Si riparano bambole (e il ferry-boat?)

Lunghe attese e i più ammaestrati alle scale, fermi i pochi autorevoli. Tutto poteva apparire complicato a un pivello. Avevano persino aggiunto qualche mano di biacca, particolare poco rilevante a fronte della sesquipedale poltrona (una gestatoria pontificia) collocata a pie’ della scalinata. Stipendi d’oro e platino come compensi. Hic manebitur ope lyterae cara deo tellus hyperborea. Chiunque fresco o stantio di verniciature grammaticali retoriche avrebbe dedotto incongruenze sintattiche nella cementata algebra di quel latino, ma i cazz’e pensieri di ognuno volteggiavano su ben altri interessi. Meglio un giorno da leone che cento anni da pecora (Benito Mussolini, quello finito a testa in giù a Piazzale Loreto).
Vedremo oltre o nel trapassato? Nel leggendario-mitologico. Questo – tra propositi e programmi – trovava quasi approvazione al respirare l’aura, l’atmosfera di quell’anticamera. Era comunque un conforto. E stando a tal misura non si sarebbe dovuta manifestare sorpresa. Tutto è precario.
E l’onorario? Con quale coraggio chiedere una ricevuta fiscale a chi deve salvaguardare i residui della tua vista? Il medico chirurgo d’occhi direbbe: “Per la prossima volta mi risparmi. Vada a Giacarta, a Tumbuctù, vada e potrà chiedere anche fattura”.
Nooo. Meglio indivisarsi d’appuntato di finanza e salutare con la dritta aperta alla visiera, anche i posteggiatori abusivi. Perché? Ma perché i pidocchi finiscono fuori canna per causa, prim’o poi, della calvizie estesa a piazza pulita. NO-TAV. Olè! Avanti altro. E sursum corda, perché la TAV non può aspettar le tartarughe; qui s’abbevera il senno della storia d’un progresso. La gloria dei popoli, di ogni gregge. Da Crotone a Catanzaro in sette ore ma da Milano a Parigi in quattro. L’unità d’Italia come metafora perché ciò che ha diviso ha continuato a unirci (Lega permettendo) e presupposta l’abolizione dei traghetti di Stato (NO-FERRY-BOAT). Mai fu metafora più beffarda del nome CARONTE della Società privata che gestisce le navi-traghetto tra Messina e Villa San Giovanni. Mai altro Caronte, occhi di brace e pel di cinghiale.
La vita moderna della civiltà italiana è fondata sull’equità, abbreviazione di equinità. Chi l’avrebbe detto che ci saremmo dati all’ippica? La scomparsa, comunque prematura, di Lucio Dalla ha fatto pensare alla sua produzione artistica come a una colonna sonora della vita italiana dell’ultimo mezzo secolo. Se n’è andato non potendo continuare con motivi che avrebbero dovuto tradire la linea di affabile ottimismo, che aveva mantenuto verso tutto, verso tutti. La sua dipartita come rifiuto di dare continuum a una felice colonna sonora contaminandovi sferragliare di zoccoli equini sull’asfalto. Un bambolotto superstizioso si sporgerebbe dal sipario per suggerire che quella volta il Maligno veniva rappresentato con piedi equini. Salti chi vuole.

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