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Cento anni dalla nascita di Stefano D’Arrigo

CENTO ANNI DALLA NASCITA DI STEFANO D’ARRIGO AD ALÌ MARINA, TRA DELUSIONI E RAMMARICO

Abbiamo atteso che arrivassero altre date e altre celebrazioni rispetto a quelle che non ci sono state per ricordare Stefano D’Arrigo nel centenario della sua nascita (Alì Marina 19 ottobre 1919 – Roma 2 maggio 1992). Qualcosa c’è stata ma monca di adeguata eco e priva di documenti scientifici esitati o da esitare per la pubblica fruizione e gli ulteriori studi delle opere darrighiane. È la paura che incute l’orcaferone! Un mostro nella pianura. Anzi trattandosi di mostro marino potrebbe essere appropriata una allusiva figuralità d’altro genere: “Una tempesta in piena bonaccia”. Ci continuerà a confortare la traduzione che dell’Horcynus Orca ha fatto in Germania Moshe Kahn infrangendo il mito della intraducibilità del capolavoro letterario darrighiano in lingue diverse dal suo originale. Un ampio spiraglio. Tuttavia non riusciamo a inventare una spiegazione che giustifichi il silenzio delle cattedre universitarie siciliane di italianistica, filologia, storia della lingua italiana, storia della letteratura italiana. Qui pianura e bonaccia. Che si avanzi il pretesto di trovare l’improbabile presenza della figura e delle opera del siciliano Stefano D’Arrigo tra le pagine della letteratura tedesca? È un scherzo il nostro, una “battuta” che non è di caccia ma di rammarico.

Un rammarico che viene alimentato da quanto noi stessi, (noi per primi) dal nostro piccolo abbiamo contribuito a ricordare il più popolare e l’altrettanto meritevole contemporaneo di D’Arrigo, Leonardo Sciascia, voce di tutti gli aspetti della Sicilia, autore di opere che continueranno a essere attuali e profetiche di generazione in generazione, per la profondità delle intuizioni geniali dello scrittore di Racalmuto. Lo abbiamo ricordato curando un instant-book per la cui realizzazione abbiamo convocato venti pareri, da Vanni Ronsisvalle a Giulia Sottile, cioè il più “antico” frequentatore e amico di Sciascia e una giovane psicologa-scrittrice, che Sciascia lo ha conosciuto per la prima volta sui libri, quando era tra banchi del Liceo nel 2010. L’esito ci ha indotto a intitolare il libro “Altro su Sciascia”, perché su un altro Sciascia infatti  veniamo informati  attraverso le testimonianze di chi gli è stato disinteressatamente amico e sincero estimatore e da chi lo ha studiato per conto proprio, tutti d’un fiato: Sebastiano  Aglieco, Savatore Bommarito, Salvatore Cangelosi, Gaetano Cataldo, Gaetano Cellura, Alessandro Centonze, Dario Consoli, Grazia Dormiente, Renata Governali, Stefano Lanuzza, Massimiiano Magnano, Angelo Maugeri, Nicolò Mineo, Antonello Piraneo, Laura Rizzo, Vanni Ronsisvalle, Salvatore Scalia, Alfio Siracusano, Giulia Sottile.

Altro su Sciascia perché molto restava, come molto resta, da scoprire sullo scrittore che è stato il maggior moralista del Novecento e l’indagatore di ogni aspetto più celato o remoto della Sicilia. (Cfr. Altro su Sciascia, di AA.VV.a cura di Mario Grasso, pagg. 140 – euro 12 – Prova d’Autore 2019).

Diciamola tutta: avevamo provato per un ricordo analogo da dedicare all’autore di Codice siciliano, Horcynus Orca e Cima delle nobildonne, nel centenario della sua nascita, ma con nostro disappunto, non siamo stati capaci di racimolare che un paio di consensi, oltre a quello immediato e fondamentale di Stefano Lanuzza. Tra i siciliani nulla. Chi non aveva finito ancora di leggerlo (sic!), chi non si era mai proposto di leggere un romanzo così complicato dal punto di vista del codice linguistico, chi pur aderendo virtualmente chiedeva almeno un impegno-non impegno ma sine die per stilare un contributo di testimonianza. Ci siamo rassegnati prospettando a noi stessi l’occasione dei trenta anni dalla dipartita, come abbiamo fatto per Sciascia.

