Atlantide (3)

polena

 

La vecchia moribonda si rigirò sul letto aprendo la bocca quasi volesse parlare. Non lo fece, annaspò invece con le mani nell’aria, brancolò verso il dottore, per afferrarlo, afferrarne l’attenzione. Mani violente, come quelle che avevano decapitato un uomo nella storia stampata del vecchio quotidiano. – Sì, sono attento, stai tranquilla. Leggo quello che scrivi. – E quello che non scrivi, stai tranquilla.
Lei cercava uno spazio per scrivere sui margini del giornale. “Dovevo affogarlo neonato nell’acqua del porto, quel figlio. Ci ho pensato, allora, ci ho pensato tutta una notte. Avevo già ammazzato, so farlo.” La mano della donna si bloccò.
– Che scrivi? – Affogarlo, ammazzare?
La mano della vecchia tentò inutilmente di scrivere.
Il dottore socchiuse gli occhi per ricordare, inventare.
Quando la notte partorisce i traghetti alla marina, s’affollano fantasmi di luci sull’acqua. Quel riverbero è un’isola di luce senza approdo. Il mare avanza dalla luna fino al porto, e l’isola senza porto scoppia in riflessi, sprizza le stelle del firmamento.
Il vecchio greco restava spesso a fissare nella notte del porto. Forse non sono così vecchio, pensava, se guardo e mi stupisco come un bambino. Come la prima volta che aveva visto quella donna, tanto tempo prima, una donna ora muta, senza parola. Lei stava sulla punta dei piedi, la mano a riparare gli occhi, e gli occhi all’orizzonte. I capelli avevano preso il vento, anche la veste, una vela in procinto di partire. D’un tratto l’uomo s’era stupito come un bambino, mi fermo o no, qui o dovunque, una vela che parte o non parte. Fissava la donna e sentiva allora che aveva rigirato il mare e tutti i suoi porti solo per quel momento. Forse era rimasto per questo, o forse era stata colpa del vento di mare, vento traditore di moli fradici, di mari annegati di nafta, vento che alla fine asfissia di sale e petrolio. Seduto sul molo di notte se lo ripete per sorriderci, mentre guarda le luci sul mare, il buio dei moli e la gente che vi passa dentro.
Il vecchio indica le luci dei traghetti a grongo, e sorride, le sirene, donne pesce, lucenti come le luci dei traghetti. Le vedi?
Le sirene, e quello che non c’è! Ghigna il giovane. Sego fa fatica a seguirlo al suo fianco, medusa si trascina più distante dietro di loro.
Il vecchio greco cala la testa e non ride più. Forse grongo ce l’avrebbe fatta, a trovare le sirene, nato come una di quelle navi sbucate di soppiatto dal buio. Era stato tirato a forza, maldestramente, da una levatrice improvvisata in un vicolo della marina, procurandogli il bozzo che gli era rimasto nel capo come una corona. Per poco sua madre non era morta. Fortuna che il neonato era sgusciato fuori dal nulla come un pesce dal fondo dell’acqua, da una pancia gravida che nessuno aveva notato. Così s’era guadagnato il suo nome. Sua madre, dicevano, era rimasta senza senno, a gambe larghe, dopo averlo partorito, quasi anche lei non sapesse d’essere incinta, stesa fra i bidoni d’immondizia, quella carne sua sopra il ventre. Forse grongo ce l’avrebbe fatta, pensava il vecchio ma dubitava fosse bene o  male. Così sei nato, grongo. Come un pesce dalla pancia inesistente d’una sirena.
– Vieni via, grongo! – Sego tirava l’amico per la manica. Che facciamo con questo vecchio? Andiamo! Che facciamo?
– Dimmelo ancora, come son nato. –
Perché? Te l’ho detto. Perché poi te la racconto ancora! Sì, il greco l’aveva pure preso dal ventre sbigottito d’una madre, quel neonato, l’aveva tenuto tra le braccia tatuate, segnate dal sole e dal mare, per non farlo morire al vento che soffia dal mare la notte, e asfissia di sale. Ma questo non l’ha mai detto a grongo, e racconta piuttosto una storia riferita, una favola stabile e mutevole come il giro del mare, vela che parte o non parte.
