, pur tormentato dalla fame d’aria, sembrava volergli dire che stesse facendo la cosa giusta.

Con le mani che, per la prima volta dall’inizio dell’epidemia, tremavano, con la testa che roteava, il dolore che gli stringeva la gola come un cappio, lo stomaco che gli si girava sotto il cuore impazzito, il medico salvò la sconosciuta, mentre vedeva un caro morire. Soffocare.

E non fu veloce. Piano piano il febbrile panico, dovuto alla mancanza d’aria, venne sostituito da una fredda stanchezza, fino allo sfinimento, alla disperazione.

Il medico comprese in quell’istante che anche la roccia più resistente poteva essere scalfita e che da quel giorno nulla per lui sarebbe stato uguale.

Fu d’impulso che, mentre ventilava la donna, sudando come disperato, si levò la mascherina e la visiera bagnate di lacrime e si voltò verso Annaloro che aveva le pupille ancora puntate su di lui, pupille che, comunque, non avrebbero più potuto riconoscerlo.

Marcella Argento