Impertinenze primaverili

 

1 – LETTERA AI CARI

Cari miei cari, il tempo si è fermato
in mezzo al prato dei maiali infetti
gli amori non arrivano ai confetti
si scoprono difetti anche nell’uovo
qualche pelo lo trovo e mi dà brio
l’essere anoetico e restio
alle antiche palestre ora che Dio
ha detto: pancia mia fatti capanna!

Dormo, riformo, chi mi sveglia ride
elude/elide la mia fanciullezza
la mancata carezza mi fa scudo
per questo non m’illudo alle moine
alle stesse divine prepotenze
delle tante eccellenze del Potere
figlie di primavere elettorali.
Il mito delle fate si combina
coi quanti, l’elettronica, i robot . . .
tutto un bistrot tra fiori artificiali
un prato tra le perle e tra i maiali.
 

2 – PASTI

Un tramezzino pasto breve
per lieve digestione ai punti
dieci più otto meno si concilia
peso, altezza e la dieta con l’amore
non c’entra il dare molto o la quisquilia
trenta denari a chi lascia o concilia
o raddoppia con Cristi e coi Barabba …
tutto un sabba al cambio dama
una trama per chi scodinzola (cani?)
a scoppiare per colpa
o per pensieri vani
più lunari ai quarti insani
l’antimonio con clorato sia pure
matrimonio da bomba o vescovato.
 

3 – SOLO AI GUFI

Ombre e luci in amore
si confortano ai quanti e si rinunci
a ricucire strappi contingenti
con miracoli o sale abusi e usi
armi improprie.
Lo stile Novecento unguento alle ferite
non s’accorci per larve o malve;
stanno chiuse per notti le officine
per l’olio alle parole perdute o ritrovate
per nutrire amore, ansie, fate…
crea attese e mani tese ogni dono;
l’erbe secche nei prati, le restucce
sia meglio incenerirle. Via semi e bucce
senza pudore e veli
o scuse e falsi zeli, pure
le primavere hanno il loro gelo
quando spingono venti tramontani
a metà tra alfa e omega ogni freddo è sega.
Ecco perché l’amore in ombra inganna
la società creando la famiglia
per tappo alla bottiglia.
Soffice notte alata nel mistero
attenua le paure solo ai gufi
arcigna non dilata le ansie
vede doppio
e s’invoca il sonno, l’oppio
breve taglio rimuove la ragione.

© Philip-Lorca di Corcia

© Philip-Lorca di Corcia


 
4 – OPALI NEI FONDALI

Questo silenzio torna nel mistero
e non si assegna al popolo
si condensa in attese e punti verdi
tra un quarto l’altro per fasi lunarie
– mari in tempesta e il fondo nei silenzi
a misura tra opali nei fondali –
certe accademie annegano la scienza
e il dopo giunge prima
nel silenzio
collare a chiodi ai cani amore disilluso
ma non per uso quanto per terrore
fugato il sentimento e qualche afrore.
 

5 – LETTERA A UN BARBAGIANNI MILANESE
CHE HA PRETESE DI SUA GIOVENTÙ

Tra le prese coi giorni inceneriti
le sfoglie che si arricciano velate
a fuso miele amaro nel bagliore
in ore vespertine rinnovate
o menomate tra inganni e rinvii
non sai se amore o l’eros quale scambio
tra lusco e brusco o quale geometrìa
sia l’altra a dare attese vane o sia
all’impotenza il farsi canovaccio
l’abbraccio nel teatro senza tende
stirate per sipario su questi
sillabari tra crimini e pretesti

Tu investi capitali. Fondi persi
nei cieli tersi avari senza umori
che promettano piogge. Eppure apri
a nuovi capri-(e capre espiatorie)
aspiranti alle glorie costo zero.
Questo non pare vero eppur s’incròda
sulle lisce scalate al tempo ignaro…
Fermati, vecchio baro! Tanta tela
cela i tuoi fallimenti e i vani orpelli
roventi tra le incudini e i martelli.

 

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