Intervista allo scrittore Lorenzo Marotta

1 –  La Sua produzione letteraria, tra giornalismo culturale e i recenti successi del suo romanzo “Le ali del vento” (Vertigo, Roma – 2012), è oramai nota agli addetti, quindi non sorprende che la Sua scrittura creativa esiga nuovi spazi per un alter ego che in tale senso preme. La nostra curiosità tende a conoscere date e percorsi di quanto adesso con la produzione lirica, si destina all’edizione, in una nota collana di poesia, quindi al confronto con la critica e il pubblico nazionali

R.– Premetto che le mie sono prove di poesie scritte in tempi diversi ( il primo gruppo a metà degli anni Novanta ), il secondo ( dal 2008 in poi)  e non destinati alla pubblicazione. Solo il conforto di un poeta sperimentato come Mario Grasso ha reso possibile la loro edizione con Prova d’Autore.
Da sempre ho letto ed amato la poesia. Da ragazzo compravo le edizioni economiche Oscar Mondadori dei maggiori poeti italiani e francesi, oltre a imparare a memoria le poesie raccolte nelle antologie in uso a scuola. Dagli autori incontrati nella letteratura greca (Alceo, Saffo, Anacreonte, Bacchilide, Pindaro, Mimnermo) e latina ( Catullo, Orazio, Properzio, Ovidio) ai poeti richiamati nella letteratura italiana. Un interesse che è proseguito nel tempo, con alcune predilezioni nei confronti dei poeti come Antonio Machado, Juan Ramòn Jiménez, Salinas, Cernuda, Garcìa Lorca, Guillén. Oltre ai  nostri Montale, Ungaretti, Cardarelli, Quasimodo, Raboni, Caproni per ricordare alcuni di quelli più amati.
Della più autentica tradizione della lirica spagnola mi interessa la fusione dell’intimismo con lo spirito del simbolismo in una visione di purezza e di essenzialità della parola. “Parola essenziale nel tempo” o “Parola esistenziale”, come un precursore di Heidegger amò correggere l’aggettivo usato da Machado. Quella visione che poi troviamo nei nostri Montale e Ungaretti, che hanno saputo fondere simbolismo e lezione leopardiana e foscoliana, non dimenticando Petrarca.
Poesia di solitudine, di evocazione, di assenza, se pure all’interno del temporale e del reale.
Certo, gli Autori indicati sono modelli, epigoni della poesia moderna, con le differenze e le peculiarità di ognuno. Ad esempio la ricerca ostinata della bellezza e della perfezione in  Jiménez, è apparsa a qualcuno sospetta di artificio dell’emozione, mentre in Machado è sempre il cuore che pulsa, il sentimento di dolore e di amore struggente che colora e rende pregnante la parola.

2 –Il poeta è sempre autonomo anche se bisogna riconoscere che rimane affezionato a qualche modello, a qualche Autore (un classico… un contemporaneo). Cosa pensa Lei di questa spontanea consuetudine?Ce ne parli con ampiezza.

