L’appuntamento segreto. Un umanesimo etnografico per tornare a casa

 

Mi si presenta l’occasione di delineare il funzionamento e di mettere in risalto la portata dell’umanesimo antropologico di cui si sta tracciando l’impianto essenziale nei saggi che ho pubblicato di recente su «Lunarionuovo»[1. Mi riferisco a A. Gaudio, Il sopportabile peso della realtà. Note su appaesamento, folclore e azione nei primi documentari di Vittorio De Seta, in «Lunarionuovo», a. XXXII, n. 42, maggio 2011; Id., Verità e invenzione della verità. Ancora sull’attualità della rappresentazione del Sud da Levi a De Seta, in «Lunarionuovo», a. XXXII, n. 44, luglio 2011; Id., Vuoto di cultura, vuoto di civiltà. Note sul Mezzogiorno di Carlo Levi, in «Lunarionuovo», a. XXXIII, n. 46, gennaio 2012; Id., Non siamo seduti su niente. Note sul meridione di Anna Maria Ortese, in «Lunarionuovo», a. XXXIII, n. 47, febbraio 2012; Id., Come in un gioco insensato. Appunti sulla Calabria di De Seta, in «Lunarionuovo», a. XXXIII, n. 48, marzo 2012.]: esso parte dallo studio di alcune opere creative per arrivare a una definizione maggiormente pregnante e interdisciplinare dei problemi del Mezzogiorno e del dibattito che hanno originato. Il tentativo consiste nel muoversi sul nesso tra attività artistica e realtà a essa contingente, impugnando la storia e la scienza tanto della cultura occidentale, quanto dei suoi limiti più estremi, vale a dire di ciò che dal centro e dal senso di essa sembra essere più distante; in questo modo la verità dell’arte (pellicola cinematografica, pittura, poesia o romanzo che sia) partecipa alla costruzione della realtà, anticipando gli approdi delle scienze umane o contribuendo a un loro assetto più funzionale[2. L’itinerario interdisciplinare che da Levi arriva sino a De Martino è stato studiato in D. Carpitella, L’itinerario di Carlo Levi e la ricerca interdisciplinare di Ernesto De Martino e in V. Lanternari, Da Carlo Levi a Ernesto De Martino: verso la nuova antropologia, entrambi reperibili in G. De Donato (a cura di), Carlo Levi nella storia e nella cultura italiana, atti del Seminario tenutosi presso la Fondazione Carlo Levi di Roma nel maggio e nel giugno del 1984, Manduria-Bari-Roma, 1993, rispettivamente alle pp. 203-212 e 213-225. Sui rapporti tra Carpitella e De Seta si veda la breve testimonianza redatta dal regista nel settembre del 1991 (V. De Seta, Con Diego, in G. Fofi – G. Volpi (a cura di), Vittorio De Seta. Il mondo perduto, Introduzione di F. Maresco, Torino, Lindau, 1999, pp. 63-64).]. È questa la via difficile e decentrata del moderno umanesimo: quella che si snoda oltre i margini d’espansione della civiltà capitalistica egemonica consentendo, di pari passo, di allargare la coscienza di noi stessi. Proprio per chiarire il funzionamento di quell’azione poetica e giusta di cui si è parlato in precedenza, ci si sta muovendo in quella terra di nessuno che, ad esempio, insiste tra letteratura e cultura popolare le quali, così come le discipline che studiano tali fenomeni, si presuppone che siano molto più legate di quanto in genere non si creda. Del resto, questa nuova possibilità umanistica era stata prefigurata già da Ernesto De Martino il quale, in un paragrafo del suo volume sulle apocalissi culturali, chiariva i caratteri di un umanesimo diverso da quello «filologico-classico», che, grazie al supporto dell’antropologia, potesse raggiungere una dimensione maggiormente consapevole e critica e meno interessata alla raffigurazione esclusivamente positiva della realtà o alla semplice «rammemorazione di un passato illustre»[3.  Cfr. E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (1977), a cura di C. Gallini, Torino, Einaudi, 20115, pp. 389-413, in particolare pp. 395-396.]. Andando a ritroso lungo la strada battuta da De Martino si prova, così, a delineare l’antropogeografia tracciata nei lavori di alcuni intellettuali, accomunati da una tensione particolare, intempestiva (e, dunque, particolarmente accorta), nei confronti del Mezzogiorno.
