Il veglione

Quest’anno il dottor Fresconi non aveva voglia di festeggiare: gli era morta la moglie e sparita la gatta e si sentiva solo.

Non aveva più bizzarre idee nella testa e si sentiva giù di corda, senza slancio: avrebbe voluto andare a letto presto e dimenticare tutto, senza pensare minimamente ai festeggiamenti per l’anno che finiva.

Lo innervosivano quegli inutili botti sparati da mocciosi per strada che lo facevano spaventare: si sentiva braccato, stretto d’assedio da uno stuolo di megere che volevano ridere alle sue spalle.

Per questo aveva disdetto l’invito della contessa Cornetti, perché sapeva che si sarebbe annoiato e si sarebbe rimproverato di non stare nella sua tranquilla cameretta a riposare, riprendersi le forze per un anno pesante che stava passando.

Al primo rimbombo delle campane che annunciavano la festa aveva risposto con una litania di maledizione, ma poi al ricordo della buon’anima di sua moglie, che non mancava mai di essere allegra in quelle occasioni, si era calmato e si era diretto con rassegnazione verso il desco, dove lo spettavano gli amici, impazienti di festeggiare.

Ma cosa festeggiare? La morte che incombeva? L’incapacità di amare che non lo abbandonava? La sua eterna pigrizia? Diede un’occhiata di disgusto alle vivande apparecchiate e decise che non avrebbe mangiato neppure un grissino, irritato dal pensiero di tutto quel ben di dio sprecato, consumato freneticamente dagli ingordi commensali in qualche minuto, solo per sentirsi un po’ vivi, quando lui li giudicava morti sepolti, con lo sguardo spento e la puzza di cadaveri.

I compari radunati erano tutti attempati signori che si credevano ancora giovanili, ma che invece avevano la morte in volto: uno sguardo cadaverico, anche se si affrettavano ad afferrare una patatina che giudicavano squisita.

Ma cosa volevano dimostrare, si domandava il dottor Fresconi, con la loro smania di festeggiare: credevano forse che sarebbero ritornati i vecchi ardori, quando palpeggiavano le signore nel salotto, di nascosto dalla mogli?

Le signore erano disfatte o molto vicino alla morte: quale ardore sarebbe sopravvissuto a quelle pance obese che si slanciavano contro olive verdi o cracker integrali? Il dottor Fresconi non si aspettava più niente della vita. Anche i festeggiamenti di quel ultimo dell’anno si preannunciavano noiosi, con le signore che imburravano i panini e affettavano il salame.

Ma quanta fame avevamo? Forse erano afferrati dal verme solitario? Quegli ometti obesi, già alticci a un primo bicchiere, parlavano astutamente di politica e lui era afferrato dalla noia.

A un certo punto incominciarono le danze e un vecchio attempato, senza capelli e baffi, si era messo a ballare cantando canzoni oscene che molto lo divertivano: l’inizio delle danze risvegliò l’ardore delle vegliarde che subito si misero a ritmo a muovere i piedi, illudendosi di essere delle valenti ballerine.

A questo punto però l’occhio parabolico del dotto Fresconi scorse tra la masse delle dame velate, che probabilmente nascondevano un revolver, pronto a sparare colpi micidiali, il sorriso radioso di una ragazza, come capitata lì per caso.

Per il dottor Fresconi fu un colpo di fulmine: erano anni che non scorgeva più tanta grazia davanti ai suoi occhi e ne rimase folgorato: la cosa sconcertante era che quella graziosa fanciulla parlava una lingua difficile, il russo, esprimendosi a monosillabi, probabilmente lui fraintendeva, ma capiva che quella voleva ballare proprio con lui, un vecchio senza denti.

Fu preso dalla sgomento: come avrebbe potuto muovere le sue gambette tremule davanti a quel corpo slanciato che lo infiammava? Pensò che sarebbe crollato, facendo come al solito una brutta figura, ma tutti ridevano e gli amici lo invitavano a ballare, mentre la fanciulla non stava più nella pelle di scatenarsi in un tango avvincente.

Il dottor Fresconi sudava, impaurito dalle sue strane smanie, ma doveva dimostrare a se stesso di non essere un pusillanime: avrebbe agguantato quel esile fanciulla e l’avrebbe trascinata nelle danze con uno spettacolare casché, solo che lui si sentiva debole, indeciso, come se stesse per farsela addosso.

Ma l’ardore cresceva, facendogli perdere la testa: si sentiva ancora un giovinetto, col suo gilet inamidato, pronto a partire all’attacco di quelle poppe maestose che lo ammaliavano; con una mossa di ballerino si sarebbe insinuato tra le cosce della dama con disinvoltura, dimostrando che aveva ancora un minimo d’ardore.

Lei, la dama russa, non aspettava altro che il suo rocambolesco attacco: già slacciava i corsetti, lasciando intravedere il seno maestoso che molto lo infiammava, ma il cuoco stava di guardia; era lui che aveva in pugno la situazione, non solo preparava il pesce, ma anche controllava le mosse della candita fanciulla e non avrebbe mai permesso che un balordo si mettesse di mezzo all’utimo minuto.

Che fare? Il dottor Fresconi era ormai alticcio e aguzzava l’occhio, pronto a lanciarsi nel ballo, ma il cuoco vigilava e non permetteva che si toccasse la sua fanciulla, anche solo con una mano delicata di cortesia.

Il dottor Fresconi a questo punto stava per capitolare, convincendosi ormai di essere un depravato e per niente all’altezza della situazione, ma la dama russa era una nobildonna e ci sapeva fare, se la sarebbe sempre cavata in ogni situazione.

Fu così che il dottor Frescone riprese coraggio, notando che lei lo incoraggiava, nonostante le occhiate del cuoco, che adesso per ripicca stava servendo un passato di finocchi: la festa volgeva la culmine, le dame ridevano a squarciagola, le oche nei pollai cantavano e l’intrepido amatore riprendeva coraggio.

Quando il cuoco era intento a cucinare una bistecca al sangue, avrebbe allungato la mano e avrebbe sfiorato il fatidico sedere delle dama che presumeva molto profumato: nessuno si sarebbe accorto di niente, nella gran confusione, lui le avrebbe toccato lievemente il sottopancia e avrebbe provato qualche attimo di gioia, seppure tardiva per l’età avanzata.

Era molto contento di essere riuscito ancora a fare qualcosa in quel ultimo dell’anno che lo ravvivava negli ultimi anni della sua vita, ma la dama russa improvvisamente si mise a parlare: leggeva delle poesie in cirillico e lui non ci capiva niente, solo che erano piene di trasporto, ovviamente verso di lui, i suoi occhi smaniosi di peccare.

Ma che belle parole aveva il cirillico e che dolci toccamenti a lui erano regalati, quando il cuoco era distratto: forse per ripicca gli stava preparando del cianuro da mischiare al vino, ma per una volta tanto il dottor Frescone era ottimista, probabilmente nello sfiorare le tenere chiappe della sua amata russa avrebbe provato l’estasi della morte, benevola e cordiale per un ultimo dell’anno tra amici spensierati.

Mario Rondi