In pillole. L’Artù e gli Artù

Il cane Artù è un cocker d’indole buona. Si dice che i cocker sono come bambini che non crescono mai.

Bisogna ammettere che anche larghi strati dell’umanità che ci circonda manifesta sentimenti ed esprime pensieri infantili.

Desta apprensione dovere constatare come queste persone hanno spesso ruoli e responsabilità sorprendentemente inadeguati alle loro capacità. Sono persone, rimaste bambini, private di quelle briciole di saggezza di cui il tempo cosparge il corso della vita.

Di fronte a loro o alle loro gesta, sembra di entrare nelle caverne buie della notte dei tempi in cui echeggiano i fonemi dei nostri antenati occupati a smembrare la preda secondo il galateo degli istinti fondamentali di sopravvivenza.

Il cane Artù è rosso e peloso, oltre che allegro e intelligente e ad avere orecchie lunghe che sembrano ali, quando corre.

Non altrettanto facilmente è identificabile il contemporaneo, che ha sembianze di persona civile, magari, bardato dei simboli del potere fino a somigliare ad uno dei tanti capi di stato che hanno affollato la storia e devastato l’umanità.

L’Homo, per diventare sapiens sapiens, ha provato una infinita varietà di modi e di strategie, di cui solo quelle rivelatesi più utili caratterizzano l’Homo contemporaneo e sono scritte nel DNA del suo codice genetico, altre sono diventate tendenze e predisposizioni.

La fame genera paura e sofferenza, la sua soddisfazione vigore fisico e intraprendenza, il sesso tensione e appagamento, il sonno prima rende incapaci e poi efficienti. Questi pochi bisogni fondamentali e tanto tempo sono bastati all’Homo per apprezzare la collaborazione e la solidarietà, inventarsi culti e miti, creare riti e religioni, comunicare e rappresentare, accordarsi per non lottare, fare patti, erigere templi e cattedrali, fino al rispetto gratuito e all’amore, all’idea di stato e alla promozione della conoscenza

L’Homo contemporaneo inficia spesso i suoi comportamenti con gli istinti arcaici, efficaci e sbrigativi, per ottenere subito e facilmente ciò che gli sembra desiderabile, senza rispetto e senza lungimiranza.

La civiltà accompagna l’uomo a inerpicarsi per sentieri nuovi, appena tracciati dalla conoscenza, lungo il percorso evolutivo. Su queste vie, l’uomo misura le sue capacità creative e mette alla prova le sue abilità realizzative. Da sempre, da quelle alture si riescono a intravedere orizzonti futuri.

L’ambizione porta a credere che non sia necessario salire fin lassù, senza rendersi conto che in un percorso evolutivo di milioni di anni, non arrivare fino in fondo significa arrestarsi a pensare come qualche secolo fa.

Non si può aspettare che il diluvio tracimi dal bordo della valle, bisogna lasciare subito la terra dei padri, abbandonarla, emigrare in paesi diversi, mille leghe distanti dal nostro baricentro. Luoghi finora immaginati o raccontati da viaggiatori, dove vivono asceti, santi e profeti, improbabili come una favola. Lì bisogna recarsi, e lì provarsi, per non provare sgomento e indignazione davanti agli interlocutori potenti e riveriti, votati alla conquista di influenze sempre più vaste. La conquista della loro opulenza non è generata da quella fame atavica cieca e senza ragione, ma è la soddisfazione di un appetito smisurato, che ha bruciato fiori e vite umane e il fumo di questo fuoco: trattiene nell’aria il calore del sole, ha spazzato l’ozono del cielo, riscaldato l’acqua degli oceani, sta sciogliendo il ghiaccio dei poli, dà forza agli uragani e potenza alle inondazioni. L’avanzare di questa nuova Era Torrida va trasformando in diluvio l’insipienza dell’uomo.

 

 

Print Friendly, PDF & Email