Atlantide (7)

Anche la vecchia adesso respirava a fatica sul suo letto di morte. Il dottore socchiuse gli occhi stanco, ricordava d’aver cucito lui l’uomo ferito da grongo, un nero di passaggio che non aveva voluto complicazioni, che parlava a stento la lingua. Una ferita di striscio, per fortuna. Lo straniero gli aveva fatto capire a gesti che doveva andarsene subito, maledizione, presto, maledizione.
A occhi socchiusi la scrittura della donna si contorceva davanti al dottore come una spirale d’abisso.
Sego scuoteva la testa. Era stato dalla fattucchiera, nella stamberga arroccata a nido di falco. L’aveva minacciata, l’aveva afferrata per le spalle, l’aveva fissata nei maledetti occhi, tra la massa di capelli incolori. Togli la fattura, al mio amico, tu l’hai fatta, e tu gliela togli, togli quella puttana dalla sua testa, la puttana e le pazzie, prima che ci si rovini, e ci porti anche me, alla rovina. La fattucchiera rideva, non aveva paura, hai le mani unte, sego, sei una candela di sego squagliata, sghignazzava. Era vero. Le mani del ragazzo erano più viscide del solito. Anche il suo viso. Lui stringeva le dita sugli stracci della donna, sulla sua pelle rattrappita. Hai le mani unte. D’un tratto lasciava la presa, ritirava le mani, e se ne guardava il brillio di cera.
Sego scuoteva la testa, era stato dalla maga, ma non era cambiato nulla. Nella birreria deserta, nell’ombra, grongo gli sedeva davanti e s’affannava tra le sue pazzie, tentava di convincerlo. Sego scuoteva la testa, e si sbirciava le mani, quasi fosse ancora dalla fattucchiera, è una fattura che fa ammattire gli uomini, ma dubitava a chi l’avessero fatta.
Grongo lo afferrava per la camicia, mi senti?
Certo, sego sentiva. Però si guardava le mani di cera. E’ pericoloso. Vuoi piazzare le casse del contrabbando… sego tentennava. – Non è roba tua. –
E’ roba mia! L’ho pescata in mare!
– Non te lo permettono. –
– Voglio quei soldi! –
Sego annuiva, vuoi i soldi? La morte vuoi, tu e io, pazzi che siamo.
Voglio Jemira.
Tu vuoi la morte. – Vuoi comprarti Jemira dall’albanese? La riscatti? – Vuoi comprarti la morte, per te e per me.
Voglio Jemira!
Sego potrebbe aprire la bocca, dirgli che Jemira può averla tutte le volte che vuole pagando, è una puttana. Invece scuote ancora la testa come non sappia far altro. Vorrei non sapere niente di te, della tua puttana, sento odore di disgrazia, vorrei non sapere delle casse di sigarette. Fissa le mani di grongo, strette sulla sua camicia, fissa le proprie mani lucide.
– Mi aiuterai? –
– Ti ho già aiutato a nascondere le casse a casa tua, tutte le maledette casse che hai ripescato in mezzo alle spazzature di tua madre. – Avrei dovuto farti ragionare invece. E ragionare io. Ci buttano dal molo con una pietra al collo.
Grongo scalcia, al diavolo!
Ti aiuto, va bene, mormora sego scuotendo la testa, tossendo. Al diavolo i capi, la finanza! Al diavolo me e te!
Finalmente. Grongo accavalla i discorsi. Si trova, lo troviamo chi compra, la merce, Jemira, i capi, i padroni, al diavolo tutti i padroni, e dopo…
Dopo?
Al diavolo i padroni, sulla punta del mio coltello.
Sego si asciuga le mani sulla tovaglia del tavolo, rimangono le impronte, come sul lenzuolo di Cristo. Lui le guarda. – Conosco qualcuno che può comprare. – Sussurra tossendo. – Ma ci parlo io. Da solo. E’ meglio. – Maledizione a te, a me.
Ci parli, ci parli? Ci darà i soldi? –
– Ci parlo. – Maledizione a te, a me, alle streghe, maledizione ai capi. S’asciuga di nuovo le mani sui pantaloni. – Ti cercano. Non farti vedere in giro. –
Grongo s’è già alzato dal tavolo dell’osteria. – Siamo d’accordo. Vacci a parlare. – Si volta prima di andarsene: – Che sai di medusa? –
Sego abbassa il capo, volevamo gettarlo dalla macchina, lasciarlo ai cani, no?
Grongo alza il tono della voce: – Che sai? –
Che so? – Ha pianto come un bambino, dicono. –
Me l’hanno detto.
– Gli passa, gli passa, e s’addormenta di nuovo. –
L’abbiamo abbandonato ai cani, grongo rimescola il suo coltello in tasca. Dà una sbirciata al buio della birreria, all’esercito di bottiglie panciute, sirene, non prova più paura, meraviglia, non ha più fantasia, solo rabbia. Volta le spalle per andarsene. Aspetta! Sego gli mette in mano qualcosa, prendilo, grongo, l’ha fatto la maga, contro le fatture. Non servirà a nulla.