Sego tentava di trascinare via grongo dal molo. – Lasciami stare! – Sbraita grongo con la voce ventriloqua.
Vieni via, tutte favole, non fanno bene le favole. Favole e fatture!
Il greco abbassava la voce, parlare delle sirene è come parlare da solo sui moli la notte. Girava uno sguardo ai traghetti che moltiplicavano i riflessi su uno scorrere d’onda, di seta nera. Quello che cerchi, grongo, io lo so e non lo so, vuoi sapere come sei nato, forse vuoi nascere un’altra volta. Dicono d’una donna che ha sgravato da sola ed è rimasta come morta fra spazzature. Dicono che sembrava morta mentre il neonato piangeva, dicono che quel figlio non è stato partorito, ma raccattato tra le immondizie. Dicono che lei non è mai stata incinta perché ha sempre rifiutato gli uomini, dicono che ha trovato il neonato tra i rifiuti di bordello del porto. Può essere tutto vero, come le luci di traghetti, che sorpassano i loro riflessi nell’acqua della notte. Eppure, questo è sacrosanto, era bella, quella donna, poteva avere qualsiasi uomo, forse troppo bella, tanto bella da essere inavvicinabile. Ma nessuno l’ha mai vista con un uomo. Bellezza sprecata, dicevano i maschi, bellezza superba, bellezza matta, dicevano le donne. Però gli uomini ci pensano a occhi chiusi sul molo a pescare, e le donne si bloccano al pensiero mentre lavano i panni.
Il vecchio greco non raccontava tutta la verità. Duole, la verità, come parlare da solo con il mare e i pesci, la notte. Perciò la sua voce si spegneva, come ogni voce.

– Perché non hai più parlato? – Chiedeva il dottore al capezzale della morente.
D’un tratto la faccia di pietra della vecchia si sollevava sul cuscino come a un insulto. La mano arrancava sul giornale. “Si muore tante volte, poco alla volta, è stata la mia voce a morire per prima…”
Si muore tante volte? Pensava il dotttore. E si nasce tante volte? Quanti parti aveva assistito! Quante volte fra le mani aveva sentito pulsare un piccolo petto, come fosse il proprio. Quante volte aveva sperato che fosse il proprio cuore, a cominciare a battere dall’inizio, di nuovo in una tenera pelle. Nascere di nuovo. – La tua voce è morta, dici… – I miei bambini sono vivi, magari con uno stesso destino già affogato nell’acqua grossa della baia. Le madri non erano le mogli di commercianti, e grossisti, quelle non venivano da lui, non partorivano a casa, andavano in clinica, le madri dei suoi bambini erano donne di marinai e pescatori, che avevano bisogno del loro dottore come del fuoco per cucinare, dell’ago per cucire. Non avevano denaro per pagare. Paga lo stato, diceva lui lavandosi le mani alla fine, pensando a un destino che quelle mani avevano segnato, vita e morte, certo. Gli uomini s’affannavano, paghiamo domani, non s’è pescato. E tutti ringraziavano, ringraziavano ancora mentre lui se ne andava, si girava un’ultima volta verso la madre e il neonato, è vivo, pensava e soffocava il solito sorriso, o smorfia, dentro una boccata di fumo. Tornava al suo ambulatorio, alla sua finestra, aperta di giorno e accesa di notte, un altro faro oltre quello fra scogli. Un neonato, sarebbe stato prostituta o pescatore, contrabbandiere o bracciante, capo o gregario, moglie e disperato come gli altri. Come tutti quelli che gli rovesciavano i loro problemi in un ambulatorio senza orario. Lui curava, leggeva, ascoltava, domandava per rispondere, sorrideva o ghignava, fumava. Rimetteva a posto i suoi malati senza cambiare l’espressione, senza posare il sigaro, ricuciva coltellate, curava lividi e malattie veneree. Sì, va bene, quando hai soldi, paga lo stato, non fa niente. Vita e morte, salutava la sua gente con un cenno del capo, e il fumo del sigaro disegnava una nubecola. Riprendeva un libro. La luce della camera galleggiava fuori nei vapori di scirocco, un altro faro. Alla fine qualcuno pagava. Qualcuno si ricorda del debito, inaspettatamente. Qualcuno ricorda o dimentica, qualcuno vive e muore, non aveva mai riflettuto, tutto si mescola e si rimescola come le carte da gioco, una mano e un’altra.
