Lautréamont dopo Maldoror. Un ironico ‘ritorno all’ordine’?

lautremont

Pensieri e revisioni di pensiero, note, appunti e abbozzi critici condensati in casuali, talvolta caotici frammenti aforistici sono le Poésies che, a ridosso dei Canti di Maldoror, Isidore Ducasse conte di Lautréamont redige per una prefazione da far precedere a un “libro futuro” mai scritto, ma già dedicato ad alcuni compagni di liceo e al professore di retorica Hinstin. A loro e “agli amici passati, presenti e futuri” stila il rammemorante Isidore, eterno outsider e meteora di passaggio nel cielo della poesia del mondo, “sono dedicati, una volta per sempre, i brani prosaici che scriverò nel corso degli anni”.
Specchio ‘chiaro’ dell’infero e soliloquiante Maldoror, le Poesie vorrebbero apparire come il podio d’un critico e filosofo ‘en poète’ che afferma il primato della critica sulla poesia (il “giudizio sulla poesia”) e si oppone ai personaggi d’una società (e d’una storia) letteraria da giubilare per intero: da Hugo a Rousseau, Sand, Nerval, Gautier, Balzac, all’esecrato Musset e a molti altri; nonché a tutta un’anonima schiera di velleitari sperimentalisti rivelatisi solo dei vanesi posatori (“scrittori falliti, pericolosi buffoncelli, banali buontemponi, lugubri mistificatori, perfetti alienati”).
Stampate nel 1870 e rimaste nel dimenticatoio fino alla loro riedizione nella rivista “Litterature” (aprile 1919), le Poesie (ristampate dalle edizioni fiorentine Barbès con il titolo di La poesia non è tempesta) sembrerebbero suggerire la necessità d’un raffronto con il Maldoror.
Che rapporto c’è fra le due opere? È possibile che la sfrenata, ultrametaforica immaginazione trasfusa nei Canti, modulati da retoriche di conio neobarocco e pervasi d’un assoluto nichilismo verso lo stato di cose, sia contraddetta e come rinnegata dalle tardoilluministiche, postume Poesie, uno spoetizzato esercizio di filosofia aforistica intriso di polemica antiromantica e rivolto alla realtà effettuale? E potrebbero essere una conferma della possibile schizofrenia del giovane poeta, appena ventiquattrenne, tali perentorie formulazioni e dichiarazioni d’intenti dominate da un logos antilirico opposto al simbolismo visionario del Maldoror che ora Lautréamont sembrerebbe giudicare un libro forse fallito a causa delle fiere aggressioni contro la divinità e degli smodati elogi del male in esso contenuti?
“Ho cantato il male” scrive (23 ottobre 1869), a proposito dei Canti, Isidore all’editore Verboeckhoven “come hanno fatto Mickiewicz, Byron, Milton, Southey, A. de Musset, Baudelaire, ecc. Naturalmente, ho accentuato il diapason per dire qualcosa di nuovo a proposito di quella letteratura sublime che canta la disperazione solo per opprimere il lettore, e fargli desiderare il bene quale rimedio. Allora, insomma, si canta sempre il bene, però con un metodo più filosofico e meno ingenuo di quello della vecchia scuola di cui Victor Hugo e qualche altro sono i soli rappresentanti ancora in vita”. Aggiungendo quasi accoratamente: “Quanto soprattutto desidero è essere giudicato dalla critica”.
Invece, all’epoca, la critica tace: sia sull’anticonformista, disperato e blasfemo Maldoror, sia a proposito delle revisionistiche Poesie portatrici d’un supposto oppure ambiguo e relativamente credibile ‘ritorno all’ordine’. A questo proposito – scrive il poeta a Darasse (il banchiere che amministra le non sempre munifiche somme di denaro inviate a Isidore dal padre, residente a Montevideo) -, “cantare la noia, i dolori, le tristezze, le malinconie, la morte, l’ombra, la cupezza ecc. è volere, a ogni costo, guardare solo il puerile rovescio delle cose […]. Ecco perché ho cambiato completamente metodo, per cantare esclusivamente la speranza, l’attesa, LA CALMA, la felicità, IL DOVERE. […]. Il mio volume non sarà ultimato che fra 4 o 5 mesi”.
Il messaggio, datato 12 marzo 1870, anticipa di otto mesi la morte senza onore né gloria di Lautréamont: che, non avendo potuto attuare l’idea di condurre a termine un libro dedicato, chissà se un po’ beffardamente, al mondo liliale della regola e dell’ordine, indurrebbe i futuri esegeti a distinguere un ‘primo’ e un contraddittorio ‘secondo tempo’ lautréamontiani; dove l’attrezzeria nera del poète maudit apparirebbe smobilitata a favore d’una sorta d’impegno etico dall’inattesa parvenza moralistica.

