Spirito a Metano. Racconti di religiosità subalterna (7)

Stanzen

La brigata si ritirò presto al dovuto riposo, senza esitazioni ma con sussulti del volto che ridussero le schiere degli invitati ad un silenzioso brusio di congedo. Matilde rimase per ore assottigliata nell’etere del polverame indefinito che accidentalmente si sovrappose allo Spirito di commistione, alveare di salvezze innocue, tutt’altro che apocalittiche. Permise al rastrello di dedicarle l’invettiva delle setole, eppure non si accorse che Dayu contraeva le rughe per donarle una curva di bocca. Era la prima volta che un monaco sostava nel diletto di casa, cosparsa di cattedrali invisibili quali furono i giudizi delle animelle quando  il corpo della fanciulla venne privato del suo segreto fallace. La solitudine le bucava gli occhi mentre il monaco li teneva chiusi: un rimbalzo da golfisti. Disse che si trattava di Zen, la via verso la quiddità, sostanza ultima delle cose. Le caviglie erano avvolte da fasce di cotone per impedire al freddo di violare i confini dei pori, un modo come un altro per mettere a tacere i desideri. Matilde fu costretta a mangiare l’eco della sua confessione bulimica: si ricordò che il sesso non era cosa buona e giusta, se consumato dentro le mura domestiche, eppure tentò mille volte di inghiottire l’imbarazzo a pasta filata che il corpo produsse quella notte. Dayu aveva assistito alla scena ma non emise alcuna parola: rotolò alcune foglie di menta piperita e bussò con due dita sul pavimento. Per ogni parola pronunciata spingeva lentamente una noce che andava a posarsi sul piede della penitente.

– Voi pensate che il risveglio sia la declamazione di un peccato – mugugnava – in realtà la vera natura dell’uomo è l’enigma irrisolto: la noce non si apre quando si lancia.

Davide giunse poco dopo l’ultimo tiro di frutta secca, si asciugò i piedi con il bordo del tappeto, sostenendo con classe lo sguardo indispettito della giovane sposa. Lasciò che Matilde si trascinasse via per un attimo, il tempo di far evaporare l’odio dalle mani, chiedendo a Dayu cosa fosse lo Zen. Il monaco rispose che Zen è la postura verso il Dharma, l’abbandono raccolto che realizza la perdita. Davide, colto nell’impreparazione ordinaria, versava latte di pecora dentro il bicchiere, pensando alla distanza tra la spina di una croce e la spinta di una noce. – Il cristiano perde il sangue, il buddhista lo congela! – rispose nella più inusuale insolenza. A dir la verità, non avrebbe voluto stonare il momento con ruvidi affitti di sentenze ma non poté fare a meno di tutelare il nome della compagine post-cristiana che abitava la casa da quando Tulo, il meccanico, morì di crepacuore, lasciando tutto nelle mani del miglior acquirente. – Il cristiano è un buddhista che dimentica di essere un corpo prima che una mente – disse Dayu, imperturbato. Una glassa di risate appiccicò Davide alla parete, al punto che, impreziosito, si dilungò in un affare teologico poco conveniente.  L’ospite spiattellava dicotomie riunite. Davide, il padrone di casa, continuava a separare i figli facinorosi. Nutriva le scarpe con il timore, come chi tenta di giocare a “servo e re” sulla lattuga per il pollaio: un attimo e i discorsi scivolano come siero pagliericcio. L’abbandono della mente equivale alla perdita di una vita? Davide l’avrebbe ceduto volentieri il suo corpo svenato per salvare sua figlia. – Lo zen non conosce il sacrificio ma la perdita dell’io – rispose – perdere è un atto naturale, il sacrificio è volere. Matilde fu volenterosa al momento di guardare negli occhi i suoi vicini ma non le venne naturale neanche per un secondo perdere se stessa nell’ordigno esplosivo della frase: ero bambina quando un uomo… Lo zen ti aspira l’io come macchie, il cristiano te lo lascia addosso finché, scondito, non esca dal sepolcro. Soggetti appesi ovunque, prime persone singolari che vogliono, amano, sperano, balbettando un sì biancastro al destino tonico occidentale, alla bolla da scoppiare. L’estratto di melissa non aveva lo stesso odore e il monaco accettò senza bere. Fu silenzio. Fiutare la meta per non raggiungerla, annunciare lo scandalo mangiando cioccolata: tutto arriva a ghigliottina nell’infuso del thè giapponese. Bolle escluse. Matilde iniziò a danzare da una stanza all’altra, le orecchie tappate le impedivano di sentire l’intestino degli estranei. Silenzio. Mancarono Barabba, il sangue, la pietà e il furor di popolo,  quando in solitudine ritornò bambina e amò distrattamente suo padre. Privilegi d’eremita. L’anima-non-mente e l’epochè riesumò la muta (im)postura – zen che l’avrebbe condotta verso l’uscita.