R.-  I modelli sono degli archetipi, delle forme ideali necessarie a orientare la ricerca e il lavoro culturale. In questo giocano molto le assonanze con le radici profonde della propria ispirazione. Una poesia che traduce in liriche i propri monologhi interiori volti al sentimento del tempo, della morte, dell’amore come dono o come assenza, ha bisogno di modelli dove la parola, proprio perché scarnificata, si fa rivelatrice del profondo dell’animo umano. Anche se ritengo che la vera poesia coinvolge assieme l’intuizione e  l’emozione, il cuore e la mente, lontana da cerebralismi impropri e da emozionalismi deteriori. Ma ogni modello cede il posto poi all’autenticità dell’ispirazione di ogni autore che certamente è educato, nel tempo, dalla consuetudine alla lettura della poesia di poeti, classici e contemporanei che siano. Che cosa non ci hanno insegnato, in termini di sensibilità poetica, i versi di Saffo, la poetessa per eccellenza, definita da Platone la “decima Musa” e celebrata nell’arte europea da Raffaello, Canova, Moreau, Bocklin? La sua poesia, come voce di pura interiorità, diventa universale e attraversa i secoli, ispirando egualmente Catullo, Foscolo, Ovidio fino a Leopardi, allo stesso Baudelaire ( le Fleurs du mal che inizialmente portavano come titolo Les lesbiennes). E’ l’intensità dell’ispirazione amorosa, se pure tradotta nei vari passaggi del cuore umano come passione (fr. 47  “Eros ha squassato il mio cuore, come raffica che irrompe sulle querce montane”), come gelosia (fr. 31 “…..e su me sudore si spande e un fremito mi afferra tutta e sono più verde dell’erba e poco lontana da morte sembro a me stessa), come desiderio dell’amata (fr. 48  “Giungesti, e hai fatto bene – io ti desideravo – e hai refrigerato il mio cuore che ardeva di passione”), come preghiera (fr. 4  “finche sia possibile a me …risplendere di fronte il tuo bel viso”), come disperazione del distacco (fr. “…sinceramente vorrei essere morta. Lei mi lasciava piangendo/ a lungo, e così mi disse: “Ah! Che pene spaventose soffriamo, o Saffo. Davvero contro il mio volere ti lascio”. Ed io così le rispondevo:” Va’ e sii felice e di me serba memoria: tu sai quanto ci volevamo bene; ma se non ricordi, allora io voglio farti ricordare …tutti i momenti….e belli che abbiamo vissuto insieme”), come ricordo ( fr, 126 “…dormendo sul seno di una tenera compagna…”), come consapevolezza del tempo che passa (fr. 121 “…se ci sei amico cercati una compagna più giovane: io non potrei tollerare di vivere con te, più anziana qual sono…”), infine come immortalità (fr. 58 “…e a me l’amore per sole ha dato in sorte splendore e bellezza” e (fr. 147  “…io credo che qualcuno si ricorderà di noi in futuro”).
Un solo esempio di come possa rimanere nell’animo di ognuno traccia della feconda linfa della vera poesia. Ma tantissimi altri esempi potremmo fare da Catullo a Petraca, a Leopardi, a Caproni eccetera.

3 – La poesia non è stata mai popolare malgrado sia, per beffarda contraddizione, citata e elogiata da tutti. I libri di poesia vengono acquistati in quantità minima: un Nobel come Montale, in Italia arriva a stento a cinquemila copie vendute. Al contrario la narrativa che registra picchi di vendita di un milione di copie e, per altra beffa, spesso di opere di esordienti e di bassa caratura. Come giudica questo fenomeno? Da quale complesso viene generato e reso persistente, a suo parere?