– Vattene, grongo. – Mormora sego, quando grongo se n’è già andato da un pezzo, e lui è davanti al bicchiere vuoto. Nel vetro la sua faccia riluce di più.
Il birraio si materializza dietro le sue spalle dal buio fetido della bottega: – Di che si discute, amico? – Il muso s’allunga quasi a fendere l’acqua davanti a sé, mi renderete conto, mi renderai conto, grongo, mi pagherai, come pagano tutti nella mia bottega, qui si paga, allunga una bottiglia per bloccare sego che sta per alzarsi dal tavolo: – Di che si discute? –

Non gli resta che fuggire. Lo cerca la finanza, lo cercano i contrabbandieri, l’albanese. Grongo scorre tra le vie del porto, fugge come Adamo inseguito da Dio, nel primo di tutti i mondi. Lo cercano, e sono dappertutto come Dio nel primo dei mondi, hanno mille occhi di spie e mille mani di servi. Lui invece non ha più mondo, come Adamo, nessuno dei mondi. Qualcuno l’ha tradito, sono scomparse le casse che aveva nascoste tra le immondizie di sua mdre, qualcuno le ha scoperte, non sa neppure chi. Chi l’ha tradito? Il birraio, sego? Forse sua madre? Grongo ha ancora i segni dei suoi denti sulla mano, denti perfetti come quand’era ragazza, taglienti come devono essere quelli dei delfini, delle sirene. Sì, è stata lei a tradirlo, un figlio che non doveva nascere, ha scoperto il nascondiglio delle casse di contrabbando in mezzo alle sue immondizie, e ha tradito senza una parola, senza pronunciare una parola. T’hanno tradito le sirene, pensa insensibilmente grongo fuggendo. Oppure è stato sego, il tuo amico. T’ha tradito scalogna morto e tagliato in pezzi, un morto parla ai vivi, lui o la sua vedova. Scalogna sapeva, aveva tentato di aggrapparvisi, alle casse di contrabbando, prima di sparire in fondo al mare, lui le aveva viste inabissarsi con grongo, prima di sparire, prima d’inabissarsi anche lui. Scalogna sapeva tutto, come sanno tutto i morti. Sanno tutto anche le vedove, così vicine alla morte.
Perciò grongo bussava in un delirio alla porta scorticata della vedova, la madre di scalogna, m’hai tradito, io t’ammazzo.
Sei di nuovo tu! La vedova soffia dietro la porta, non apre. Vuoi mangiare ancora, soffia. Non t’è bastato il mio petto, il mio ventre da mangiare? Hai fame? Entra! Ma non apre.
M’hai tradito, t’ammazzo. Gli occhi di tuo figlio sono lì, nei tuoi occhi maledetti, e quegli occhi avevano visto. M’hai tradito tu e lui.
Tradito? Forse. E tu? Entra e mangia! Ma non apre la porta. Dov’è mio figlio? Ho lavato la sua maglia, e c’è freddo in mare. Io t’ho tradito?
M’hai tradito, sussurra senza forza grongo.
Voglio vestirlo, il mio figliolo, quando me lo danno, così non si vede dove è tagliata e ricucita la sua carne. Sua madre lo veste, come debba sposarsi, lo mette in posa sul letto, come una vetrina. Anch’io metto il mio abito di sposa, ce l’ho ancora, conservato sotto il letto, l’unica cosa che possiedo, un abito bianco mi metto addosso dopo tanto nero di pece. Me lo metto, e mi corico accanto a lui. Forse si è ammuffito, il mio vestito, tarlato, come i vestiti dei morti sepolti, ammuffisce anche la maglia di mio figlio, la lavo ogni giorno. Vieni, entra e mangia! Non apre. La sua voce soffia rabbiosa, entra! T’ho aspettato, ho cucinato ogni giorno per te, e ho mangiato tutto io. Qui, è qui, è tutto nella mia pancia, tutto qui nella mia pancia. La vuoi? Voglio coprirla di bianco. Sono sola, ascolto la campanella del chiostro, e mangio. E’ vicina, la campana, qui in casa mia, e suona per uno sposalizio, mentre mangio, affamata, senza fame. Ho gli ultimi soldi del sussidio, e mangio. Entra!
M’hai tradito, più flebile grongo. Scalogna s’inabissa un’altra volta fra le onde impazzite, la sua faccia sbigottita per un attimo urla aiuto, scompare tra i flutti e il buio, raffiche di vento e acqua la seppelliscono, la maledetta notte. Scompare. M’hai tradito, scalogna, dove sei?
Scappa, grongo, scappa, scappa. Li ha tutti addosso, gli sono dietro. Lo senti il fiato, il rumore dei passi? L’odore? Sono sudati come te. Grongo corre via.
