Non mi viene niente

(hanselegretel)

Tra le favole perdute Gretel torna qui, al primordio di sé, prima della casa di marzapane e al dover fingersi ossa per uscire. Quando ancora c’era un fratello distanziato a cui poter non rivolgere parola. Prima che la necessità li inchiodasse al confronto e all’unione. Prima di questo, Gretel aveva trecce rosso spento in niente simili a carote e sempre la stessa gonna a cui cambiare fiore quando il giardino lo permetteva; passava il pomeriggio fingendo che fosse mattina per il gusto di pranzare con la luna. Hansel viveva con i suoi capelli perfetti e non immaginava che l’abbandono sarebbe toccato anche a lui. Hansel beffardo, Gretel ferita, in ritardo, introversa. Hansel biondissime ginocchia allineate. Gretel schiena di spine da non potere toccare. E poi quella gabbia li ha fatti guardare e in quel quadrato di paglia-orizzonte-interrotto la pelle di Hansel era meno lucente e i piedi di Gretel, in fondo, non erano poi così blu come volevano far credere.
Nella foto di oggi hanno lo stesso colore degli occhi anche quando si guardano, la strega è immutata (glassata) e nessuno conosce ancora la traduzione di sugar rush.

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© Andrea D'Aquino

(tu lampadina)

Ho pensato a quel giorno in cui io ero forchetta e tu lampadina. Un giorno in mezzo agli altri che è iniziato alle tre del sabato e finito alle quattro della domenica perché c’era bisogno di un’ora di più e, in un giorno inventato, puoi anche prendere minuti extra. Tu facevi una luce fiochissima, all’inizio, per colpa dell’interruttore che funzionava male, non perché fossi una lampadina a basso consumo, quello no; eri una di quelle lampadine in cui si illumina solo l’interno come una stella filante di luce attraverso. Io andavo abbastanza fiera delle mie quattro punte da un pomeriggio all’altro senza nemmeno mettere il gel. Non avevo mani né piedi ma del resto neanche tu, in compenso le zigrinature delle nostre parti metalliche sembravano vestiti per ciechi, ma noi potevamo solo vederle. Abbiamo ballato e per la prima volta da in piedi ti ho guardato la cima –che ogni tanto ho bisogno di sentirmi all’altezza-, poi il tuo fusillo interiore ha iniziato a brillare, mi hai chiesto di poterti specchiare e con la mia faccia convessa si è illuminata la stanza.

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(non ho biglietti, solo gambe)

Devo costruire una chitarra di cartone per suonare alla tua porta e farmi riconoscere ma non ho lo spessore delle corde per lo spago e non so se dovrò farne sei o ti accontenterai di quattro. Con la paura che dal citofono tu non riconosca il colore, scambiandomi per un grigio uomo della posta, per una gialla testimone di dottrina. Domani non avrò neanche un mazzo di zucchine da portarti, anche se potrei piantarle e rifugiarmi nello spazio tempo per dar loro il tempo di crescere senza fiorire. Ci penserò. Intanto, questa casa è piena solo di scatoloni di latte e cereali e, per quanto tenti di vestirmi da liutaio, l’unica immagine che emerge è quella di un mandolino con le toppe a cui manca un taccuino, una bicicletta e un vinile per essere considerato fin(i)to. E poi. E poi non ho biglietti, solo gambe. Non ho orari e nascondigli ma forse mi aspetterai senza girare gli angoli e, se dovessi smarrirmi per aver abusato del cappuccio, so che una medusa troverà il modo di spuntare nel tuo tè per non dirti niente e a quel punto, in quel punto, mi ritroverai.

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