R.- Già Eugenio Montale nella prolusione che tenne a Stoccolma nel 1975 in occasione del conferimento del Premio Nobel pose la domanda se era possibile ancora darsi poesia nel mondo dominato dalla civiltà della macchina e della produzione. Egli, riprendendo i motivi già esposti in un suo libro del 1966, Auto da fè, osservava come il mondo dell’industria, della riproducibilità e della consumabilità stesse avvallando una produzione letteraria ridotta a spettacolo e a consumo.  Ne è prova il fatto che oggi le librerie dei grandi gruppi editoriali abbondano di pile di libri che portano in copertina il nome di gente dello spettacolo e della televisione. Si vende non il libro e il suo possibile contenuto, ma l’immagine televisiva del suo autore. Non sorprende che in tale contesto dominato dall’effimero e dal banale l’autenticità della poesia rimanga sempre più negletta e sempre più esclusiva di un ristretto numero di lettori. Anche perché un libro può essere letto anche senza essere necessariamente “sentito”, non la poesia che esige sempre dal lettore un coinvolgimento interiore fatto di silenzio e di raccoglimento. Una condizione speciale che non appartiene al nostro tempo caratterizzato dal deserto dell’anima.
“Dopo l’invenzione della stampa la poesia si fa verticale, non riempie del tutto lo spazio bianco, è ricca di  « a capo » e di riprese. Anche certi vuoti hanno un valore”, affermava Montale.
Parliamo beninteso della poesia come sorgente dell’anima, come voce universale e non come mero esercizio linguistico o emozionale. Un lavoro non facile né scontato.
A quella domanda Montale, pur con tutti i limiti e le cautele, rispose positivamente, poiché la poesia rimane l’ultima sentinella del declino dell’uomo e della sua umanità. Certo, il suo territorio è sempre più ristretto e marginale nelle società cosiddette moderne e postmoderne, poiché essa sfugge alla spettacolarizzazione e alle mercificazione che ha come esito l’attuale declino morale e culturale da basso impero, il cui aspetto più evidente è dato dalla crisi economico-finanziaria che ha investito il mondo occidentale. Paradossalmente il modello economicistico-produttivistico-consumistico sta finendo per divorare se stesso, lasciando dietro di sé macerie, solitudine, vuoto.
Aveva ragione Oswald Spengler quando avvertiva che mediante la tecnica l’uomo ha dominato le forze della natura, ma adesso si trattava per l’uomo di potere dominare le forze della tecnica. Intuiva il pensatore tedesco che tra queste due realtà sarebbe intervenuta prima o poi una lotta a morte. Non sfugge a nessuno che è in pieno svolgimento l’assalto della tecnica ai fenomeni della vita. L’essenza stessa della vita viene ad essere rimessa alla produzione tecnica attraverso tutti i tentativi di manipolazione genetica.
Perché i poeti? Era stata questa la domanda che si era posta Martin Heidegger il 29 dicembre del 1946, commemorando il ventesimo anniversario della morte del poeta Rainer Maria Rilke. Heidegger in quell’occasione richiamò il testo dell’elegia diFriedrich Hölderlin, Pane e vino, nella quale si chiedeva il perché dei poeti nel tempo della povertà. Un tempo non soltanto caratterizzato dalla mancanza di Dio, ma consumato, divenuto tanto povero da non potere riconoscere la mancanza di Dio come mancanza.
«La notte del mondo distende le sue tenebre […]. La mancanza di Dio significa che non c’è più nessun Dio che raccolga, in sé, visibilmente e chiaramente, gli uomini e le cose […]. A causa di questa mancanza viene meno al mondo ogni fondamento che fondi […]. L’epoca a cui manca il fondamento pende nell’abisso. Posto che, in genere, a quest’epoca sia ancora riservata una svolta, questa potrà aver luogo solo se il mondo si capovolge da capo a fondo, cioè se si capovolge a partire dall’abisso. Nell’epoca della notte del mondo l’abisso deve esser riconosciuto e subíto fino in fondo. Ma perché ciò abbia luogo occorre che vi siano coloro che arrivano all’abisso».
Per Heidegger il compito di arrivare all’abisso per consentirne, eventualmente, un suo capovolgimento appartiene ai poeti nel tempo della povertà. Quella povertà che equivale in realtà alla pienezza della tecnica e al vuoto che essa produce. “ Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora”, così scrisse Heidegger nella Lettera sull’umanismo. “Nel tempo della notte il poeta canta il Sacro”.
Può darsi che possa essere questo il luogo e il momento della poesia, cioè esattamente questo vuoto, concordando con quanto mi disse al riguardo il poeta Sebastiano Addamo.  Per lui forse bisognava partire da esso, sfiorare l’orlo dell’abisso, tentare di trattenere la luce obliqua e morente del mondo. In fondo al tunnel della notte il nostro poeta siciliano tentava di scorgere un piccolo squarcio di luce come invito alla vitalità della poesia, anche se nel regno del consumo e dell’effimero “ il punto finale non è nemmeno la morte”.