Dai moli si caccia nei canneti, gli sembra un buon nascondiglio. Anche lì una voce lo incita, scappa, nasconditi. Anzi nel canneto le voci si moltiplicano, si mescolano, non si riconoscono. Grongo s’acquatta. Battono tra le canne, gridano, bestemmiano per lui nel canneto. Cercano lui, ma non lo trovano. Si sfogano sulle piante, bastardo, imprecano, minacciano, ti troviamo, bastardo! S’allontanano. Chi? Il giovane se ne sta accucciato, il coltello in tasca non dà più sicurezza, non esiste neanche. E’ debole grongo, d’un tratto. Gli pare d’affogare anche lui, nel mare traditore, come scalogna.
Forse… forse è stata Jemira a tradirlo. Magari senza volere, senza colpa, senza parola anche lei come sua madre, tradita a sua volta da un sospiro del petto, da un gesto. Grongo era stato da Jemira, le aveva raccontato tutto, sego vende le casse, i soldi… ti porto via, gli butto i soldi in faccia, all’albanese, deve lasciarti andare, siamo liberi, liberi, senza padroni. E lei, a capo chino, vuoi comprarmi? No, no. L’hai già fatto, grongo, vuoi rubarmi? No, no. L’hai fatto, vuoi portarmi via? Non te lo lasceranno fare, grongo, amore mio, non ti faranno pagare nessun prezzo per me, le vedi, queste lenzuola, sono ancora macchiate di sangue, era uno straniero come me, il sangue non va più via, non voglio più sangue, ora basta, grongo, amore mio. No, no, grongo è irrequieto, le cerca le mani, il volto, i capelli. Lei invece è immobile, in ombra. Nel silenzio della stanzetta la voce della donna è il vecchio rumore del mare, certe sere, che torna da chissà dove, musica e disperazione. Scappa, grongo, dice anche lei, vattene via da me, ti voglio bene. No, no. Intanto le mani di Jemira s’intrecciano con una forza a quelle di grongo, i suoi capelli gli coprono la faccia, potessi tenerti così, nasconderti così, ma non posso. Il suo corpo si tende come l’onda che arrivava certe sere a riva sussurrando, e grongo ascoltava. Sono tua, sempre tua, mai tua, sussurra misteriosa e dolce come una vecchia musica.
Lei t’ha tradito.
Oppure medusa? E’ stato medusa, abbandonato ai cani. Grongo c’è andato, sotto le mura del carcere, lisce di cemento, vertiginoso tra garitte. Fino al cielo, pure di cemento. Dietro c’era medusa. Gli pare di sentire un colpo sordo, un pugno sul muro. Medusa? Forse medusa tenta di distruggere un mondo – quale? – di aprirsi un varco. Il suono si ripete nella mente di grongo, si spegne, come il sussurro del mare, o di Jemira, come la melodia delle sirene, certe sere al molo. Grongo è scappato anche da lì.
T’hanno tradito gli spiriti dei gatti, quelli di Rina, la ladra, quelli che fremono tra le canne. E adesso sei nascosto, accucciato proprio tra le canne che t’hanno tradito. Ti ha tradito Rina, ti spiava.
– Lo sapevo, che eri qui. – Rina, appena pensata, appariva.
Questa volta era lui ad aspettarla, come aveva cercato scalogna e la vedova, medusa.
Rina s’avvicina, si siede vicina a lui, sei nella mia spiaggia, mia e dei gatti che ci abitano, dei loro spiriti selvatici. – Ti cercano tutti, finanza, contrabbandieri. – una risatina. – Li hai messi tutti d’accordo, grongo. – Le canne fischiano. – Anche mio padre, tutti d’accordo. – La risata di Rina s’incrina malamente.
Grongo non riesce a parlare. Parla la sua voce d’intestini, m’hanno tradito, delira quella voce.
Rina diventa seria. Poi tenta di ridacchiare un’altra volta. Che dici? Tradito? – Forse il tuo amico? Sego di candela? – Non lo conosco quello, non gli ho mai rovistato le tasche, come ho fatto con le tue.
Le sirene del mare…
Che dici, le sirene? Ma Rina non ride. Anche lei ha fantasie come grongo, mi piace giocare con la sabbia, dice invece. Lei lo diceva nella sua fantasia al ragazzo senza volto, al ragazzo con il volto di grongo, puoi darle qualsiasi forma, alla sabbia, è straordinario. Il ragazzo delle fantasie non ascoltava le parole, portate via dal vento. Come non ascolta adesso grongo. Lei impasta sabbia umida, non le viene bene, riprova. Posso darle qualsiasi forma, sono caparbia io, sfascio e ricomincio, s’ggiusta la vestina, poteva scivolare sulla via d’alghe, tra i moli, o le canne, tra i gatti in amore, o stare seduta con la sabbia tra le dita, nella fantasia e no. Sei tu il ragazzo senza faccia, grongo? Alla sabbia si può dare ogni faccia. Mi ascolti? Mi capisci? Io ancora non ho faccia.