La vecchia scribacchiava malferma.
Apriva le labbra come un rutto, si strofinava con forza il bozzo sulla testa, eccomi, sono vivo, sono nato, sono qui, urlava grongo alle vie della notte, alle luci del porto. Sego gli accordava senza capire, già pronto ad annusare, a toccare, a strofinarsi ai moli della città, a godersi quello che c’era da godere. Sono qui, urlava grongo, nel buio della notte dove una sirena aveva partorito. Era lì, grongo, nella stessa notte che una donna aveva partorito, troppo vecchia per partorire. Sì, urlava sego, sudato, senza capire. Sghignazzavano. Eccomi! Grongo aveva davanti il faro, le luci nell’acqua, l’altra luce, quella della stanza del dottore tra le casette. Eccomi, ripeteva con una voce ventriloqua. Gli veniva voglia di bersi gli ultimi soldi che aveva in tasca. Sua madre s’era ubriacata dopo aver partorito, dicevano le malelingue. Il bozzo della testa fuoriusciva d’un tratto, vivo, per un ciuffo di peli ispidi come quelli d’un neonato. Sono qui.
Matto, matto, sego lo assecondava, lo trascinava tra i traffici e le prostitute della notte, sego, maestro delle strade. Grongo si faceva trasportare. Eccoti, coceva nella pancia di grongo, ora ti ubriachi come tua madre. Ti ubriachi e dormi tra i bidoni, come lei? Grongo si voltava agli amici, forse era proprio quello l’angolo di molo su cui aveva partorito sua madre, capite? Ma gli amici non capivano, neppure sego. S’era aggiunto scalogna, sbucato da un angolo. Gli occhi di medusa si svegliavano, ma soltanto perché c’era ancora il fuoco che aveva acceso sotto gli ulivi, scalogna invece camminava a curve, dondolandosi, e il suo sguardo vagava da nessuna parte, non capivano e non ci pensavano nemmeno a capire.
Grongo si strofinava il bozzo della testa. Era sicuro quello il posto, una vecchia aveva sgravato dormendo, e aveva lasciato un figlio come s’abbandona un sogno al mattino. Vecchia per fare un figlio, stanca d’averlo fatto, tanto da doversi ubriacare. Chissà che conservava sua madre nel baule sepolto tra immondizie. La voce delle sirene coceva nella pancia di grongo, sfuggiva ventriloqua, si mischiava ai fischi, alle raucedini d’argani trafitti dal vento di mare. Sono qui, giocava grongo. Ma la notte non sgravava, e gli oblò delle navi si perdevano tra nebbie di scirocco.
– Ancora! – Sghignazzavano gli amici a grongo. Ma lui non aveva più voglia.
– Dove andate? – Rina era per strada, la ragazzotta tutt’ossa.
Non è l’ora di mocciose. Asciugati il naso!
– Vado dove voglio, quando voglio! – Rina faceva le smorfie come una bambina, saltava da un’ombra all’altra.
Mocciosa, echeggiavano medusa e scalogna. Sego sgomitava grongo: – Quella diventa scema quando ti vede. Va ogni giorno da tua madre a cercarti. –
Grongo alzava le spalle, una bambina! Aveva il suo fermaglio in tasca. Diceva qualcosa con la voce ventriloqua. Ridevano. Però medusa si strusciava il ventre, lui avrebbe approfittato, anche se Rina era un osso senza carne. Si strusciava, finché lo sguardo era ancora acceso, poi tornava torpido, un fuoco di stoppie si spegne rapido come s’accende.
