Apollo, bello o sminteo de’ modi?

apollo

“Bello come Apollo!”. Dio solo sa quante volte lo abbiamo sentito dire. Anche senza l’aggravio dell’aggettivo: “Un Apollo!”. La pretesa è confermata persino dai versi di una canzonetta popolare in voga a metà del secolo scorso, dedicata a tale Pippo: “ E Pippo-Pippo non lo sa che quando passa ride tutta la città”, versi che scialavano di ironie a carico del personaggio che “si crede bello come un Apollo / e saltella come un pollo”.
Il climax che innalza, evemeriamente, Pippo a divinità viene però, subito, bilanciato dall’atterraggio in un pollaio. Povero Pippo-pollo,  deriso anche dalle sartine che “dalle vetrine gli fan mille mossettine”.
Vi starete domandando dove si vuole andare a parare con questo ripescaggio di Pippo, che si crede Apollo e saltella come un pollo, cavalcando  la vergine tradizione che celebra Smintheus come modello del bello. Una trovata peregrina e, al solito mio, senza sugo. Per giustificazione mi obbligo a confessare che il ridicolo cui mi espone questa divagazione, mi è stato ispirato da una signora agrigentina che, infervorata dalla posa di statua siciliana manovrata per gesticolare su un palco comiziante a Milano, di un suo concittadino, assurto ai fasti della politica nazionale e governativa, non si è peritata dal definire il soggetto “un Apollo”.
Ecco rivelati i prodromi. Il resto è stato un mio appiglio alla memoria della traduzione dell’Iliade curata da Vincenzo Monti: “Dio dall’arco d’argento tu che Crisa proteggi e l’alma Cilla e di Tenedo sei possente imperator, smintéo de’ modi…” Quell’inciso-incisivo “sminteo de’modi” mi ha irresistibilmente tentato a contestare l’indefessa smania di identificare in Apollo la bellezza maschile. Mi chiedo e chiedo: è credibile un sacerdote di Apollo, che nel momento del suo più intimo e lacerante duolo, si rivolga al dio di cui è mediatore terreno, inoltrandosi fino alla confidenza di ricordargli “se di serti leggiadri unqua il leggiadro tuo delùbro adornai” e abbondando nel rievocarne poteri e attributi, trascurando imperdonabilmente di citarne la bellezza?
Dio dall’arco d’argento, protettore di Crisa e di Cilla, sovrano indiscusso di Tenedo e (infine) sminteo de’ modi, che in parole d’ordinario linguaggio vuol dire sterminatore di topi. Ebbene?
Tutto qui. Perché attribuire la bellezza al dio la cui precipuità autentica, riconosciutagli dagli stessi suoi sacerdoti, è quella di steminatore di topi? Non se ne vede ragione.
La signora agrigentina infervorata del vertice politico raggiunto dal suo conterraneo, il cui cognome  ricorda un tipo di cavallo arabo forte e generoso, da me provocata, non pose limiti al suo entusiasmo di adoratrice del fascino maschile nei politici dalla prominente mascella, da Benito a Silvio a Angelino. Tutti belli come altrettanti Apollo, lei afferma.
E io mi fermo qui; perché il discorso,  a questo punto, potrebbe riprendere con nuova contestazione basata sulla prominente mascella, mai da alcuno evocata per il dio dall’arco d’argento, smintheus. E continuare a completare l’emozione dell’agrigentina ammiratrice, che faceva notare come, in quel palco dei suoi palpiti politici comizianti a Milano, lei aveva identificato una summa mitologica tra una pitonessa, un apollo e altre simbologie da semidei e deità, che avrebbero ispirato un novello Aristofane, se mai ce ne fosse oggi ombra, al pensiero dei pitoni, anch’essi sterminatori di topi, una gara divina tra derrattizzatori.
Mah! queste signore, che nell’inconscio temono i topi e adorano, dei politici, le mascelle derrattizzatrici!