Ritratto di filologo. Pitture verbali

 

Apparve cupo sullo stipite della porta, incorniciato dall’infisso: la sua faccia… un certificato di morte!

La giacca gli pencolava addosso, era infatti smilzo come un appendiabiti.

La congerie delle membra componeva il fusticino rinsecchito di un fiammifero bruciacchiato. Quel legnetto consunto culminava in una capocchietta di zolfo chiarissimo: la sua testa bianca, la sola che a differenza del corpo smagato sembrava non aver preso ancora fuoco; eppure avevi l’impressione che sfregandola sulla cartavetrata di un discorso a lui molesto divampasse in un’escandescenza improvvisa.

Abile acrobata della parola, librava in aria le sue glosse felpate come leggeri birilli. La sua voce funambola intonava ora ottave acute, ora grevi, avanzando sulla fune sospesa del discorso.

C’era in lui il calibro del lanciatore di spade, che scaglia i fili letali, ma con una veemenza disciplinata e composta.

Sul cencio candeggiato del viso, la sua esoftalmia ipnotica lascia intravedere un magma, incalzante, sì, ma imbrigliato in una cavezza adamantina.

Ma la testa, proprio quella capocchietta di zolfo compatto, nascondeva in realtà un alveare: senza sosta gli sciami di carta che vi ronzavano dentro, distillavano un miele. Senza sosta i neuroni industriosi si poggiavano sulle migliori infiorescenze d’inchiostro per trarne il nettare. E questo sedimentava, pazientemente riposto nelle caselle esagonali dell’intelletto.

 

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