Mia madre…
Sai che dicono? Dicono che tua madre somigliava alla Madonna della chiesa, con l’aureola in testa. In effetti, nella cappella del chiostro, sopra il dirupo, dentro una nicchia, dormiva una statua tale e quale la donna da giovane, ma con gli occhi sbiaditi dal tempo, assonnati, e l’aureola color oro vecchio, nell’ombra dell’altare. Io non vorrei somigliarle e dormire tra la polvere come quella madonna. Rina giocava con la sabbia come nella sua fantasia, tra sibili di canne, e strepiti di gatti. E non voglio star muta come tua madre.
Devo scappare…
Non voglio neppure scappare come te, grongo, non mi piace. Mi piacciono le filastrocche, ne conosco tante, quelle dell’amore, e della fortuna, mia madre, è stata lei a ripeterle al mio orecchio, prima se ne andasse di casa. Ma bisogna saperle dire. Te le insegno. Vienimi vicino. Non so se funzionano, mia madre ha riso quando gliel’ho chiesto. Voglio dirtele, grongo. Nell’orecchio. Le dirò a tua madre, non so perché, devo dirle. La filastrocca sfila dalla bocca della ragazza come la sabbia tra le dita, incendiata da un tramonto, le parole saldano la sabbia. Dovunque andrai, ti porti queste parole di me, è tutto quello che m’è rimasto di mia madre. T’innamorerai di me con queste. Bisogna ripeterle bene, perché a volte si diventa muti, come tua madre, o si sparisce, come mia madre, si rimane sepolti di sabbia, o polvere come la madonna del chiostro.
Grongo rimescolava mormorii ventriloqui.
Hai incontrato le sirene del mare, e t’hanno fatto impazzire? Povero grongo. Il sole s’abbagliava dietro una barca all’orizzonte, prima dell’oscurità della sera. Io no, non voglio impazzire, grongo. Già le prime lampare barcollavano sul mare, sul buio, sulle filastrocche inutili, utili. Rina levava le mani dalla sabbia senza forma, incattiviva come quando le altre ragazze la insultavano, ladra, e diventavano cattive, la sera, le stesse compagne del giorno. Sei pazzo, grongo! Diventavano inutili le filastrocche.
Grongo era attento ai sussurri vivi delle canne, ai lamenti felini, urli di spiriti, il suo stomaco rimuginava frasi senza senso.
Che dici? Rina apre una boccuccia di dentini anneriti dal fumo e dalla carie. Un vagito di gatto, poi un urlo di gatto tra le canne. E’ stata Rina o uno dei suoi spiriti di animale selvatico? Grongo non lo sa, se la trova avvinghiata a sé. Lei lo stringe, gli fa male, voglio rubarti, con le filastrocche d’amore, no, no, non voglio magie, non voglio rubare, mio padre m’ha rubata, in un angolo di bottega, tra l’alcool marcito, non voglio più rubare, non voglio rubarti, luna – la luna sorgeva sull’acqua – voglio buttare nell’acqua la luna, le magie, le fantasie, le pellicole di cinema, voglio buttarci te, grongo e tua madre, non voglio più tagliare pance d’acciughe. Grongo s’abbandona, come un rifugio, anche se la stretta della ragazza gli fa male, la melodia del mare è pressante, più vicini gli strepiti dei gatti. Mi tradirai?
No.
I loro corpi s’aggrovigliano in nodi, s’intrecciano come canne.
Mentre se ne va Rina stringe le gambette per trattenere quello che ha preso, forse rubando, forse senza rubare, prima di scioglierle come al solito, e ridare loro la solita corsa di ladra e bambina.
Grongo invece rimane, oscilla senza forze con le canne e il loro vento di mare.

Il dottore rabbrividì. Tenta di alzarsi dal letto della morente. Che ora è? Lungo giorno! Dalla finestra il mare cambiava luce. Lungo giorno, puoi lasciarmi andare adesso, vecchia, è già stato lungo il giorno. Ma le mani della morente tornavano a scrivere. No, non puoi lasciarmi andare, hai ragione.
Grongo era uscito dal canneto la notte, quando le voci del mare e del vento, del canneto erano diventate più pericolose delle vie e dei moli. Quelle voci non erano più musiche, ma soltanto pericolo.
-Ti cercano, grongo. T’ammazzano! – Lo spingono le puttane sulle viuzze del porto. Nasconditi.
– Ti nascondiamo, ti nascondiamo noi! – Lo afferrano i travestiti della marina. – Non ti trovano, grongo. Ti difendiamo noi, con queste unghie. –
La notte alita gelsomini ammuffiti e salsedine sulle viuzze del porto, gelsomini messi a macerare nelle terrine alle finestre per farne colonie, e salsedine dal sapore metallico, di mare spossato da troppe correnti. I travestiti e le puttane profumano di quei gelsomini, trasudano di salsedine. Grongo respira. Vieni con noi! Ecco, c’è l’auto della finanza! E’ dietro di te!
