In conto letture

 

Casa di rieducazione 
di Valentino Zeichen (Mondadori)

 

Personaggio dall’aria inquieta, Valentino Zeichen incarna lo spirito della letteratura praticata, il maledettismo antiborghese e l’irregolarità dell’artista puro. A tratti egli è una caricatura consapevole del poeta di corte in cerca di amabili mecenati, abile narratore di storie per gli astanti.  La sua voce da teatrante che pare non riesca o non voglia prendersi troppo sul serio, risulta suadente, rotta da oscillanti lampi di estro e intuizioni. Zeichen è poeta da fuochi d’artificio, alla ricerca del colpo di scena, del bell’effetto, della traiettoria inaspettata. É (o diventa) come uno dei protagonisti dei libri letti, si tratti dello scrittore “perdigiorno” de La Passeggiata di Walser o del giovane Giorgio Aurispa, eroe negativo dannunziano. Un Faust sitibondo che vaga annotando impressioni di bellezza,  contrarietà quotidiane. Quest’ultima raccolta poetica, Casa di  rieducazione, divisa in due sezioni, Benpensanti e Trofei vuoti, recluta tutte le doti del miglior Zeichen, un’ironia puntuta e sapiente che registra appunto La mattanza della bellezza, la “Fenice bellezza”, con tutto il suo esercito di avversari (mosche neorealiste e anatemi surrealisti): “I nemici dell’arte volevano un tempo / senza scheletro, invertebrato; / ebeti di meraviglia scrutavano il futuro / nel binocolo d’una coppia /  di ossibuchi smidollati”. L’occhio del poeta, guarda, da pittore (tanti suoi versi e critiche d’arte sul Corriere della Sera sono un documento pregevole di rara finezza interpretativa)  alla luce: “Gran parte della grazia / che la bontà del cielo / irradia gratuitamente /consta nel dono della luce”. La mondanità, l’attualità, agiscono in favore del declino e si sente, sotto il belletto della maschera  giullaresca, il peso di una malinconia leopardiana (il Leopardi del dialogo tra Moda e Morte ad esempio). Costante la presenza (o sarebbe più corretto dire l’alone?) spettrale: “fantasmi sulla terra” (pag.31), “l’antimateria dei fantasmi / si imprime sulle vele” (pag.100), o nella poesia emblematica  Voce per fantasma femminile (“Chi vi parla è un’ex anima / convertitasi in spettro”, pag.116). Allegro (ma non troppo), Zeichen dileggia la categoria dei poeti (lui incluso) e i luoghi comuni sull’ispirazione in diversi testi del libro (vedi “Le balie del dolore”, “Poesia”, “Il poeta e la mecenate”, “L’ernia poetica”, “L’amico poeta” – dedicata a Giuseppe Conte), sbarazzandosi di molteplici equivoci dati dallo sguardo miope del senso comune. Folgoranti alcuni ritratti partecipati di figure umane familiari, amiche; lasciano il segno in tal senso la descrizione del padre giardiniere nonché il ricordo del regista Giancarlo Nanni (“Con sufficienza sfogliavamo i giorni / dell’avvenire illimitato / vuoto di scadenze pressanti. / Da allegri orologi perditempo / scandalizzavamo gli orafi / coll’età dorata della gioventù.”). L’ossessione del tempo è mitigata da un’idea nietzscheana di eterno ritorno, nella misura sorvegliatissima dei versi mai disgiunta dalla concettosità, che contribuisce alla dissimulazione di una grande concentrazione emotiva dell’inconscio. Un subbuglio creativo al quale Zeichen contrappone proprio questo senso di controllo coercitivo della forma. Emerge egualmente l’insofferenza dell’autore e qualche tocco lirico (“Vagano per i mari / fra onde altezzose / spettri inconsolati, / incoronati per scherno / dalle creste di schiuma / sfrangiate dal vento”), pellegrinaggi laici di pagina in pagina tra le crepe del vivere alla giornata, pagato a duro prezzo dai Sognatori: “Da vecchi ragazzi spavaldi / si abita nel divenire / dentro i suo avverbi / privi di numero civico / come le vie in Giappone”. Valentino Zeichen a settant’anni passati (è nato nel 1938) non ha perso lo spirito anarchico del poeta autentico e l’acutezza di aforista vivace e illuminante, un’attitudine contemplativa che si coniuga con la capacità di sorprendersi, incuriosirsi di tutto. Sul titolo del libro, legato alla difficile vicenda biografica, l’autore ha dichiarato, in un’ intervista di Nicola Bultrini per Il Tempo: ”La casa di rieducazione è quella della poesia, il luogo dove bisogna prendere le misure, le precauzioni, gli ordini della storia della letteratura, per iniziare e procedere nel percorso della poesia. Rieduca dal disordine, dalla volontà di non fare, dalla svogliatezza. Certo, c’è anche un elemento biografico, di quando ero giovane. È un titolo da fine carriera, perché non intendo più scrivere solo poesia, voglio dedicarmi anche al teatro”.

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