Rina intanto spariva come un’anguilla, come sempre. Restava la notte, restavano Vanda, e le compagne della foschia. Le puttane schiamazzavano, additavano i ragazzi, e Vanda dirigeva. Lei era la più anziana. Le altre a quarant’anni erano tutte scomparse, morte di sifilide, o sfatte all’ospizio. Vanda no, lei era rimasta tra i moli, e ancora qualcuno la cercava e la pagava, più per il ricordo d’un tempo che per il presente. Maledetta notte! Lei era ancora sulle vie della marina. Forse perché aveva più odio delle altre. O più amore. Maledetta notte, soffiava, meravigliosa notte! Baciami, si stringeva grassa e traballante a un travestito.
Vanda, sei grassa come una barca! Ridevano nel buio.
– Questa barca però non affonda! – Rideva lei, di rimando dandosi manate sui fianchi. Lanciava uno sguardo a grongo, al ragazzo che parlava con lo stomaco, all’occhio di luce della stanza del dottore che vegliava, anch’io sono qui, pensava.
I giovani correvano, si spingevano, entravano nella birreria, rossi in viso senza essere ancora ubriachi.

La vecchia raccontava con righe eccitate, sempre più tremanti, sui bordi di vecchie notizie, a margine d’un giornale, d’un morto senza identità e senza testa, ripescato in acqua.
Le stagioni girano nell’anima. Come un uomo rigira, a passi senza misura, in una cella. A volte però a un’estate non subentra un autunno, e un inverno. Rimane un salto, un mancamento del cuore. La vecchia contava le proprie stagioni, mentre rimestava tra il cumulo delle sue immondizie senza stagione. Il conto non tornava mai. S’immergeva allora tra le spazzature raccolte per strada, come in mare da ragazza a occhi chiusi fino a farsi sommergere anche il capo. E’ il mare questo, è un altro mondo sulla terra come il mare. La vecchia inciampava, si feriva le gambe malferme, ma le sue labbra non s’aprivano neppure per un lamento.
– Spazzature, spazzature! Che te ne fai? – Rina ficca la faccia indecisa tra curiosità, furbizie di bambina, e ottusità di ragazza. Tuo figlio? Dov’è tuo figlio? Scuote la testa, sa che la vecchia rimarrà muta. Perché domandava allora? Perché veniva? S’appendeva per gioco a un’asse, fra due paletti, faceva smorfie prigioniera fra due paletti di legno. Si sentiva così, prigioniera. E puzzava di mosto di birra come suo padre. Grongo?
La vecchia non pareva accorgersi di lei.
La ragazza esegue l’ennesima smorfia. Matta! – Non sai nulla di tuo figlio! – Infierisce senza ragione. Non sai dov’è. Non saprai quando muore, se muore! La vecchia fissava inespressiva. – L’altra notte l’ho visto, tuo figlio, al porto, abbaiava come un cane a cui hanno tagliato la coda. – La ragazza ride. Ha uno scatto: – E’ pazzo! Come te! – Poi piega il collo buffamente. – Fammi stare qui. – Pregava con una voce buffa, forse uno scherzo o forse no, forse neppure lei lo sa. Già s’era arrampicata su cataste di vecchie robe, e fughe sbilenche di galline. Buttava all’aria quello che trovava, faceva altre smorfie, non c’è niente di buono qui. Lanciava un’occhiata feroce, niente da rubare. Perciò cascava seduta a gambe larghe sulla sommità di cianfrusaglie come un burattino. I polpacci senza forma ciondolavano. Teneva qualcosa in mano, un oggetto qualsiasi senza forma, cos’è, lo sai cos’è? Tu lo sai.
La vecchia non rispondeva.
