… se viceversa Dalla fosse stato Gesù

Sui fianchi di Milo, dove i vitigni nani sorridono ai contadini e il mare si fa come per prenderlo con le mani, bisogna attendere i mesi di maggio e giugno per assistere alla fioritura della ginestra. Il singhiozzo rauco della sciara veste il territorio intorno come una coperta nera, e se non fosse proprio per il fiore del deserto, che all’improvviso esplode in un giallo così intenso da condurre allo stordimento, si avrebbe la sensazione di vivere contaminati da un persistente lutto.
Milo non è la Bologna di Piazza Grande, e neppure lì dove il mare luccica e tira forte il vento. Le poche migliaia di abitanti sono persone umili e oneste, con le mani grandi e il collo tagliato dal sole. L’odore di pane caldo pervade il paese ancor prima che sorga il sole e i ragazzini giocano a pallone con i cani, nelle strade scassate e dimenticate da Cristo. Qui, per anni, la televisione è stata il megafono di un olimpo lontano e irraggiungibile, di una parola che si faceva altra per la naturale predisposizione alla storpiatura che il siciliano sperimenta nel linguaggio. Così le notizie del telegiornale, così le canzoni e le tentazioni. E se Gesù fosse stato un cantante, o se viceversa Dalla fosse stato Gesù, qui l’avrebbero accolto alla stessa maniera, cioè con quello stupore che segna l’enorme distanza fra gli occhi di un bambino e quelli di un adulto.
Forse per tutto questo, per quella miscela di assoluta e autentica semplicità, che circa un quarto di secolo addietro decise di comprarvi casa e di eleggerla a suo personale rifugio etneo quando la vita dei grandi diventava avida e insopportabile.
A Milo e in tutto il territorio circostante egli divenne presto lo zio Lucio. E Dalla, che sapeva bere dallo stesso bicchiere di un contadino, ripagava l’affetto della gente mostrandosi sempre disponibile di fronte a qualsiasi iniziativa. Molte volte, quando le istituzioni latitavano, egli – spontaneamente – si sentiva in dovere di contribuire alle spese per la festa del patrono locale. Poi, durante quei giorni lo si vedeva sempre lì, paglietta bianca e occhiali affumicati, in mezzo a quella gente che lo venerava forse più del santo.
Io ho avuto modo di conoscerlo in tre fasi della sua parentesi siciliana. La prima volta ero un ragazzino e gli chiesi timidamente un autografo: era la metà degli anni ottanta e lui era all’apice del successo. Poi lo rividi in occasione dell’uscita del mio primo libro, dieci anni dopo circa. Lo fermai davanti al supermercato e poiché non avevo con me una copia gli chiesi, molto sfacciatamente, se avesse potuto aspettarmi nel frattempo che sarei andato a prenderne una. Un quarto d’ora dopo lo ritrovai allo stesso punto e mi disse scherzando come faceva lui:- “ti avrei aspettato per un’altra mezz’ora , poi se manco troppo i miei amici chiamano i carabinieri!”. Prese il libro, pretese una dedica, lesse la quarta di copertina e si complimentò: “mi piace molto nella guerra dei popoli come nella pace delle apparenze”. Dalla era un artista che amava dare soddisfazioni al prossimo, anche se questi era modesto e non potesse competere in alcun modo con la sua geniale inventiva. Sette anni fa, nell’estate del 2005, ebbi l’idea di coinvolgerlo in un cortometraggio. Non sapevo come chiederglielo. Pensavo che quelli come lui fossero entità a sé stanti, che fuggissero cioè quel tipo di proposte per non inquinare il candido vessillo della carriera. In fondo io ero uno studentello universitario goffo e sprovveduto, con tante velleità e pochissima cultura, perché mai avrebbe dovuto assecondarmi? Mi feci di nuovo la faccia tosta e gli esposi il progetto. Non esagero se dico che mi dedicò un intero pomeriggio, e tanta fu la mia vanità nel dirigerlo quanta la sua umiltà nel farsi dirigere. Non si scompose neppure davanti alla mia piccola e povera telecamera, lui che era abituato ad apparecchiature di ben altro valore e qualità.
Il regalo più bello me lo fece quando accettò di recensire il mio romanzo Facciamo Silenzio per la rivista Satisfiction diretta da Gian Paolo Serino. Fu una scrittura appassionata la sua, libera da condizionamenti e regole, dettata da un apprezzamento che oggi azzardo a dire sincero.
Un’altra volta lo andai a trovare poco prima della morte di Pavarotti. Lui sedeva sulla poltrona da barbiere che teneva in giardino; era terribilmente affranto per la malattia dell’amico. A un certo punto mi chiese provocatoriamente se avessi voluto scrivergli una canzone. Io, che non mi sarei mai aspettato una proposta del genere, in tutta sincerità gli risposi di no perché non ne sarei stato capace. Allora lui stette un minuto in silenzio – negli ultimi tempi aveva una costante espressione di malinconia – poi mi disse: sai una cosa? Ti invidio, tu sei una persona libera – .
Milo, Zafferana, Sant’Alfio, il bar di Papotto dove andava a mangiare le paste di mandorla, Santa Vanerina, la granita di Russo, Riposto e quel mare che portava nella pelle: Lucio Dalla rimarrà per sempre un pezzo di questa Sicilia. E se la ginestra non vedrà più scendere la sua piccola jeep scoperchiata, la sua mimica inconfondibile rinascerà con costanza di idee nel patrimonio intellettuale di quanti l’hanno conosciuto. Così, a costo di urtare la sensibilità cristallina di pipistrelli e altri presunti artisti che vi dimorano nell’esercizio di una quotidiana indifferenza verso l’umanità, non sarà un abuso, ma un atto di grande progresso se il Comune di Milo decidesse di dedicargli l’intera via dove ha comprato casa e vissuto i suoi giorni isolani. Arrivederci Lucio, che il cielo non ti sia vigliacco.