Abbiamo quindi immaginato di predisporre, iniziando da ora, un ricordo da esitare per il trentennio nel 2022. Ricordo che non potremo intitolare con il medesimo “Altro” come abbiamo scelto per Sciascia. Perché non c’è alcunché da aggiungere a quanto pochi sanno o sappiamo su D’Arrigo. Salvo ad alludere alle miserie isolate dei componenti del tandem di quella volta, Siciliano-Pecora, la cui ingenerosità letteraria all’indomani della pubblicazione del capolavoro dello scrittore di Alì Marina è stata talmente palese da poter autorizzare chi ha letto Horcynus Orca ad affermare che si è trattato di vendette personali di chi il libro non lo aveva nemmeno aperto. Ma doveva stroncarlo. E allora? Allora il nostro amico antico Salvatore Cangelosi, libraio e scrittore palermitano, una sua idea l’ha esternata: intitoleremo “C’era una volta un certo D’Arrigo di Alì Marina”. E così sia, gli abbiamo fatto eco.

L’ironia ci salva. Resta però un misto di amarezza e delusione. Due momenti nella/della nostra indole di siciliani probabilmente fuori moda e fuori mafie (absit iniuria! Non ci sono qui allusioni né a canne mozze né a richieste di pizzo o altre consuetudini in linea d’alta politica economica in gara coi bilanci dello Stato italiano, politica propria  di quella onorata società identificata dalla sciasciana profezia sulla linea della palma); due momenti, uno rivolto alla inspiegabile rimozione che i luoghi deputati a dare significato culturale (nel  senso di acquisizione e scambio di comunicazioni e informazioni ed esito di relativa documentazione) alla storia della letteratura italiana di autori siciliani, che è quello dell’amarezza. L’altro, la delusione di una attesa ritenuta legittima per uno straccio di attenzione, stavolta dedicata a D’Arrigo, che non troviamo citato (e sarebbe stato già un dono, in questo clima) nei resoconti accademici degli addetti e gran sacerdoti rappresentanti ufficiali delle istituzioni. Eppure ci sarebbe da studiare e ordinare un intero sorprendente vocabolario. Un vocabolario a futura memoria di quella “lingua che non so più dire” in parte. In parte perché il merito sarebbe quello di ricostruire voce per voce i lemmi del prodigioso e geniale chimismo linguistico realizzato da D’Arrigo nell’Horcynus Orca, indagandone scientificamente la composizione, l’etimologia celata dalle pieghe letterarie giocose e serie dello scrittore che ha inventato un proprio linguaggio. Un linguaggio che non è schizofrenico ma basato su elementi linguistici le cui radici sono, ora nella protonannava lingua greca, ora in quella della nonna latina, ora nella madre sicula di una lingua impropriamente definita dialetto. Un dialetto che non ha mai avuto una sua koinè. Ma quest’ultima valutazione non fa parte del tema cui ci riferiamo consapevolmente.

La pratica e la proterva tendenza di arare un terreno su cui le arature si continuano a seguire con una vistosa e impaziente lista d’attesa non si riesce a esorcizzarla da noi, ma non solo per questa occasione ormai pregressa cui ci riferiamo. Sicuramente come auspicio per qualche prossima “contingenza” che potrebbe essere sfruttata per palestra di laureandi e dottorandi. Un lavoro pesante si dirà occuparsi di Horynus Orca. Ma definiamo “pesante” (non greve) uno studio severo perché abbiamo dimenticato quella informazione di perenne attualità lasciataci dall’avvertimento di Esiodo: “Nulla gli dèi concedono agli uomini che non sia frutto di sacrifici e di lacrime”. E per questa volta sarebbero le lacrime a essere evitate dal momento che si tratta di sacrifici del genere che i latini, secoli dopo, definirono a loro volta Per aspera ad astra. Proposte che l’era di internet e dei robot può permettersi di snobbare e persino ridicolizzare.

Il controcorrente della nostra protervia (anche la nostra lo è) potrebbe essere colto quando immaginiamo che proprio in occasione di convegni e commemorazioni di grandi scrittori della stessa regione, come per il caso dei contemporanei e quasi coetanei D’Arrigo e Sciascia, si possa coniugare il far piovere sul bagnato con qualche incursione di confronto scientifico individuata nei luoghi inspiegabilmente destinati all’oblio per pecoreccio, neghittosità e assurdo pregiudizio.

È questo il nostro contributo al ricordo di Stefano D’Arrigo nel centenario dalla sua nascita ad Alì Marina. Il resto potrebbe trovare riscontro in quello che, non a caso, propone il nostro amico Salvatore Cangelosi. E se son rose fioriranno.

Ludi Rector