La ragazza getta via l’immondizia. Spalanca una boccuccia precocemente devastata dalla carie, tutto per uno dei soliti sberleffi, o per uno stupore animalesco. Tu lo sai, ma non parli. La vecchia pareva ascoltare il silenzio, e scrutare l’intreccio d’ombre e materie dei suoi rifiuti. Matta! Però anche la ragazza per un istante scrutava, e tendeva l’orecchio. Prendeva a calci le cianfrusaglie. – Lì dentro che ci tieni? – Al centro delle cianfrusaglie, sommerso, come un relitto in fondo al mare, c’era il baule orientale con un lucchetto arrugginito. – Non lo apri mai, non l’hai mai aperto. – la ragazza, curiosa. – Voglio vederci dentro! – Ma il braccio ossuto della vecchia la fermava. La ragazza tentava di liberarsi, di arrivare al lucchetto del baule. Ma la vecchia era stranamente forte. Rina s’esasperava, desisteva, spazzatura! Non si ruba niente qui, non preoccuparti. La ragazza emetteva un verso, si rannicchiava tra le ginocchia ossute, nel corpo che non s’era voluto rimpolpare di carne di donna. Si sentiva un fiore prigioniero dei suoi stessi petali, un fiore che non può sbocciare. Non riusciva più a stendere le gambe. Grongo?
La vecchia tornava immobile, immobile anche lei.
– Non hai paura dei matti? – Passava di lì l’albanese e i suoi tirapiedi. – Non hai paura di niente tu, certo, certo! Ma quella vecchia ha gli spiriti in testa. – Sì, sì, assentivano dietro di lui ridacchiando.
– Pensate ai fatti vostri! – Rina lo sapeva, gli spiriti abitavano nel canneto, e stridevano come gatti, lei li conosceva.
L’albanese si pettina i baffi con le unghie annerite, s’arrotola una sigaretta tra due dita: – Sei l’unica a parlare con quella pazza. Ti risponde? Ci parla con te? Sei pazza come lei. Dovresti pensare al tuo futuro, piuttosto. Lavora con le mie donne. Chissà, forse se vai con uomini e mangi ogni giorno ti s’arrotondano i fianchi e il petto. –
– Sono libera, io. – No, non lo era. Rina faceva un gestaccio.
L’albanese si voltava verso i suoi uomini: – Guardatela, la vedete? Sarà una delle mie puttane. Anche se ha la lingua lunga. La userà per me. – Insinuava. – Lo giuro! E giuro che paga chi infastidisce le mie donne! – Intendeva il figlio della matta. Continuava la sua strada, toccandosi la pistola dentro la tasca. Alzava una mano ai suoi come a dire, è così, sarà così, l’abbassava per pulirsi un’unghia, mentre la sigaretta fumava fra le dita.
La ragazza ripeteva il gestaccio.
– Mi pregherai in ginocchio, qua davanti in ginocchio. – L’albanese rideva mentre indicava con la mano della sigaretta fumente. Sono tutto il mondo le donne, perdio, non c’è altro al mondo, la pistola era dura e fredda tra le dita.
Mi pregherai, la risata rintronava nella stradina. Rina faceva l’ultima smorfia, e sbirciava suo malgrado gli uomini che sparivano nella viuzza. Se li mangiava la via che rovinava a mare, case bianche come velette di vergini, tetti in bilico più amanti del vento che della solidità di pilastri, imposte rose dalla salsedine, e un tronco nudo d’ulivo a uno slargo con un’agave ai piedi che l’aveva seccato. Tirava su con il naso, perché perdo tempo qui? Poteva andare al molo, sul punto più alto, ce la fate a tuffarvi di qua? I pescatori avrebbero fatto finta di niente. Io mi tuffo, fremeva già il corpicino d’ossa. Sì, tuffati tu, avrebbero sibilato le ragazzotte presenti allungando i musi. Io ho coraggio. Lei ne aveva coraggio, anche se il mare schiaffeggiava, anche se poteva otturare le orecchie, e far sanguinare il naso. Rina si voltava verso la vecchia, bocca vuota, sguardo vuoto, eppure a fissarlo quello sguardo pareva piangere e parlare d’un tratto, non ho nulla per te, nulla, niente da farmi rubare, niente, non so niente, non ho niente per te e per mio figlio. La vecchia si chiudeva nello scialle nonostante l’afa di scirocco.

La mano della vecchia s’affannava a scrivere. Forse a spiegare.
