Processo al suicida

Non ero mai stato ad un processo prima. Sinceramente ne avrei fatto a meno per il resto della mia vita. Ma quel mio amico che scese dal treno, di fretta, mi spiegò che era una cosa particolare, da vedere assolutamente. Mi portò addirittura a forza a visitare il tribunale e mi confermò che non era complicato assistere a un processo.
Quel mattino era allegro e dopo la gita al palazzo andammo a fare colazione. Tutto il tempo parlò del suo nuovo lavoro e della nuova casa in affitto, «con due bagni e una grande camera da letto» insisteva.
A quel punto mi sentii come sospinto dall’inevitabilità. Ci avevo pensato sopra troppo a lungo. La curiosità in effetti era ormai grande e prolungare l’agonia d’attendere oltre non era sopportabile. D’altronde, mi aveva riempito la testa di chiacchiere sull’importanza, per uno che la notte scrive, di vedere certe cose.
Andai al processo vestito di scuro. Pantaloni marroni e camicia marrone un po’ più chiara. Scarpe, giacca e tutto il resto intonato. Mi sedetti in mezzo alla folla così da non risultare troppo in vista e poter osservare con tranquillità la scena e magari non sbadigliare proprio davanti agli occhi del giudice.
Iniziò tutto come si vede nei film. Identico. Le guardie, il pubblico, gli avvocati, gli assistenti. La causa era questa: un tizio si era gettato da un balcone per ammazzarsi, ma nell’impatto col suolo non era morto. Si era però rotto le gambe ed era rimasto immobile sull’asfalto. In pochi attimi più automobili gli passarono sopra, fracassandolo tutto. Ma lui ancora non era morto. Era però in condizioni disperate. La moglie, sconvolta dall’accaduto, aveva sporto denuncia perché il marito con quel gesto, a detta sua, l’aveva messa in posizione di non poter più continuare a vivere come aveva finora fatto. Tra le molte cose, sembrava che la casa dei coniugi non fosse ancora stata del tutto riscattata dalla banca e che lei, la donna, fosse impossibilitata da sola a pagare le rate in quanto disoccupata.
Una signora davanti a me, con in mano due ferri e un gomitolo di lana, anziana, bassina, coi capelli corti e bianchi, mi raccontò che l’incidente era accaduto il giorno prima! Mi disse anche, che non aveva mai sentito di una cosa simile. Doveva essere proprio un caso speciale per scavalcare tutti gli altri!
La vecchietta si sedette. Io guardai verso la prima fila e vidi la moglie. Vestita di nero, un po’ grassottella, con le guance paffute, le labbra gonfie, il naso come una patata tonda, il petto enorme e due gambe tozze che si reggevano su due tacchi alti e spessi. Si muoveva dondolando la testa e lamentandosi continuamente col suo avvocato, portandosi il fazzoletto bianco agli occhi umidi e strizzandoli come prugne.
Poi entrò l’avvocato del marito. Alto, con occhiali tondi e piccoli, gli occhi puntiti, i capelli corti e grigi. Si portò al suo tavolo e, dietro di lui, l’assistente, con in mano una colonna di documenti più alti della sua testa, lo seguiva.
Ero sovrappensiero, ma sentii comunque che qualcuno disse ad alta voce qualcosa. Allora tutti si alzarono e io li seguii lentamente nel gesto di tirarmi su. Entrò il giudice. Espose ciò che gli era stato riferito del caso, i nomi delle parti e poi altre cose di rito. Il processo iniziò. Si fece avanti l’accusa. L’avvocato della donna era anche lui un tipo bassetto, che a prima vista colpiva per le sue perfette sopracciglia nere, sembravano ritoccate col pennello; le guance rosse, le labbra gialline per il fumo intenso e una pancia larga e sporgente, che piegava in su la cravatta chiaramente troppo lunga. Espose il punto di vista della signora. Aveva una voce rauca e irregolare. Accelerava e poi rallentava impastando il discorso, facendo un verso con la lingua e i denti ogni due o tre parole, come se richiamasse un gatto. Il giudice, impassibile e severo, lo ascoltò.
La palla passò quindi alla difesa. L’avvocato si alzò. Alto, magro, anziano e corrucciato. Dotato di una pronuncia impeccabile, espose chiaramente a tutti noi ciò che aveva da dire.
Il processo andò avanti, seppure, ad un certo punto, si rese necessaria l’inevitabile presenza dell’accusato. Anzi, fu l’avvocato della difesa a chiamarlo. Evidentemente doveva essere a disposizione.