Sono in molti a calarsi in quella frattura di cui si è parlato in Vuoto di cultura, vuoto di civiltà. Note sul Mezzogiorno di Carlo Levi[4. Il saggio è reperibile alla seguente URL: https://www.lunarionuovo.it/?p=440.] per guardare al suo interno e per tentare di ricomporla nel presente (e tornare, così, a casa). Il più delle volte, lo hanno fatto servendosi di una tecnica del raccogliere che riconosce nell’intuizione e nella sensibilità dell’individuo il proprio valore aggiunto; a tali peculiarità si va a sommare la predilezione per un genere letterario impuro, ibrido, in cui il dominio narrativo risulta contaminato e approfondito dalla forma saggistica[5.  Sembrerebbe un aspetto tipico della narrativa italiana degli anni Cinquanta e di quella leviana in particolare «questa specie di superfetazione del soggetto e dell’individuo che è soggetto letterario in quanto soggetto storico, (e che) si coniuga in Levi, ma anche in molti altri, proprio con una scelta non narrativa», S. Giovanardi, Aspetti del realismo nella narrativa italiana degli anni Cinquanta, in G. De Donato (a cura di), Carlo Levi nella storia e nella cultura italiana cit., p. 84.]. In quella spaccatura il poeta, al buio, tiene fisso lo sguardo sul suo tempo ed è per questo, direbbe Giorgio Agamben, che egli può dirsi contemporaneo[6. G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, Roma, Nottetempo, 2008.]: lo è anche in virtù della sua capacità di essere libero dal proprio tempo, esiliato da esso e, dunque, tanto un contemporaneo della contemporaneità illimitata, quanto un contemporaneo «degli uomini nuovi, dei piccoli, degli oscuri»[7. È quanto Carlo Levi sostiene nella lettera a Giulio Einaudi che fa da prefazione all’edizione del 1963 del Cristo si è fermato a Eboli (C. Levi, L’autore all’editore, in Id., Cristo si è fermato a Eboli,-1945-, Torino, Einaudi, 2010, p. XIX); il frammento citato è riprodotto in G. De Donato, Le parole del reale. Ricerche sulla prosa di Carlo Levi, Bari, Dedalo, 1998, p. 9.]. Inoltre, è contemporaneo in ragione della sua capacità di scrutare il presente attraverso una modalità analitica che sia in grado di disancorarsi dall’oggetto osservato e di contestualizzarlo storicamente: essa può essere definita archeologica nella misura in cui riesce a cogliere in ciò che è attuale l’«appuntamento segreto»[8. G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo? cit., p. 21.] con un altro tempo o un’altra generazione[9. Sarà Italo Calvino, nel già citato numero monografico di «Galleria», a parlare di Carlo Levi in quanto «testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo» (I. Calvino, La compresenza dei tempi, in «Galleria», n. 3-6, 1967, pp. 237-240; ora in C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli cit., p. X). Commentando la disposizione di Levi nel Cristo si è fermato a Eboli, Gigliola De Donato e Sergio D’Amaro precisano che «nella sua condizione di esiliato, che ha rifiutato il tempo della degradazione, della violenza, della vergogna; che ha orrore dell’astratta determinatezza dell’uomo occidentale, della scissione dell’unità originaria, egli può essere veramente un contemporaneo, vivendo un tempo più profondo, più vergine, più autentico, dentro un mondo dal quale sarebbe nata la nuova storia: una storia, allora, ancora da inventare» (G. De Donato, S. D’Amaro, Un torinese del Sud: Carlo Levi. Una biografia, Milano, Baldini & Castoldi, 2001, p. 130).]. È per questa via che l’umanesimo di tipo etnografico preconizzato da De Martino, non rinunciando al ricordo del passato – e a patto che nel far ciò non scada nel malinconico o nell’elegiaco –, valorizza anche quella disposizione per il dettaglio e per la verifica cara tanto al poeta quanto all’uomo di scienza: entrambe le figure sembrerebbero necessarie per inquadrare le mille contraddizioni di un problema, quello meridionale, che non ha ancora avuto soluzione e per cercare di intuirne gli sviluppi futuri.

 

 


 

Print Friendly, PDF & Email