Sul ritorno lucido

Vuoi tu questo ancora una volta
e innumerevoli volte?
Nietzsche

Il ritorno appartiene anche a quella dinamica che permette all’azione umana di diventare un accorgimento. Tale occasione si verifica quando lo spostamento del pensiero o dell’oggetto non corrisponde ad una semplice ripetizione, bensì detiene una forma di accesso, il cui carattere dominante è intrinseco allo spazio e al suo resistere. Precisamente, lo spazio della mente ritorna ad un pensiero, non lo ripete, questo perché il rimuginare è un fatto emotivo: il tornare richiede anche un tempo variabile, al ripetere è sufficiente una costante. La conoscenza, secondo Platone, si sviluppa a partire dalla reminescenza, un risveglio incostante per stimoli corretti. A partire dall’imprevedibile adesione al ritorno, le continue indifferenze delle locuzioni imprigionano tale accadere nell’ambito dell’esperire nostalgico. In realtà, è vero pure che ritornare implichi un preciso procedimento di cadute che dentellano la cornice dell’ancora. Il ripensamento è difatti una maniera di ritornare, esso sovviene a patto di urtare contro un segno destabilizzante. Anche in questo caso, il tornare umano non è mai ripetizione poiché subentra sempre un elemento nuovo a ridisporre l’ordine dello status precedente. Esso coinvolge tutta la persona e può differenziarsi secondo insistenza, fluidità, rarità, tutti moti posti tra il tempo e l’intimo vissuto. Ritornare significa dunque paradossalmente cambiare di fronte ad un medesimo sistema di riferimento. In tal modo, abituarsi non è altro che l’accezione riflessiva del tornare. Se pensassimo la relazione sociale come un voler tornare all’altro, sarebbe chiaro il modo irripetibile con cui tale atto avvrnga, una volta affidati al senso opposto non contrario di tale questione: andare. Entrambi gli infiniti implicano la partenza dalla posizione conosciuta ma cosa indica il senso ritorno nell’andare? Chi è colui che torna? Il “chi” è la chiave di lettura di tale commento. Mentre l’andare risponde preferibilmente al “cosa” (il cos’è svuotato da ogni tu), il ritorno postula sempre un soggetto che ha o è già apparso. La natura rigenerante del ritmo che va e viene, se confrontata con il tema delle origini, assume sia il senso greco dell’Odissea che l’importanza del rito nelle civiltà antiche. Nel primo caso, il soggetto si cerca, nel secondo ritrova ciò che non è mai partito. Tali forme di comunanza inducono a valutare la sintonia del caso singolo e delle sue scelte con un principio del rinvenire che sta tutto nel modo di falsare il vero, renderlo estraneo, se non sublime, attraverso l’occhio dell’allontanato. Il ritorno è un vestiario che necessita di ridire con tutta la persona quanto si era lasciato. Nietzsche lo definì eterno ma come sarebbe bello sgravare ( senza eludere) l’eternità dal chiasso del tempo e considerarla come una didascalia posta sul disegno di un bambino, uno spazio? Le contingenze, nel loro tornare a noi, ripresentandosi, reintegrandosi alla rete in modo accessorio e funzionale insieme, stabiliscono continuità e occorrenze perpetue. Scrive Borges, “prima di Nietzsche l’immortalità personale era solo un abbaglio della speranza, un progetto confuso. Nietzsche la propone come un dovere e le conferisce l’atroce lucidità dell’insonnia”[1. J.L. Borges, Storia dell’eternità, Adelphi, Milano 2005, p. 74]. La presunta immortalità, intesa come campione assoluto del saper ritornare alle cose. Nessun principio metafisico può corrugare un insonne: egli è, nell’immanenza della veglia, l’esercizio del ritorno.

 

© René Magritte, La chiave di vetro, 1959

 

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