Suite

Aurora Romeo è sulla soglia dell’Aula Magna dell’Università per discutere la laurea in Lettere entro i tempi previsti dal corso magistrale cui si era iscritta dopo la maturità classica. Ma la sua frequentazione con la poesia aveva tagliato il primo traguardo già l’anno prima dell’Esame di Stato. Notizie, queste, in qualche modo complementari, che potrebbero contribuire a dare altri spunti, al momento di aggiungere alla proposta di leggere la “suite” di poesie che qui proponiamo ai lettori di Lunarionuovo, evidenziando nel campione di ricerca  la spontanea disposizione della poetessa a dialogare con se stessa nella identica misura con cui approccia un elelemento fisico (la matita e la grafite), un simbolo (lo zero), un mostro (il Minotauro), di cui indaga l’essenza in quanto “spirito energia vitale” – per dirla con Emerson – e in quanto portatori, ciascuno, di pathos e sentimenti. Né ci sia da sospettare di suggestioni spinoziane a fronte del coincidere di confronti tra il “racconto” dedicato alle scarpe scompagnate  o il resoconto di quanto suggerisce un “Pupazzo”, che “siinfascia la truscia” piena di “ricordi stropicciati”. Piena sì, perché truscia (felicissima contaminazione di lemma siciliano) sta per fardello, per “fazzolettata”, “insieme di cose avvolte in una pezzuola di cui si annoderanno gli estremi”. O di quanto grida in silenzio “a carni scoperte”, la “inutile sutura di battiti soffocati” di chi vuole rattoppare “l’anima a brandelli”. O di quanto ispira o può ispirare il “sasso pulsante” e “stanza errante / della solitudine” della tartaruga.
Come abbiamo avuto occasione di scrivere, anche su Lunarionuovo, in altra recente occasione, per l’esordio da scaffale alto di Enzo Mellia, con il suo “Frattanto il mare”, ci troviamo a confrontare la nostra esperienza di lettori con l’impeto abbagliante della poesia come resoconto di diagrammi che saldano (junghianamente) sotto un’aura magica di omologazione il corrispondere e il coincidere delle emozioni umane a confronto con ogni altro elemento e in quanto singolo e in quanto semplice luccichìo di microniche manifestazioni della materia in perenne e armonica corrispondenza. Forse quella melodia di cui aveva parlato già Pitagora avvertendo che noi non possiamo percepirla semplicemente perché immersi in essa fin dalla nascita. Evidentemente.
MG

***

 

Tartaruga

Dentro a una pelle di roccia
è angusto il respiro
(chi conobbe mai
la mollezza delle mie carni?)
Sono un sasso pulsante
cortina e fardello
sulla terga la stanza errante
della solitudine.
Testuggine nel carapace,
una dimora senza fissa dimora.
Come un seme mi piantai
nel grembo della terra
vagheggiando i germogli a primavera
con la lusinga degli zefiri
e la voce in nuce
come il gheriglio
sotto l’egida di legno.
Scesi nell’urna di Gea
con le mie illusioni ibernate
i miei furori imbalsamati.
Sotto terra
con gli occhi chiusi
e l’anima in letargo
mille volte muoio
e mille volte non nasco mai del tutto .

 

Scarpa scompagnata

Sognai tutta vita
calzari rossi
per il mio spirito
di pantofola spaiata
calciata sotto il letto
fra polveri e molliche
sfuggite al pasto degli amori
indigeste trepidazioni.
Penzola da un lato
il passo sul viale
là dove il piede nudo
corrode la pianta senza suola.
E’ una difesa pericolante
il sandalo solitario
fodera zoppicante
scudo dimidiato
ti lasci sempre fuori un piede
a sfidare i grigi degli asfalti.
Di calzare rosso sangue
ne avrai sempre uno solo
te lo tinge la ferita
del piede nudo e consunto.

Non c’è mai abbastanza cuoio
né riparo
per foderarti un cuore
di scarpa scompagnata.

 

Il nòcciolo

Ti affacci all’Eden
e cogli il frutto
il suo succo ti parse
ambrosia a buon mercato?
“Voglio la verità è
la sola libertà!”
cosi pensavi.
Ma il dente inciampa
nel seme indigesto
scricchiola
sotto il morso della ragione
l’ossicino duro
della verità spolpata
il nocciolo sputato della questione!

 

Sutura

Con il filo rosso
di questa arteria malata
vorrei rattopparmi l’anima a brandelli
inutile sutura di battiti soffocati.
Si scollano i lembi di ferita
(il filo marcio della logica
non li può tenere assieme).
S’aprono voragini
nelle piaghe malcucite
quando mi parlo
a carni scoperte.
Come una stolida Arianna
perdo il filo,
menade invasata
nella danza dell’ago ,
tesse folli figure
la cruna vuota
forando pelli e pensieri.

E il ricamo della mente
è cicatrice nelle carni

© Aurora Romeo

 

 

Il Minotauro

Le mie parole
pellegrine senza santuario
le divora il Minotauro
(povere bestie espiatorie!).
Infuriano nella loro cella di sabba
gli scalpitanti zoccoli
dei miei rancori taurini .
Divorano le parole
i minotauri del pensiero
e le primizie della mente
me le chiedono in ovazione.
Io dedalo, architetto di sillabe,
intreccio mura invisibili
questa è la mia condanna,
per arginare
i parti del mio pensiero
tesso labirinti
e rinchiudo i miei minotauri

 

Lo Zero

Inchiodato all’origine
sei rimasto cosi, Zero
mai nulla in meno
al tuo occhio cavo
mai nulla in più
alla tua stigmate di vuoto
con la tua presenza assente
là sempre fermo
di Positivo e Negativo
solitaria intersezione.
Fra discordi semirette sempre teso
come funi ti strattonano
e tu stai là, che funambolico equilibrio
tu, acrobata
spartiacque d’infiniti.
Sei quasi uomo caro Zero
cerchi ancora consistenza
alla tua identità di aria
ma il tuo viso rotondo
è la cifra del nulla.

 

La matita

Anima grigia
in un corpo di legno
sfalda nel bianco
il suo metallo in polvere.
L’attrito dei verbi ti consuma
ti corrode l’anima
la babele di parole.
Questa è la tua condanna
mia mesta grafite
per i tuoi deboli legami
diamante mancato.

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