Grongo scappa, un’altra volta fra le vie del porto. L’auto della finanza romba dietro di lui. Romba nelle sue orecchie, accelera, si ferma borbottando ai crocevia, esita, forse scruta, balza di nuovo in avanti ruggendo.
– Qui, qui, nasconditi! – Lo tirano via dalla strada.
Grongo entra senza capire, è nella penombra d’un sottoscala. Una pentola bolle. Si rannicchia come nel canneto. La pentola bolle, il mormorio d’una madre al suo bambino prima di dormire. Ma a grongo nessuna madre ha mai mormorato all’orecchio. Si sente al sicuro, si raggomitola nel cantuccio, anche lì c’è odore di gelsomini ubriachi e salsedine rugginosa. Fuori la macchina della finanza ha abbassato i giri del motore, guardinga, scivola tossicchiando. Il rumore arriva nel sottoscala da un’apertura in alto.
– La finanza! Lo stato! – Sghignazzano i travestiti sulla via. Vuole soldi lo stato? Vuole riscaldarci le gambe? Ma nessuno ci riscalda il cuore. Ce l’abbiamo, un cuore?
I finanzieri fanno domande, senza scendere dall’auto, l’avete visto? Lo nascondete? Chi lo nasconde è contro legge. I travestiti ridono, invitano, schiacciano l’occhio. Forse anche i finanzieri ridono. Il motore della macchina riprende i giri, borbotta, cerca di darsi importanza, ripiglia la strada nel rumore d’acceleratore. Se ne va lo stato! Via lo stato! Ci siamo solo noi e la strada, la strada è nostra.
Ninì, il travestito, s’aggiusta il rimmel nel sottoscala: – Se ne sono andati, te l’avevo detto che non ti trovano, grongo. – Nel silenzio bolle la pentola. Accende la luce. C’è anche Vanda.
– E’ fatta. – Ninì è contento, una novità, è eccitato come un bambino. – Ci hanno creduto. Non l’hanno trovato. Non t’hanno trovato, grongo. – Batte le mani.
Chi può trovarlo, qui? Recita Vanda. Chi ci trova, qui?
– Sei triste? – Ridacchia Ninì. Non dovresti esserlo, non oggi.
– E ora? – Mormora Vanda.
Si guardano in faccia, guardano il giovane, ancora rannicchiato per terra.
– Ora, non può stare per strada, la finanza lo cerca. E non è la finanza il pericolo… I suoi amici contrabbandieri… Non c’è altro da fare. Rimane qui fino a quando non s’aggiusta tutto. Lo nascondiamo finché non se può andare. – Ninì, sempre più eccitato e felice. Come avere un figlio.
Come un figlio, Vanda ride sgangherata: – Sei pazza, te lo vuoi coricare nel tuo letto. Bella idea! –
– Che t’importa? – Ninì s’aggiusta un ricciolo con due dita dopo averle passate tra le labbra. – Io non voglio che succeda niente di male. – Non oggi.
E ora? Vanda sta per aprire bocca, per dire che finire male è il destino di grongo, lo è sempre stato, che non vuole essere inguaiata per lui e per nessun altro, tende l’orecchio al vento di fuori, che adesso rigira e sbuffa per le viuzze esterne, e pare borbotti tristezze.
Non deve finire male.
Vanda alza le spalle, il vento ha più testa degli uomini, va bene, lo nascondiamo finché si può. – Che fai lì, tu? Alzati! – Grongo è ancora rannicchiato per terra. – Che t’è preso? Vuoi restare per sempre lì? –
Ninì sospira. – Che ti è successo, grongo? Sono passati due uomini dell’albanese. Mi hanno raccontato una storia… – Fissa il giovane che si rialza a fatica. Si strofina un occhio per una commozione, la faccia gli s’impiastriccia di trucco.
– E’ pazzo, mettersi contro chi comanda! – Rimprovera Vanda. – E tu pulisciti quella faccia! – Non ti far commuovere.
L’altro dice una parolaccia: – Ho il cuore, io! –
– Nascondiamolo, il pazzo! – Vanda. Nascondilo, il cuore. – Mi raccomando a te! Attenzione!- Dà un’occhiata a Ninì.
E’ pericoloso? – E’ pericoloso, Vanda? – Ninì è impressionato, ma ancora contento.
Pericoloso, pericoloso, Vanda fa un gesto, sussurra qualcos’altro d’incomprensibile, e va via.
Ninì è solo, Dio mio, ce la caviamo, resti qui, grongo, ha sentito. Come un figlio, quello che non potrà mai avere. Resti qui, grongo, devo darti una camicia pulita. Non ti toccheranno, vero? Qui nessuno cerca nessuno, vero? Così ha detto Vanda. Ha sempre ragione Vanda. – Il fornello! Mi dimenticavo il fornello. – Ninì ride, balla davanti ai fornelli, trascina grongo anchilosato, tutto in una volta. Il profumo di gelsomini si mescola agli odori di cucina, grongo respira.