Una madre picchiava suo figlio, e subito dopo l’abbracciava. Si staccava, e dopo l’abbracciava, voleva sussurrargli una canzone, o una bugia, il racconto d’un marinaio che aveva messo incinta una vecchia, ma la bocca restava muta. Le parole non servono, e neppure le canzoni.
Rina giocherellava con un fermaglio di ottone, lo perdo. Una speranza. Come i petali d’un fiore le dita della ragazza s’aprivano. Grongo?
Vorrei dirti…. Ma la vecchia non poteva. L’ho picchiato, e poi l’ho serrato tra le braccia, quel figlio, e intanto la voce del mare arrivava, a lui, a me che non ho voce, voce di chi non ha occhi, né di pesce né di uomo, non ha bocca, e non ha voce né di vivo né di morto.
– Me ne vado! – la ragazza. Io ti ruberò, lo rubo, tuo figlio. Ruberò tuo figlio, come rubo il giorno ogni giorno, il giorno e le strade.
Forse dovrei dirtelo… a te… a mio figlio… sopravanzare con le parole il mare e la sua voce senza voce. Cambiargliela. Il mare deve avere voce di madre, e corpo vero, di pesce, o di uomo, non importa, il mare deve piangere o ridere, parlare e cantare, creatura di branchie, o pelle bianca di vergine, squame cangianti tra spume, corpo di squalo o di femmina, coda che inarca e batte, pinna che taglia, o caviglie sottili. Deve avere la voce che una volta le cantava in gola sul molo certe notti, boccheggiando come pesce, come i pesci volanti a pelo d’acqua, la voce che lei aveva cancellato mentre picchiava suo figlio, tornando dalle scogliere come una vedova. Gli aveva lasciato le cicatrici. Ma dolevano a lei fresche di sangue quando il vento marino impazzava, e arruffava pesci di latta e plastica fra il mare delle immondizie, pesci volanti al vento.
Dovrei dirti… La donna poteva raccontare di busti di donne, intagliati a prua di barcacce da pesca, figure di legno, protese nel vuoto, seni enormi al vento, e labbra aperte alla salsedine, capelli di legno, sciorinati all’aria. Le bambine additavano, voglio averli così, voglio darli così. La vecchia aveva sentito quei seni di legno respirare. Dovrei dirtelo… Nella nebbia qualsiasi apparenza diventa vera, qualsiasi barca una nave.
Dovrei dirti… Invece restava immobile sotto geometrie d’uccelli migratori che battevano le ali verso l’estremità di spiaggia puntata come un dito su lontananze di mare.
– Tu non parli perché hai troppi segreti! – Rina soffiava insofferente. Te li ruberò, non ti lascerò niente. La campana della cappella rintoccava dalla rupe lontano.
La vecchia si stringeva nello scialle, ascoltava i rintocchi, entrava giovane e scalza, in punta di piedi, nella cappelletta. I fumi di candele tremavano su intonaci nudi, la statua di porpora della Madonna tremava. Rimbombavano mare, gabbiani, i colpi sordi delle donne sui panni al lavatoio. Qualcuna la scacciava, la restituiva al mare e ai suoi gabbiani, vattene da qui, luogo sacro, sui tuoi scogli, sirena incantatrice, vattene a far sognare i nostri uomini, puttana, e farli morire in mare con i tuoi sogni, vattene. Quei seni di legno delle barcacce respiravano dentro il suo petto. Anche la Madonna dai capelli di carbone, e il manto di porpora, ritta sull’altarino doveva sentirli. Dicevano che le somigliava. Uguale uguale, dicevano le fedeli, chiedendo perdono alla Madonna, ha la faccia di quella donnaccia. Vattene!
Vai via, Rina.
– Sì, troppi segreti, hai troppi segreti! –
Vai via!
Rina si scuoteva, muoveva finalmente una gamba, l’altra, come una danzatrice, sgusciava sulla viuzza, in uno sventolio di sottana, le mani sporche prendevano il vento, la voce canticchiava, s’affievoliva.

(Continua…)

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