Spirito a metano. Racconti di religiosità subalterna (8)

Canone Zero

 

C’erano le travi nell’orto che non lasciavano giocare nessuno. Matilde ne sollevò una, rosicchiando qualche angolo così da farla scivolare meglio lungo l’asse dei pensieri. Si sentiva molto meglio una volta separato il ricordo dalle stalle finissime che le proteggevano il petto. Fu allora che scoprì cosa fosse realmente la casa di Davide e le sagome orlate che in quei giorni presero parte al grande rito dei “disarmati”. Vennero per glorificare una raccolta di brevi sentenze provenienti dalle più grandi culture del mondo, recepite secondo il minimo grado di estensione, significato e applicazione. “Il primo principio del Canone Zero è il corpo” – disse Elena, la cui voce salpava come se in un angolo della terra ghepardi e falene stessero compiendo una danza furtiva: quasi a comporre le più acute intuizioni. Il monaco e gli osservatori si dileguarono. La bambina fu di fronte alla donna quando insieme concepirono lo stupore di riconciliarsi con il dolore umano. “Il corpo sostiene il movimento, la postura – disse Elena – la carne”. La casa di Davide nacque per ospitare visioni, accadimenti estemporanei, istanti fuori dalla fine dei tempi. Il teatro delle reminescenze che passano dai sensi per dissolversi sulla superficie delle parole. Durante l’era dello Spirito, le parole non avevano più il dovere di delineare la profondità delle cose. Condividere il dolore, rappresentarlo secondo la logica dell’angelo e dell’agnello. Un uomo e una donna sterili costruirono una casa in cui celebrare un culto nuovo. Questo spazio offriva occasioni per discutere e ricreare ciò che loro definivano gioco degli dei. La misura di tale evento prevedeva l’allontanamento dalla famiglia d’origine, lo scambio di un dono, il pasto comune e il sacrificio di devozione nei confronti della morte così come della vita. Gli esseri puri divennero modi concettuali di recepire il reale e non vi fu più il bisogno di lottare per una religione poiché ogni credo aggiungeva qualcosa in più alla grande tela dell’essere.
Il rumore del cucchiaio colmo di zenzero spaventò Matilde, i cui piedi nudi sfilacciavano l’aria sotto la sedia tripolina, non curante del fatto che avrebbe afferrato qualche filo di senso da quella strana comunità ai confini del reale. Un centinaio di biscotti speziati nutrivano l’olfatto condensato nell’attesa di pervenire al dunque, messianico quanto il Cristo. Il prurito d’oriente, a dire il vero, indusse tre anni prima il beneamato Verliskji a ricoprire la carica di sacerdote ortodosso presso la casa di Davide. La casa si rese fedele all’insegnamento delle comunità. Ben presto le calde questioni teologiche furono messe da parte e Verliskji, dall’altro del nero ràsso, degustava del grano bollito tipico del Socelnik: il digiuno pre-natalizio. Il padre e la figlia furono insieme raccolti per l’opera: nulla fu compiuto invano da quando Matilde, in nome del padre, riconobbe se stessa. Verliskji teneva la Bibbia sotto il braccio. Egli non era più un ruolo, non distingueva una gerarchia del sapere. Egli era una conversione. L’azione continua, imperitura, innervata tra le linee del corpo. Il tempo dello Spirito aveva ridotto la disputa sugli universali a mera quisquilia: ciò che
bisognava fare adesso era comparire sotto il segno disinvolto della verosimiglianza, della liturgica apparizione. Esporre il segno nella sua temeraria estetica e nel suo valore qui e ora. Verliskji disse che secondo l’ortodossia l’uomo è “coerede” di Cristo. Tale spirito di elevazione non fu più dettato dall’essenza ma avrebbe schiuso l’energia increata, il “così com’è” dell’archetipo cristiano. Il fulgore. Verliskji si piazzò di fronte l’icona della natività senza proferire giudizio perché il tempo dei (pre)giudizi era finito. Egli sostava come figura di sogno nella contemplazione del monaco e del cultore d’arte. L’elogio della visione fu detto “secondo principio del Canone Zero”.