Il dottore si alzò dal letto della vecchia per sciogliere gli arti doloranti. Ecco, il sangue tornava a circolare nelle gambe, il corpo tornava a sciogliersi. Avrebbe voluto fermare quel giorno così lungo, magari su un’ultima immagine, magari tra profumi dell’aria, e scolature buffe di rimmel. Gli cadde il mozzicone di sigaro spento. Se ne accorse. Sorrise o no. Dev’essere stanchezza, pensò, sono stanco, lasciami andare, vecchia, bisogna avere pietà. Anche di sé. Ma la mano della donna annaspava, afferrava con una forza il braccio del dottore. L’uomo dovette sedersi ancora accanto alla morente, in un gemito del letto. Prese un altro sigaro dalla scatola senza accenderlo.
Pietà, pareva gemere la vedova mentre sego le stringeva il collo. – Sei stata tu! All’amico di tuo figlio! E’ venuto da te, e sei corsa a dirlo a chi lo vuole morto. Ma non l’hanno preso. –
– No, non è vero. – Pietà, parevano ripetere i gemiti della vedova, voglio avere pietà per me, finalmente.
– T’hanno visto, non imbrogliarmi. E’ stato qui, grongo, e sei andata di corsa a venderlo! – La strattonava tenendola per il collo. Lei tossiva. – Lo ammazzeranno, se non l’hanno già fatto. – Ammazzeranno anche me. Come hai potuto? L’amico di tuo figlio morto. Non hai neppure il suo cadavere per piangerlo, e lo vuoi morto, il suo amico? D’un tratto sego lasciava la presa. Le aveva lasciato l’unto delle dita sul collo arrossato. – Quanto ti hanno dato? – Mormorava sommessamente. Pareva che avesse decifrato i gemiti della vedova, pietà per me, finalmente.
No, non per soldi, si lamentavano i respiri affannati della donna, per pietà di me finalmente, non è stato per soldi, l’ho fatto per pietà di me, per non aspettare nessuno, per non mangiare me stessa.
Sego abbassa il capo. Adesso è lui a gemere. I tuoi sogni, grongo, maledetti sogni, non ho avuto cuore di cancellarteli, dovevo farlo. Adesso è tardi, vendicarlo, cercarlo? Troppo tardi. – E’ stato qui. Perché l’hai fatto? – Sego domanda. Come se la risposta della donna possa salvare tutti e due.
Lasciami, ho avuto pietà di me, per questo l’ho fatto, sono libera adesso, finalmente.
Sì, sei libera tu. Sego s’allontana come da un fuoco che brucia. Percorre le strade, le stesse che ha percorso l’amico, le stesse su cui sego ha marciato, lastroni di basalto, su cui ha volato, finestre e balconi, muri e strade, su cui ha leccato sole o pioggia, su cui ha goduto ladri o puttane, ubriachi o magnaccia, amici e minacce. Il birraio, un pensiero gli viene. Lui ha parlato, ha fatto lui la spia!
Sego è davanti, alla porta chiusa della bottega. Bussa imbestialito. Apri! Tempesta di colpi la porta.
Il birraio non è tanto stupido da aprire. – Vattene! Che vuoi? –
– Apri! – Gli sembra di sentire uno sghignazzo del birraio da dietro la porta.
– Vattene. – Però lo sghignazzo è piuttosto un’agonia di tonno. Vattene, il birraio ci ha lavorato, sulle tonnare. A volte il ricordo è incubo, quando dorme a occhi aperti, il giorno, dopo una notte di lavoro. Il sangue scorre sulle barche, il peso delle bestie spacca uno scafo, e lo affonda, gli ultimi guizzi degli animali sbalzano, schiacciano un uomo, lo azzoppano. No, non muoiono, le maledette bestie, agonizzano, a lungo, a lungo, e gli ultimi sibili sono lamenti e maledizioni, tra le grida dei pescatori, tra lo sbattere di scafi, e il ribollire del mare insanguinato. Forse è da allora che la sua faccia somiglia a quella d’un tonno, come lo insultano al porto, a uno di quei pesci che agonizzano tra sibili e tonfi.
Apri! Le mani di sego luccicano, abbrancate allo stipite. Lentamente scivolano sulla porta, infilzandosi di schegge di legno, lasciando una striscia di sangue. Le ritira quasi abbia ammazzato l’uomo, o il pesce, che schifo. Lo sente dietro l’uscio, il birraio sibila, e forse s’accascia, lentamente, esangue come un tonno squartato. Via, via, mia moglie m’ha lasciato, anche la puttana di mia figlia, il birraio sempre più flebile. Sego si scosta, il viso brillante di sudori. L’hanno visto al canneto, non può fare a meno di dire l’uomo, via, via, agonizza. Sì, via, sego non resiste.
