L’amorevolezza di Nedda

Mia bisnonna materna, Nedda, a Pozzillo la chiamavano: ”donna Nedda ma duni nà cosa”, una donna forte, ma nello stesso tempo di carnagione assai delicata, con occhi chiari e una aureola di capelli bianchi come seta che le incorniciavano un volto sempre sereno e amorevole. Erano tempi tristi e c’era molta fame in giro, chi possedeva terra, di fame non soffriva, ed essendo Nedda una donna molto generosa di quello che aveva ne faceva dono ai vicini, cercando di essere di aiuto in quel difficile momento epocale.
I bambini, quasi tutti figli di pescatori di quel piccolo paese, poveri in canna, andavano a trovarla e Lei accontentava tutti con qualche frutto o un po’ di pane, fichi secchi, mostarda, marmellata e quello che trovava in casa. Era una bella usanza, nei paesi di allora, dove chi aveva donava a chi aveva bisogno, erano piccole cose ,ma allietava chi li riceveva e anche chi donava. Questa usanza di Nedda venne trasmessa, forse anche geneticamente, alla figlia Santina, mia nonna, donna forte e gran lavoratrice, dalla madre non aveva ereditato quei tratti fini ed eleganti, era piuttosto scura, come il padre, Giovanni, ma aveva ereditato da sua madre le buone abitudini.
Molta parte della mia fanciullezza l’ho trascorsa nella sua casa assieme alle mie due zie più giovani di una decina d’anni più grandi di me. La casa di nonna Santina e nonno Alfio, per me era una casa ricca di fascino, oltre ad essere un bellissimo palazzo con affreschi, opere del pittore Sebastiano Spina, che io ammiravo più di ogni altra cosa.
Aveva un bellissimo cortile odoroso di gelsomini, poi in fondo al cortile diversi fabbricati con una   popolata fattoria, dove si allevavano mucche, vitelli, maiali, tantissime galline, porcellini d’india, oche e tacchini. I tacchini erano la passione di noi bambini, con mio fratello, gli parlavamo, fino a fargli aprire la ruota e a farli goglottare. Ne usciva un meraviglioso concerto agreste che ci appassionava più del dovuto e che durava fino al punto in cui mia nonna, veniva e ci intimava di smetterla.
Era un mondo diverso da casa mia, chiusa in quattro mura, per cui mi piaceva stare con mia nonna che mi portava in giardino. Io restavo affascinata dai luoghi, da certi angoli, da certe scalinate in pietra lavica, dai muri ricoperti da coloratissimi muschi con sfumature dal bianco al verde e al giallo ocra, che avrei voluto portare con me. E questa sensazione si spingeva oltre, pensavo anche che un giorno avrei perso tutte queste belle cose!
Un giorno seduta su una bellissima scalinata di campagna in pietra lavica, ripiena di muschi e circondata da tantissimi fiori rosa della saponaria, mi venne spontaneo chiedere a mio nonna se un giorno quel posto l’avrebbe lasciato a me. Lei si mise a ridere e non ricordo quale fu la sua risposta né se ci fu una risposta. Quando divise le terre alle sue figlie, Lei si ricordò di quella mia ingenua richiesta e con rammarico mi disse: mi dispiace ma dove piaceva a Te non è toccato a tua madre … Anch’io mi ricordavo di quella ingenua richiesta anche se allora avrò avuto sette-otto anni.
Anche nonna Santina dava quel che aveva, in campagna l’abbondanza dei frutti della terra e anche di ciò che lei stessa produceva,come fichi secchi,mostrada di uva e di fichi d’india,marmellate di tutti i frutti. Anche Lei come sua madre Nedda, ospitava a tavola i bambini del vicinato che, non avevano di che sfamarsi e dava loro quel che poteva dare. C’era anche la divisione della frutta, quando si raccoglievano pesche, albicocche, nespole, arance, mandarini, venivano distribuiti a tutti i vicini che non possedevano terre e la frutta dovevano comprarla. Era una costante pensare anche agli altri.
Quando nonna Santina, faceva il pane per tutta la settimana, era una festa per noi bambini, una enorme faticata per lei, eppure lei aveva anche il pensiero per noi bambini e per i bambini dei vicini a prepararci una Cudduredda, una piccola rosettina di pane per tutti.
Erano i tempi di chi aveva di più doveva dare a chi aveva meno, ma anche quando economicamente ci furono delle riprese e le famiglie cominciarono a migliorare le loro condizioni queste belle abitudini di condivisione restarono.
Mia madre, Enna, ereditò questo modo di essere, questi modi di fare, anche senza le necessita e bisogni del passato. Ella ciò che aveva lo condivideva con i suoi familiari e i suoi vicini.
Era maestra nel fare la mostarda al latte, la ricetta era stata tramandata dalla nonna Nedda ed era un dolce che piaceva a tutti i parenti più vicini e mia madre fino a ottont’anni faceva la mostarda per tutti loro.
Per il mondo in cui viviamo oggi questi modi di essere risultano superati e “oggetti smarriti”, ma quanti di noi avremo bisogno di un gesto di amorevolezza, di generosità e di attenzione, che non può darci un regalo costoso? L’amorevolezza che si riceve con un piccolo dono non è un valore trascurabile. Mi piace concludere con H. Hesse, profondo conoscitore dell’animo umano: La vita di un uomo puro e generoso è sempre una cosa sacra e miracolosa, da cui sprigionano forze inaudite che operano anche in lontananza.

 

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