Posto ciò, può essere tuttavia improprio soffermarsi a distinguere il Lautréamont tenebroso e reprobo da quello ‘benpensante’ firmatosi col proprio vero nome, Isidore Ducasse. Allo stesso modo, sarà futile configurare un rigido dualismo psicologico a proposito d’un autore la cui costante programmatica è, con tutta evidenza, quella di sottrarsi al principio di non-contraddizione.
Peraltro è il poeta stesso a ingegnarsi di giustificare in termini dialettici il rapporto delle Poesie col madornale onirismo (un “rêve immense”, cfr. Maurice Blanchot, Lautréamont et Sade, 1949) dei Canti: allorquandospiegacomel’interprete del male Maldoror (‘mal/d’orrore’) sottintenda quale suo immediato referente il bene, cioè la “verità pratica” cui anelano le Poesie. Sipuò ritenere – riepiloga Blanchot – che tra Maldoror e le Poesie vi sia continuità e, nello stesso tempo, accada una variamente interpretabile “rottura”.
Mentre la rottura è data dall’inopinata lode dei buoni sentimenti, la continuità con lo spirito maldororiano emerge dall’ironia e dal grande sarcasmo, con effetti umoristici,  inevitabilmente sotteso nelle Poesie; specie notando Isidore incensare (o ‘far credere’ d’incensare) un Villemain, definito, davvero iperbolicamente, “trentaquattro volte più intelligente di Eugène Sue e Frédéric Soulié”. E insiste, il divertito Isidore: “La sua prefazione [di Villemain] al Dizionario dell’Accademia vedrà la morte dei romanzi di Walter Scott, di Fenimore Cooper, di tutti i romanzi possibili e immaginabili” (!). Per non dire d’un oscuro professorucolo promosso al di sopra di Dumas e Balzac, fino a un Hugo abbassato a scrittorello di versi per i bambini.
Denotato cotanto scapato spaccio di bizzarrie critiche capaci di rendere interessante quanto condannano, non è difficile condividere con Blanchot il sospetto che “Lautréamont abbia […] voluto rendere ridicolo ciò che loda” (cit.). Tanto che, alla fine, la conclamata ‘conversione’ del poeta sembra tradursi in un esercizio criptico-canzonatorio: finché la materia delle Poesie finisce, assai spesso e irresistibilmente,per suggerire il proprio stesso ‘rovesciamento’.