4 – Da Marinetti e il Futurismo – per muoverci nell’ambito del Novecento – e fino all’ermetismo degli Anni Trenta-Quaranta e fino al Neorealismo del dopoguerra, e poi dai fermenti, in Italia provocati dal Gruppo ’63 e dai prodromi delle Nuove Avanguardie, è stato un continuo di proposte sperimentali. Lei cosa pensa delle avanguardie e di tutti questi pregressi conati di sperimentazione?

R.-  Il fenomeno delle Avanguardie coinvolse nel Novecento non solo l’ambito letterario, ma anche quello pittorico, musicale, artistico in genere.  Una rivolta contro i canoni classici della letteratura e dell’arte per tentare, talora esagerando, nuovi moduli espressivi e l’elaborazione di nuove poetiche. Riuniti attorno a Manifesti, i propugnatori delle nuove avanguardie vogliono conferire alle loro opere una carica innovativa, attingendo materiale dagli strati onirici, inconsci, vitalistici e sperimentando nuove forme espressive. Da qui le diverse denominazioni assunte: l’Espressionismo, l’Astrattismo, il Futurismo, il Cubismo, il Dadaismo fino ai Surrealismo e al Metafisico.
Un movimento, dunque, articolato e variegato, di cui non sempre è facile dare conto e che aveva in comune il desiderio di rompere con la tradizione e con il passato. In particolare per i Futuristi erano i miti della modernità ad essere esaltati: la macchina, la velocità, la guerra, la violenza, il gesto. Vale la pena ricordare il “Manifesto tecnico della letteratura futurista” del 1912, nel quale l’avanguardia dei Futuristi, di cui Marinetti è uno dei maggiori teorici, si fa sostenitrice nella poetica dell’uso libero dell’analogia, dell’”immaginazione senza fili”, del “sostantivo-doppio”, proponendo la distruzione della sintassi, l’abolizione dei tradizionali segni di interpunzione, l’uso del verbo all’infinito, le “parole in libertà”, l’uso di forme grafiche particolari, nella convinzione che la parola non valga solo per l’immagine mentale che può produrre, ma anche per l’aspetto visivo e acustico. Uno sperimentalismo esasperato che riuscì a disorientare alcuni poeti, come Aldo Pallazzeschi e Corrado Govoni, che pure avevano aderito a quel movimento.
Diversa appare la caratterizzazione dell’ermetismo come corrente letteraria affermatasi in Italia  tra gli anni trenta e quaranta. L’abolizione della punteggiatura, la riduzione all’essenziale della parola e dei versi, connotano poeti come Quasimodo, Ungaretti, Montale.
La crisi seguita alle due guerre mondiali, la messa in crisi della razionalità e della metafisica, gli orrori del nazismo e del fascismo non consentivano più un ordine conseguenziale e logico allo stesso pensiero. Il lessico si fa plurimo di significati sottesi, la parola slegata acquisisce pregnanza ermeneutica in sé. Solo con l’esperienza  della Resistenza e le macerie lasciate dal dopoguerra si fa strada, anche per l’influsso della narrativa americana ( Hemingway ) e del nuovo cinema ( Visconti, De Sica, Rossellini ) il Neorealismo, la cui poetica fu promossa da riviste come “ La strada” diretta da Antonio Russi (1946.1948) e da “ Momenti” (1948.1954), sostenitrici di una poesia impegnata in senso politico e sociale. Una poesia dunque rappresentativa delle necessità della gente, lontana dalla purezza o dalla rarefazione linguistica e stilistica. Majakovskij, Brecht, García Lorca, Neruda furono i modelli preferiti.
Il Neorealismo (così come l’Ermetismo) sarà spazzato via dallo sperimentalismo promosso dalle nuove tendenze letterarie che si affermeranno nella seconda metà degli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta, grazie all’azione di Pasolini da un lato e dei poeti “novissimi” della Neoavanguardia dall’altro, e delle rispettive riviste, «Officina» (1955-1959),  «Il Verri» (nata nel 1956). In questo quadro un posto a parte merita il “Gruppo 63”, costituitosi in un convegno tenutosi in Sicilia, sia per la “vis polemica” nei confronti di poeti accreditati ( Cassola, Bassani, Pratolini ) sia per il carattere elitario di alcuni suoi rappresentanti ( Umberto Eco, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Sebastiano Vassalli). Il Gruppo 63, che si ispirava alle idee del marxismo e dello strutturalismo, si sciolse nel 1969, pur continuando ad influenzare collane editoriali come “Materiali” di Feltrinelli e, più tardi, “La ricerca letteraria” di Einaudi.
Nel post moderno viviamo l’incertezza della parola, divenuta liquida in un mondo frammentato e insignificante.
Qual è il mio giudizio? Ritengo che le diverse espressioni di ricerca sperimentale nel campo delle avanguardie, se pure con lodevoli eccezioni,  siano rimaste impigliate nello sforzo esasperato di subordinare l’ispirazione poetica a modelli o a fini precostituiti. Laddove la poesia è atto insorgente,  espressione dell’indicibile, essenza pura delle corde profonde dell’anima. Solo la poesia potrà salvare il mondo e l’umanità dalla sua perdizione, potrà salvare l’uomo dalle  sue brutture istintuali.
Nel mio romanzo Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma, la poesia è elemento strutturante la narrazione. Ho voluto coniugare prosa e poesia, recuperando in questo la lezione di Maria Zambrano, filosofa e poetessa. E’ mia convinzione che lo sguardo filosofico non basta a cogliere la complessità della realtà dell’uomo, la parola razionale è di per sé atona, fredda. Ha bisogno dell’innocenza del cuore per abitare il mistero dell’universo, ha bisogno della poesia, dove la parola si fa pregnante, capace di rappresentare ciò che diversamente rimarrebbe inespresso e non comunicabile. Questo l’aveva capito già Platone, il più poetico dei filosofi. Logos e Phatos  non sono antitetici, ma due facce della stessa medaglia, necessarie all’uomo per cogliere l’universale e il divino che è in lui.

