Bukowski, birra e versi nella notte

 

 

I grandi problemi del mondo, compreso il nucleare, compresa la distruzione dell’umanità, lo lasciano indifferente: “non si perderebbe nulla”, dice nell’intervista a Fernanda Pivano. L’umanità e la natura fanno parte delle cose (e degli scrittori) che non ama. Come la pizza, le spiagge d’estate, le chiese, i matrimoni e le donne (meglio le amanti che le mogli, comunque; e meglio essere ubriaco davanti alla macchina per scrivere che stare con tutte le donne viste o conosciute). Come Shakespeare, Melville, Hawthorne, Tolstoj, Mann, Corso. E come i poeti americani del suo tempo, cui lascia volentieri il palcoscenico, visto che nessuno lo obbliga a stare fra il pubblico. La natura non merita amore perché è crudele, perché è odioso vedere un gatto con un uccellino in bocca. E l’amore per l’umanità fa diventare come gli altri, fa fare e scrivere le stesse “porcherie” che fanno e scrivono gli altri, e che nessuno vorrebbe leggere. La filosofia di vita di questo “cagnaccio sbronzo”, se non la capisci, – eppure non ci vuole molto a capirla – c’è il lungo titolo di una sua raccolta di versi che te la può rendere chiara: Tutti i giorni alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere. Tiziano Scarpa, che ha tradotto il libro, scrive che a sessantacinque anni Charles Bukowski (1920-1994) era più che mai innamorato della poesia e felice di essere stato “rosolato tutta la vita dall’incendio delle parole”. Per fare lo scrittore aveva patito la fame sin da giovane. Aveva conosciuto il fallimento, lo sfacelo. Aveva visto la morte seduta sulle sue ginocchia. E aveva pensato, allora, che era meglio smettere e concentrarsi sul bere: “una forma d’arte anche quella”. Un’arte che praticava dall’età di quindici anni. Sarebbe così diventato uno sbronzo morto di fame anziché uno scrittore morto di fame. Scrive questo nella poesia La strategia del Maestro. Ma dura poco il suo scoramento: perché, mentre tutto è un disastro, mentre i topi della pensione di cui non riesce più a pagare l’affitto si mangiano il pane ammuffito e le dozzine di fogli dove sono scritti i suoi racconti immortali e le lettere di rifiuto degli editori che avrebbero dovuto pubblicarli, disteso sul letto, al buio, lui cosa pensa? Pensa che “tutto sommato non è male essere Bukowski”. Di sé, giovane poeta stremato dalla fame, parla nella poesia Amici nel buio. Povero e chiuso in una stanza, ascolta i compositori antichi, gli amici morti Mozart, Bach, Beethoven, Brahms. Povero e in cerca di lavoro, fa colloqui per mestieri mal pagati: e vede quelli che gli fanno le domande per assumerlo come uomini assurdi –  che si sarebbero presi il suo tempo, e “l’avrebbero fatto a pezzi/ci avrebbero pisciato sopra”. Bukowski lo trova infine il lavoro odiato, monotono, ma continua sempre a ciondolare e bere. Birra o vino, è lo stesso. Difficile trovare una vita più sregolata e libera della sua. Difficile trovare un altro uomo così ribelle alla schiavitù e alla maledizione del lavoro. Gli anni cruciali della vita – dai 39 ai 50 –, prima di cominciare a fare lo scrittore professionista, Bukowski li passa a lavorare in un ufficio postale, e anche fuori, a girare per due anni con il sacco della posta sulle spalle, ma niente e nessuno riesce a portargli via quello spazio – delicato e puro – che considerava tutto suo (tutto nostro). Buttarsi sul letto, posseduti dal nulla: questo spazio “vale secoli di esistenza”, scriveva. E non ce lo prenderanno mai. La bottiglia sempre accanto alla tastiera, “oceani di alcol fatti secchi nella notte”, Wagner che suona , e fuori ci sono la tempesta e il buio. Più beve e meglio gli escono le parole. Quanto al fegato, conviene non pensarci. Conta solo scrivere, aprire una bottiglia nuova, riempire il bicchiere del poeta, battere un altro verso. Grandi versi? Qualche volta sì. Ma anche quando non dicono niente, non toccano il tuo cuore, e ti sconcertano per la loro volgarità e durezza, senti che sono comunque versi veri, pensati nei bassifondi infernali della vita. Versi d’uno scrittore bravo e d’un uomo rude. E qualcuno ce n’è di veramente crudele, della compiaciuta e cinica crudeltà del poeta, ma che ben s’attaglia al mondo d’oggi messo in crisi dalla cattiva finanza: “stiamo bruciando tutti insieme/stiamo bruciando fratelli e sorelle/mi piace mi piace mi/piace”. Il successo arriva per Bukowski: e con il successo la celebrità mondiale. Ma, celebre o meno, lui resta sempre il vecchio Hank, come lo chiamavano gli amici; e sempre uguale resta la sua vita: la mattina le corse e le scommesse e la notte la macchina da scrivere e la bottiglia in cui affogare l’infinita malinconia. Nel suo mondo ci stava male, il “cagnaccio sbronzo”. E peggio starebbe nel nostro, di più degradati ideali e in cui anche noi stiamo bruciando tutti insieme, ma senza compiacimento.

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