Maggiore interesse, circa l’opera di Lautréamont, può destare la questione, oltre che delle ‘fonti’ del Maldoror (la Bibbia, Dante, Shakespeare, Milton, Byron, Goethe, Baudelaire, Poe, Borel), degli eventuali calchi o ‘plagi’riscontrabili nella seconda parte delle Poesie:da La Rochefoucauld, La Bruyère, Pascal e Vauvenargues. Soprattutto è Luc de Clapiers marchese di Vauvenargues, autore tra l’altro di un’Introduction à la connaissance de l’esprit humain (1746),il privilegiato riferimento di Lautréamont: che si identifica con Vauvenargues e lo ‘copia’ rovesciandolo, interessato alla critica del pensiero scettico svolta dal filosofo nato nel 1715 e morto sconosciuto a trentadue anni dopo una vita segnata dalla salute malferma, dalla povertà e dalla solitudine.
Senonché, a differenza del furtivo plagiario che non riesce a scrivere ma non volendo rinunciarvi s’affanna a copiare pedissequamente gli scritti altrui, Lautréamont ostenta di riferirsi a svariati motti o massime di Vauvenargues e altri, ma solo al fine di variarne, oltre all’ordine delle parole, lo stesso significato: a dimostrazione della non sempre recondita omologia dei contrari.
Per l’autore si tratta di assumere certe frasi cosiddette ‘famose’, talora divenute quasi dei dogmi intellettuali, ponendole in opposizione dialettica fra loro. Ne consegue uno ‘smontaggio’ che, additando verosimili identificazioni dei contrari, segnala che ogni tesi può recare in sé un’antitesi fino a produrre inattese o sorprendenti sintesi. Un modo, questo, di abolire il romantico soggettivismo per lasciare spazio a una parola sempre adattabile, liberata e di volta in volta polivalente.

All’inversione di senso che, per dimostrare la plasticità delle parole e del pensiero, il poeta effettua sul celebre stilema dantesco “Lasciate ogni speranza ecc.”, divenuto “Vous qui entrez, laissez tout désespoir” (“Lasciate ogni disperazione, voi che entrate”), s’associano  studiate varianti su frasi di Vauvenargues (es.: “Non si può essere giusti se non si è umani” afferma Vauvenargues; “Si può essere giusti se non si è umani” varia Lautréamont); di Pascal (“Scriverò i miei pensieri senza ordine”; ma Lautréamont: “Scriverò i miei pensieri con ordine”); La Rochefoucauld (“L’amore della giustizia non è, nella maggior parte degli uomini, che il timore di patire l’ingiustizia”; Lautréamont: “L’amore della giustizia non è altro, nella maggior parte degli uomini, che il coraggio di patire l’ingiustizia”); La Bruyère (“Tutto è stato detto”; Lautréamont: “Niente è detto”).
Nello stesso tempo, il poeta non manca di porsi in lucida dialettica con se stesso quando fa riferimento a un brano del “Canto primo” del Maldoror (“In tutta la mia vita ho visto  gli uomini, nessuno escluso, che stringendosi nelle spalle hanno commesso innumerevoli azioni stupide, degradato i propri simili e corrotto in ogni modo le anime. Chiamano gloria il motivo delle loro azioni […]. Tempeste, sorelle degli uragani; firmamento bluastro di cui non  concepisco la bellezza; mare ipocrita, immagine del mio cuore; terra dal misterioso seno; abitanti dei pianeti; universo intero e Dio che lo hai magnificamente creato, io t’invoco: mostrami un uomo che sia buono!… Che la tua grazia moltiplichi le mie forze naturali, affinché, vedendo un simile mostro, io possa morire di stupore: si muore per meno”); che ‘corregge’ nella seconda parte delle Poesie: “Ho visto gli uomini stremare i moralisti, che volevano scoprirne il cuore, spargendo su loro la superiore benedizione. Esprimevano meditazioni quanto mai vaste, rallegrando l’autore delle nostre felicità. Rispettavano l’infanzia, la vecchiaia, ciò che respira e ciò che non respira, rendevano omaggio alla donna, consacravano al pudore le parti che il corpo ha ritegno a nominare. Il firmamento di cui riconosco la bellezza, la terra immagine del mio cuore, furono da me invocati perché m’indicassero un uomo che non si credesse buono. Lo spettacolo di simile mostro, se si fosse realizzato, non mi avrebbe fatto morire di stupore: si muore per molto di più”.

duc