Pitture verbali

Pitture verbali (parte 1°)

 

Era una donna, ma te ne saresti accorto solo portando all’occhio una lente: era piuttosto una virago. Aveva proprio la tempra virile del vecchio lupo di mare. La sua toeletta, frugale come un pasto francescano, non faceva nessuna concessione al minimo vezzo di amenità muliebre. Capelli grigi alla garçonne e passo oplitico. I fianchi e il ventre erano asciutti, azzimi, mai lievitati da una gioia coniugale o da avventi materni.

A lei, eccellente agrimensore del genere umano, bastava un colpo in tralice per stilare la quadratura di ogni campo altrui.

Le vibrisse del suo muso volpigno non avevano bisogno di blandire nessuno, né tantomeno di essere blandite. Voleva sempre impugnare la colonna delle res e non il fregio dei salamelecchi. Di fronte a una platea, brandiva l’osso delle parole, reggendolo saldo in pugno come l’elsa di una spada.

Il suo viso, compatto e ieratico come le cattedrali romaniche che illustrava, aveva a tratti una feritoia: un sorriso cordiale, ma ovattato e melanconico. L’arco a sesto acuto di quel sorriso stretto somigliava più a un cipiglio o un sospiro.

Non un orpello superfluo in lei, né nei gesti gioviali o nei discorsi arguti: l’horror vacui lo aveva già scacciato da tempo via da lei, infatti accoglieva i propri vuoti tingendoli solo con larghe campiture piatte, senza camuffarli con acanti o racemi. «L’horror vacui è tipico dell’arte barbarica» soleva ripetere, e barbarica lei non lo era affatto. Aveva semmai l’anima del condottiero, del maniscalco e del nocchiero. Lei, nocchiera di una nave disalberata e solitaria, nocchiera della sua stagione in declino, ma che sospingeva sempre e comunque in avanti, porgendo le guance a qualsiasi fortunale.

 

virago