Il canneto straripava sulla viuzza fangosa, la sopraffaceva. Uno strepito di gatti ferisce l’aria, turbina un’eco profonda, uno sconvolgimento d’acque da fondali. Le canne si chiudono dietro sego, attorno a lui, lo prendono con la loro eco di subbugli interiori. Sego chiama, senza sapere chi, perché. E’ un lamento anche il suo. Soltanto un gatto guizza via. Sego agita le braccia per allontanare da sé le piante, ma quelle tornano su di lui, sulla sua faccia di cera fusa. Nessuna via d’uscita. Sei qui, grongo? Colpa tua, tua! Io non c’entro.
– Che hai? – C’è qualcuno nel canneto. –
Chi chiami? Anche il tuo amico medusa chiama dalle sbarre della cella, se passi sotto i muri del carcere, senti la sua voce, quella d’un sonnambulo, e non si capisce che dice. Tu, grongo, medusa, che avete voi tre?
Sego non vede chi parla, dev’essere uno spirito, nel canneto ci sono gli spiriti. Sono gli spiriti a tenermi tra le canne. Le sue labbra articolano il nome di grongo, poi quello di medusa, sei uno spirito, si confonde, batte ancora le braccia per liberarsi. Appare qualcuno vicino a lui tra le canne, no, non è uno spirito.
Rina sfila fra le piante, spuntata come una canna, d’un tratto, come una pianta fra l’altre. – Cerchi grongo? –
Cerco te, grongo, cerco…
Che avete voi tre? Che vi ha preso? – Grongo è stato qui, ma non poteva restare, l’avrebbero preso gli spiriti. – Scempio di gatti, dei loro spiriti. La ragazza ridacchia. – No, non è più qui. –
Sego gira il capo tra le canne, adesso l’eco nel canneto forma il suo nome, non quello di grongo, o medusa. O forse è la voce di Rina quella che sente, ma irriconoscibile, di donna adesso, voce profonda come l’eco del canneto.
Sego, t’ho seguito. Lei s’infilava tra sego e le canne. – Ti ho seguito. – Ti ho portato dove volevo. Cos’è? Non mi riconosci? Sì, sono Rina. E sono un’altra. Anche grongo è un altro. Lo prenderanno. Io no, non mi farò prendere. Mai più. Vado a scaricare con i contrabbandieri. Sono Rina, ho perso un fermaglio, ho rubato, e non rubo più, ho fatto a botte, uomini e donne più forti di me, mi sono gettata dagli scogli più alti, ho impastato la sabbia senza faccia, ho sventrato e salato acciughe, ho parlato a chi è muto, ho rubato la luna, e le pellicole dei cinema, e sono Rina adesso. – Chi cercavi? –
Sego sudava, tossicchiava.
Povero sego appiccicoso.
Perché m’hai seguito?
Dovevo frugare le tasche di grongo, ci sei anche tu lì dentro, ci sono anche io, tu non lo sai.
La faccia di sego è tutta un luccichio senza forma, vicina a quella della ragazza.
– Sono stata a trovare medusa in carcere. –
Perché?
– Hanno fatto le storie, ma alla fine ci sono riuscita, a parlargli, al vostro amico. – Rina fa una giravolta di danza, le canne stranamente non la stringono. La sua vestina s’allarga sotto di lei come un fiore. Sospira, il canneto, questa spiaggia, il mare, la strada di mitili sulla sabbia… non ci sono spiriti nel canneto, solo gatti, sego… ora lo so.
Sego suda, non capisce. Perché?
Anche medusa era sorpreso, che ci fai qui, Rina, perché, Rina? – Non voleva parlare con me, con nessuno, poi ha cominciato… – Come un bambino che confessa a un adulto, mi parla di macchine rubate, di corse in macchina, di fuochi appiccati… Sei venuta per grongo? Mi parla delle notti di contrabbando. Ti sembra una favola? Per ragazzine? No, scalogna è morto, dice, per forza lui è scalogna. Ha gli occhi mollicci, parla e intanto dorme, e d’un tratto sbarra gli occhi. Che vuoi da me, Rina? Fammi uscire di qui, Rina, dammi il mio accendino, Rina. L’ho visto tirare su dall’acqua, scalogna, con una corda, come uno straccio attaccato alla lenza. L’hanno gettato sul ponte della vedetta, e poi tutti a lavarsi, lavarsi di nuovo, con una pompa, come un’infezione. Dammi il mio accendino, Rina. Brucio tutto, anche scalogna e la sfortuna. Rina ci pensa un momento. – Credo… credo che medusa abbia fatto la spia alla finanza, ha parlato con loro, come ha parlato con me. – Medusa le aveva allungato una gamba verso le sue sotto il tavolo, una presa. Perché sei qui? Torna, le aveva soffiato, mentre la sua mano saliva sulla gamba della ragazza, non so perché sei venuta, ma torna, Rina.
Sego tossicchia. Io voglio tornare, tornare sulle strade, sui moli, queste piante mi soffocano.
