Spirito a metano. Racconti di religiosità subalterna (9)

Incanto

Arrivò il momento del ritorno. Tramontava il sole dietro le nuche rimaste nella casa comune. Quel giorno il cielo non vide mai gli occhi di Elena. Furono sempre rivolti alla figura di Davide lucente. Sul fiorire del buio, lui le disse: “guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel mio costato”. Elena non prese con sé che la borsa piena di farmaci per la polmonite di Matilde e, avvicinandosi a lui come se fosse il resto naturale di quell’uomo, pronunciò il suo nome con tutto il fiato del corpo. Si osservarono a lungo – solo per tacere. Lei lo toccò con la mano di una donna e sostenne gli occhi, come per attendere il segno di un imprecisato restare, con le movenze di una madre. Elena, capelli dai nodi che legano il pianto e la voluttà,  disse che non sarebbe stato molto lontano il giorno della partenza. Si presero nella notte quando gli spettri erano fuggiti – i monaci, le pose, le bambine rapite – prima che arrivasse il mattino. Il terzo principio del Canone Zero fu il tempo. Matilde ansimava, stretta nel dolore. Vide due angeli nudi ai piedi di una croce. Uno simulava il gallo, l’altro l’agnello. Erano simulacri incolore, composti da minuscoli vortici spezzati: l’uno per il risveglio, l’altro per il sonno. Le parve di toccare il primo e di trovarsi in città: le persone le schiacciavano i piedi con gli ombrelli mentre le pietre vennero lanciate dall’alto del grattacielo. Fu Maddalena che si chinò verso di lui – pensò – non io. Nel pomeriggio rovente che vide i canini della vecchia Rahibi mostrarsi nella polvere: fu davvero Maddalena a farsi bella per il suo uomo. Patire il giudizio altrui non fu per Matilde l’inizio di un amore, simile a quello che profumò le caviglie di Cristo. Confessò di fronte ai convenuti il segreto che la rese bambina per sempre. Il gallo scomparve. Matilde pativa per diventare adulta ma servivano gli estranei per dire al mondo che niente riusciva a rubarle il cuore. Ci fu un istante in cui Elena e Davide si confusero tra il terriccio e le ortensie: l’eros fu santo sin dal principio. Il Canone Zero non fu scelto da loro ma venne creato in un tempo surreale dal lavoro degli ospiti. Vieni con me? – domandò Davide. Tornerai – rispose la giovane donna. Va’ dagli altri e racconta come ci siamo conosciuti – aggiunse. Non mi toccare quando mi rivedrai dopo aver creduto che sono scomparso. Basterà guardarsi – concluse. La potenza di quelle parole arrivò fin sopra il letto di Matilde che da sola vedeva l’amore. Vide l’agnello cadere tra le braccia di Elena, capelli dai nodi che legano Maria e Maddalena. Era lucido come l’argento e non accennava alcun rifiuto. Davide da lontano ammassava le luci dell’alba per nutrire le serrande e le poesie abbandonate: era sottile nell’ombra, attaccata al saluto e alla mestizia. C’erano le lacrime da asciugare e c’era la cena che invecchiava sulla tavola ma arrivarono gli amici e bisognava stare insieme. Non smisero di vegliare sulla bambina. Nuga, cristiana zen dai nervi di ferro, le mise un panno sulla fronte e recitò: nel risveglio del pane spezzato, il sonno t’illuse legato. Adesso l’incanto inizia a parlare, la mente tua pura non debba temere. Preparò un decotto. Era lenta così come lo erano tutti quando la malattia del corpo diventava per gli altri motivo di ricordo. Matilde sudava e il suo corpo pesante parlava del sangue caldo e delle visioni proiettate sul muro nel vapore. Non ci furono bagni d’aceto e labbra arse. Elena la curava come fosse sua madre. Non credi di soffrire se le rimbocchi l’anima come una madre? – disse Nuga, infermagliata con i coltelli da cucina. Le gambe, ingurgitate dal letto, non le permettevano di alzarsi. Ogni volta che accadeva misurava il tempo di attesa tra uno spingere fuori e un rintocco di orologio. Infermità isterica, paonazza, turgida, che inchioda alla materia del legno e del metallo per far saltare i pensieri sul televisore. La casa permetteva di balzare sui mostri dell’anima senza risoluzione né antenne. C’era la colla delle facce e i salmi per pregare. Nudi tutti all’ascolto delle litanie, come antichi ubriachi d’amore. Matilde dedicò la voglia di sparire a chi l’aveva dimenticata nei salotti dei rancori perché l’odio – pensava – era un lusso troppo grande per chi non aveva ancora compreso cosa fosse Matilde Paraclito.