5 – Cosa pensa della letteratura così detta “impegnata”? Un suo personale e schietto parere.

R.- Volentieri rispondo a questa domanda che, in qualche modo, sottende il rapporto che la letteratura ha con la realtà. Anche qui mi scuso se richiamo il mio recente romanzo Le ali del Vento.
Il protagonista Antonio, docente di Estetica all’Università di Venezia, partecipa ad un convegno internazionale sul tema Scrittura, Tradizioni e Valori. A confrontarsi sono scrittori e poeti venuti dall’Unione Sovietica,  come Dmitrij Likhacev, Bondarev, Baklanov, Bykov,  Simonov,  convinti della funzione pedagogica della letteratura, e giovani scrittori e poeti americani quali David Leavitt, omosessuale confesso, Jay Mc Inerney, Mary Gordon, Elisabeth Hardwich, Tichard Gilman, per i quali sono le degradazioni delle società consumistico-borghesi, sopraffatte dall’industria della pornografia, della music-pop, del culto della violenza e del kitsch, ad avere cittadinanza nella letteratura. Da una parte la rivendicazione di una letteratura “impegnata” nella salvaguardia della tradizione e dei valori, dall’altra l’esigenza per chi scrive di “sporcarsi le mani”, rappresentando quella parte di realtà degradata dell’uomo. Anche qui il mio parere coincide con le osservazioni di Antonio: “La scrittura deve essere libera, come sono liberi lo spirito e la mente dell’uomo. Ma libero non significa non avere sostegni interiori, letture pregresse, esperienze di vita vissuta, demoni e fantasie contro cui lottare”.
Il grande poeta Mario Luzi sosteneva che “la tradizione non è ripetizione”.

lorenzo marotta

 

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