Sono stata con il tuo amico grongo. E’ successo qui, nel canneto. Non potevamo neanche muoverci. Come adesso noi due, ora conosco le sue tasche, e le mie. Rina stira un sorriso attorno ai dentini cariati. S’agita una dolcezza nella voce della ragazza, per nulla infantile.
Sai tutto? Di lui, di me? Salvami.
La ragazza canticchia una filastrocca, ma è solo una canzone priva d’inganno. – Ho preso il tuo amico. Me lo tengo conservato fra le mie gambe. – La mano di Rina prende la mano dell’altro. Qui, senti. Sego capisce, non capisce. La mano della ragazza stringe, anche il suo corpicino di canna tra le canne.
Quando lei se ne va, è felice, sego invece è più unto e sudato.
Sego s’asciuga la fronte, alza gli occhi, più sperduti, in alto, vicino al cielo, dev’esserci la catapecchia della maga. Vado dalla maga. Si districa tra le canne, non ce la faccio, non c’è uscita, si arrampica sull’erta della maga, suda, picchia all’uscio.
La maga esce ma socchiude l’uscio dietro di sé, forse c’è gente nella catapecchia. – Non si bussa così alla porta. – Scruta, non mi metti paura. – Una volta mi hai messo le mani addosso. Non me le metti più, stupido, il diavolo ti fulmini! –
La fattura, levami la fattura!
Di nuovo? La donna ghigna fra un arruffio di capelli, valuta, il diavolo ti ha già preso!
– Che mi hai fatto? –
La donna sghignazza: – Io? Ne ho fatto di cose! –
Sotto il dirupo i tetti di casupole, e più sotto l’immenso azzurro perfetto del mare. – In mare, strega! –
No, ride la maga, valuta ancora, no. – Sei pazzo, figlio mio, ti ho dato l’amuleto, lasciami stare. – Non ci si mette contro le streghe.
Ti getto nell’inferno, sego tenta d’afferrarla. Ma la donna ha valutato bene, sfila abilmente. Una ciocca di capelli resta lo stesso fra le dita unte del ragazzo, sego la fissa tra le dita. – Vattene, vattene, le maledizioni delle streghe arrivano sempre. – Lei recita i versi, e sego scappa.
Dalla porta socchiusa escono l’albanese e i suoi uomini. L’albanese si liscia i capelli impomatati: – E’ stato un bene venire da te, strega. Mi piace sentire la mia fortuna. – E la sfortuna degli altri. – Pagatela! Se l’è meritato. – La donna s’inchina, grazie, grazie, e intanto storce la bocca, tra parole incomprensibili.
– Pagatela! Fatela stare zitta! – E’ stato bene venire dalla strega. Uno l’abbiamo beccato. – Non fatevelo scappare, quello. – Indica sego lontano. – Seguitelo, dovunque vada. E’ mio! Lo daremo agli amici che voleva far fessi. Lo fanno secco loro, muore lui, e subito tocca all’altro. – Già ansima per il piacere. – Voglio le mie donne, stasera, tutte da me, tutte! –
Scendono saltellando sulla viuzza scoscesa tra rocce, gli sgherri dell’albanese dietro sego, e l’albanese discosto con calma. Dall’altro lato, sulla collinetta il chiostro rintocca su di loro.
Sego scende verso la casa di grongo, trascinato da una forza, vado io all’inferno. Avanti, avanti, oltre i pescatori in circolo a perder tempo, oltre il greco sul molo che aspetta di prendere la propria sirena all’amo, avanti, oltre la casa del dottore, oltre le puttane dei moli, e i vecchi dell’ospizio, vado all’inferno e torno. Avanti, oltre l’agave, l’ulivo, eccola, la casa di grongo e sua madre, il pollaio ingombro di spazzature, c’è la vecchia, al solito seduta fuori, c’è il mormorio del mare che vi arriva, al solito, filtrato da reti, da angoli di muri e pietre, soffiato tra alberi di barche in fermento e corpi di vecchi assonnati e pescatori. Sego arriva senza respiro vicino alla vecchia. Lacrime, o unto brillano sulla sua faccia. Salvami tu, vecchia, salvami, madre, pietà di me.
La donna ha un moto nel viso di pietra, un tremore delle labbra. Forse vuol articolare la voce dopo tanto. I suoi occhi si volgono al mucchio informe di spazzature, a un baule sepolto in mezzo alle spazzature. Forse bisogna dare voce a ciò che è morto e senza voce, non è più possibile carezzare senza amore, interrogare senza voce.
Sego cerca la veste della donna, la bacia.
La donna socchiude le palpebre, sì, ora.
Sego macchia di lacrime e unto lo scialle della vecchia.
La mano della donna si tende verso il ragazzo, ma non vi arriva. Già gli uomini dell’albanese afferrano sego, lo trascinano. La mano della vecchia resta un gesto vuoto nell’aria. La bocca che avrebbe voluto articolare resta vuota come sempre.

 

 © Stefano Butti, La morente, 1891

© Stefano Butti, La morente, 1891

 

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