Rileggere i classici attraverso i film: la nuova versione cinematografica di Piccole Donne

Emma Watson, Saoirse Ronan, Eliza Scanlen and Florence Pugh in Columbia Pictures’ LITTLE WOMEN

Immergersi nelle calde atmosfere del nido delle sorelle March e vivere con loro, gioire con loro e soffrire con loro è stato un piacere per generazioni di lettori e lettrici, questo ormai lo sappiamo bene. Innumerevoli le versioni rese nei vari linguaggi della comunicazione: cinematografiche, a cartoni animati, a fumetti, più o meno fedeli, più o meno di successo. Dei caratteri delle quattro eroine, delle loro dinamiche e delle loro vicende sappiamo davvero tutto. Cosa può dirci oggi l’ennesima rivisitazione? Forse proporci una versione 4.0, un’attualizzazione in chiave fantascientifica o roba simile? Niente di tutto ciò. La nuova proposta cinematografica, datata 2019 e diretta dalla regista statunitense Greta Gerwig, si mantiene molto fedele ai contenuti che ben conosciamo. Eppure contiene alcuni elementi di novità e, a mio avviso, di grande interesse per chi si occupa di letteratura. Sono elementi che attengono sia alla strutturazione del racconto cinematografico, sia alla scelta di mettere in evidenza, forse per la prima volta, più il vissuto e la temperie spirituale dell’autrice che la storia narrata.

Per quanto riguarda il primo ordine di considerazioni,  la novità che emerge immediatamente è la frammentazione della linearità del tempo del racconto, continuamente spezzato in uno slittamento di piani temporali (con continui ricorsi a flashback e ritorni): il film inizia in realtà in medias res e ricostruisce le vicende attraverso un costante gioco di analessi, mai fini a se stesse, ma volte a riallacciare quei fili profondi tra passato e presente, di cui spesso non abbiamo coscienza. Ecco dunque che l’agonia di Beth si alterna all’episodio della sua scarlattina infantile, con un commovente raffronto tra la felice conclusione della malattia della bambina e la triste morte della giovane Beth. Questa destrutturazione dell’impianto temporale potrebbe disorientare (con più probabilità lo spettatore che non conosce il romanzo), ma mi è parso un espediente interessante per entrare più in profondità nella trama di eventi e di suggestioni che la storia ci offre. L’altro elemento di novità riguarda, come dicevo, qualcosa su cui raramente ci si sofferma: il rapporto tra un artista e le proprie aspirazioni, legato necessariamente ad un altro vincolo, ossia quello tra l’artista  e il proprio tempo. E’ stato detto che questo film propone una chiave di lettura femminista tanto delle vicende delle sorelle March, quanto della storia personale della Alcott. Indubbiamente emerge con forza quello che la regista non si è inventata, ma ha saputo mettere in luce, con un’energia nuova: qualcosa già presente nel testo letterario e nella biografia dell’autrice.  Il film ci parla di quattro giovani donne determinate e capaci di cavarsela da sole, pur dovendo affrontare e risolvere, ognuna a proprio modo, i condizionamenti di una società ancora fortemente maschilista. Ma ci parla anche, soprattutto nella seconda parte, della lotta di una giovane donna ribelle e coraggiosa, Jo-Louisa May Alcott, desiderosa di inseguire e realizzare i propri sogni (scrivere, nel caso specifico) e di essere indipendente dai cliché  dell’epoca, che l’avrebbero voluta sposa per forza e subordinata al marito. Quello che questo film racconta è il difficile rapporto tra una donna dell’Ottocento e il suo tempo, ma anche  il tenero e fecondo legame con la propria vocazione e con ciò che ne nascerà: un libro travagliato, atteso, difeso e amato proprio come un figlio. Questa prospettiva metatestuale, che si emancipa dalla sequela dello sviluppo narrativo e indaga invece con sensibilità nuova il lavorìo spirituale e mentale di un’ autrice nel generare il proprio testo, mi è parsa una novità nella tradizione cinematografica. Le scene in cui Jo osserva con apprensione e commozione le fasi finali della realizzazione del primo volume del suo capolavoro richiamano alla memoria l’immagine di una madre che guarda da dietro un vetro il proprio neonato nella nursery. Il modo in cui la protagonista, che, appunto, altri non è se non Louisa May Alcott, stringe a sé, fiera e provata, il primo esemplare del romanzo, ci ricorda quel rapporto (misterioso, tenace e delicato nel medesimo tempo) che intercorre tra un autore e il suo libro, figlio della sua esperienza, del suo dolore e della sua fantasia.

Gabriella Grasso