Sforziamoci di essere sempre noi stessi

superbia

 

“La superbia andò a cavallo e tornò a piedi”. Questo proverbio abruzzese, dall’originale dialettale “La superbije ijò a cavalle e arrevenne a ‘ppete”, intende dire che un uomo attraverso la superbia tende ad amplificare presuntuosamente le proprie capacità ed accreditarsi illegalmente dei meriti. Bisogna, però, sottoporre sempre il tutto a verifica, per constatare se corrisponde a verità. Purtroppo il più delle volte si arriva soltanto ad una falsa ostentazione, come ci insegna Fedro, in una famosa favola dal titolo “La cornacchia e il pavone”, nel cui prologo prima di passare alla simpatica descrizione della cornacchia, che si fa bella delle penne del pavone, l’autore cita direttamente Esopo come maestro, che consiglia di non esibire dei beni che non si possiedono e quindi di vivere contenti della propria condizione. Cito testualmente nella traduzione di Elda Bossi: “Una cornacchia raccattò le penne| cadute ad un pavone, di superbia sciocca gonfiando, se ne rivestì. | Poi, disprezzando i suoi, volle mischiarsi| alla bella famiglia dei pavoni.| Che sfacciata! I pavoni le strapparono| le penne, la scacciarono a beccate! | Malconcia e tutta triste, la cornacchia| s’avviò per tornare a casa sua. | Ma qui trovò rimproveri e ripulse. | Una fra le compagne disprezzate: | “Se restavi con noi” le disse allora, | contenta del tuo aspetto naturale, | non avresti patito quelle offese, | e noi nella disgrazia| non t’avremmo respinta!”. In questa favola, che nella letteratura latina ha dei precedenti oraziani nella terza Epistola del primo libro, in cui il poeta venosino redarguisce un letterato, un certo Celso “a non farsi bello  rubacchiando qua e là gli scritti altrui, che  non gli tocchi di restituire le penne non sue, rimanendo come la cornacchia spogliata dei bei colori”, si deve riconoscere probabilmente un plagiario, come pensa anche La Fontaine, il grande favolista francese, la cui principale fonte d’ispirazione  è proprio Fedro. Il messaggio della favola è, dunque, che dobbiamo sforzarci di essere  sempre noi stessi. Ciò non significa che l’uomo debba rinunciare a sfruttare le sue capacità, di cui in diversi campi e in diversa misura è dotato. Bisogna, comunque, sempre attivarsi, perché è legittimo ed anche morale utilizzare il nostro talento, ma al servizio degli altri e del bene, evitando di eccedere e di considerarci indebitamente superiori agli altri.

Ma cos’è la superbia in fin dei conti? Essa consiste in una radicata convinzione della propria superiorità, che può essere reale o presunta, che purtroppo fa assumere all’uomo deleteri atteggiamenti di ostentato disprezzo verso gli altri, per cui il superbo si comporta sempre in maniera arrogante, perché ha di sé un concetto così alto da giungere a “negare la propria condizione di creatura, cioè la dipendenza da Dio”. Anche quando la grandezza delle opere realizzate induce alla tentazione di sentirsi artefici in prima persona del proprio successo, bisogna sempre riconoscersi creature e strumenti di Dio. Almeno questo impone la teologia cattolica, che considera la superbia uno dei sette peccati capitali. Chi meglio di Dante ha trattato il tema complesso della superbia, a cui ha dedicato l’intero canto XI del Purgatorio? Egli esemplifica la superbia nobiliare con Omberto Aldobrandeschi, l’ambizione politica con Provenzan Salvani e la vanagloria artistica con il miniatore Oderisi da Gubbio.Dante si sofferma più a lungo e con maggior partecipazione emotiva e personale sulla superbia nell’arte. Paradigmatico e completo è il discorso di Oderisi sulla superbia: “Oh vana gloria de le  umane posse| com ‘poco verde in su la cima dura, | se non è giunta da l’etati grosse! | Credette Cimabue ne la pittura| tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, |sì che la fama di colui è scura. | Così ha tolto l’uno a l’altro Guido| la gloria de la lingua; e forse è nato| chi l’uno e l’altro caccerà del nido.” Sembrano destinate a svanire nel tempo le opere dell’ingegno umano. Questo ci dice il tono di sommessa pensosità, che percorre tutto il discorso di Oderisi, che alla fine sentenzia: “Non è il mondan romore altro ch’un fiato| di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, | e muta nome perché muta lato.” Bisogna, quindi, restare con i piedi per terra ed essere sempre se stessi, anche se questa è la via più difficile da seguire, poiché oscilliamo continuamente tra imitatori o esseri superiori e quasi mai siamo noi stessi!