Si aprì quindi la porta alle nostre spalle ed entrò un tavolino mobile, sospinto da una guardia. Su questo carrettino, potremmo dire, stava una scatola di metallo, non molto grande ma neanche piccola. Giusto la dimensione adatta per tenerci dentro uno di quei clown da circo, che riescono, contorcendosi, ad entrare in una valigia. Tutti i presenti guardarono sospettosi il contenitore. Alzatici, ci sospingemmo verso il varco che stava in mezzo, cercando di guardarci dentro. Qualcuno per poco non si sporse tanto da cascare per terra. Ci aggrappammo con la più alta discrezione possibile alle spalle di chi era più vicino. Ma non ci fu nulla da fare. La scatola era chiusa. Mentre passava, però, si mosse. Sobbalzò. Ci ritirammo indietro, sorpresi. Qualcuno si lasciò scappare persino un piccolo urlo. Il giudice ci invitò fortemente a riaccomodarci.
Fu aperta. Sgomenti, inorriditi, vedemmo uno spettacolo insopportabile. La guardia tirò fuori con le dita tese e tremolanti la testa di uomo. I suoi occhi roteavano in tutte le direzioni.
A quella visione noi reagimmo tirandoci indietro, terrorizzati dalla possibilità che il suo sguardo potesse fermarsi per un attimo su qualcuno di noi. Era spettinato, sporco di sangue, ferito e con una parte della nuca priva di capelli, strappatigli evidentemente da qualcosa. Al collo tranciato di netto era rimasta attaccata solo una parte della spina dorsale, i polmoni e il cuore che ancora batteva. Era vivo. L’uomo riusciva ancora a parlare e disse qualcosa alla guardia che lo teneva.
Furono sistemati dei cuscini sul tavolo e la testa fu poggiata. Quello che rimaneva del corpo fu celato da un lenzuolo bianco che presto si impregnò di sangue.
E l’uomo, interrogato, parlò.
«Non avevo mai sentito di una cosa come quella che mi è accaduta. Pensavo che fossi morto. Questo cos’è? È uno scherzo di Dio? Dio si prende gioco di me? O è il Diavolo?».
Nessuno osò aprire bocca. Solo l’avvocato dell’accusa riuscì a fargli una domanda.
«Non avete pensato, voi, alle conseguenze che questo gesto avrebbe avuto nei confronti della mia cliente M.M., ovvero vostra moglie?»
La testa tremò, digrignò i denti e disse: «Per mia moglie non fui mai altro che un affare. Noi ci sposammo per affare. Lei aveva i titoli ed io il denaro. Ma ho perso quel denaro, gli affari sono andati male e i titoli…non ti fanno mangiare». Poi si rivolse direttamente alla moglie: «Cosa ti posso dire, cara? È un affare andato male».
La donna allora lanciò un urlo rabbioso, isterico e, perdendo l’equilibrio dall’alto dei suoi tacchi, cadde. Tutti sospirammo, sconvolti da ciò che accadeva. La testa parlava e che parole diceva!
Il giudice ci invitò ad accomodarci ancora. Impensierito e biancastro restò fermo qualche minuto. Infine disse: «Normalmente, in casi come questi, io dovrei ordinare il ricovero forzato per le cure mediche mentali adatte. Ma, data la situazione e l’impossibilità di stabilire quanto a lungo lei possa sopravvivere in questo stato, ordino che sia riportato in ospedale, che sia curato fino al giorno del suo decesso. Ovviamente, lei non dovrà alcun risarcimento alla sua consorte, in quanto, sì, è vero che con questo gesto ha attentato alla sua vita e ha anche stravolto la condizione sociale ed economica di sua moglie, eppure, la situazione economica, a quanto vedo, era già disastrosa e probabilmente, vista anche la sua età, sarebbe forse stato più un peso che un aiuto per la sua signora».
L’imputato sorrise e allungò lo sguardo verso la sagoma della moglie. Questa, a stento reggendosi, colpita dalle parole del giudice, si voltò di scatto verso il marito, si lanciò con i bulbi iniettati di rosso sangue e con le mani affilate da lunghe unghia viola afferrò la testa e la scagliò contro il palco del magistrato, ringhiando e sbavando di rabbia.
Gli avvocati si fecero indietro stupefatti. Le guardie si lanciarono sulla donna e all’inseguimento della testa che disgraziatamente urtò il duro legno. Rotolò e quando si fu fermata, ci accorgemmo che ormai gli occhi erano chiusi. Il cuore non batteva più e i polmoni avvolti in fasce muscolari non si contraevano.
Poco prima di andarcene, come ci fu indicato nel caos dal giudice, vidi un inserviente versare della segatura su ciò che restava della salma dell’accusato. E mentre scopava i grumi di sangue attaccatisi al legno, dietro di lui la mano sinistra dell’imputato, discesa dal tavolo, si muoveva lentamente in giro per il pavimento cercando il suo volto. Come se il morto volesse coprirsi il viso.

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