La cugina Marisa

Romanzo introspettivo, duro e impietoso, La cugina Marisa di Francesca Picone (Prova d’Autore 2012, € 10,00) scava nei ruderi della mente animato dall’urgenza della ricerca. La verità sentita comepicone necessità imprescindibile, è il motore che muove l’anabasi del protagonista, una verità che è quella dell’animo, della storia e della mente.
Sapiente innovazione intuita dall’autrice è la scelta del taglio attribuito al protagonista: l’analista, “l’archeologo dell’anima” avvolge in bandiera bianca i ferri della professione, rinuncia all’analisi dell’altro e sceglie di scavare nel sito archeologico della propria interiorità, riesumando le rovine del passato sepolto sotto la coltre di detriti. Egli rimuove le sabbie sedimentarie del silenzio trascinate dallo scirocco della menzogna; si tratta di un’operazione dolorosa nel suo dispiegarsi, ma l’autrice sceglie di affondare la lama all’interno delle cancrene solo per vedere disperatamente se rimane del tessuto sano al di sotto. Lo psichiatra vinto e messo in sacco nella sua professione non può più curare ma viene curato.
L’inizio del progressivo risveglio scaturisce proprio dal ribaltamento del rapporto medico paziente attivato dalla relazione trasferenziale. Il paradosso è che il transfert, ufficialmente percepito come ostacolo al percorso analitico curativo diviene invece fonte di cura e catalizzatore della catarsi. L’autrice dunque rinnova la tipica letteratura psicologica offrendoci una prospettiva sfaccettata. La fragilità ineffabile della paziente, attiva il circuito di una fitta rete di reminiscenze, rimandi segreti dell’inconscio. Anna rappresenta la forza ineluttabile delle passioni recluse. Il rimosso riaffiora proprio sotto la spinta dell’ irrazionale incarnato prima in Anna e in Marisa, personaggio chiave della vicenda. Non è più possibile dunque nessuna obiettività di analisi del reale, la ragione come un ordigno imperfetto si disgrega. L’intero romanzo è percorso da un clima costantemente precario; l’assenza di certezze, la mancanza di riferimenti affettivi precipitano l’uomo nel dubbio e nella solitudine. Tutte le figure che dominano il romanzo sono smarrite nel labirinto, e tenuti sotto scacco dal Minotauro della colpa dal rimorso e dal peso di brucianti silenzi, questo coacervo di nodi irrisolti caratterizza sia il personaggio principale che quelli apparentemente secondari. Il labirinto è quello della quotidianità stantia, nel cui centro si trovano nascosti i minotauri dell’inconscio, mostri divoratori da tenere occultati. Una tematica centrale della storia è quella della colpa e dell’espiazione. Senso di colpa che caratterizza ogni vicenda umana narrata: è il sentimento provato dal protagonista nei confronti della morte dell’amico Giuliano, è quello provato dai membri della famiglia per aver taciuto su un delitto,quello del padre assassino che convive per anni con la consapevolezza del suo crimine. Da questo romanzo emerge un pessimismo che esclude qualsiasi visione provvidenziale della vita e della giustizia: è un mondo dove chi commette dei crimini rimane impunito, l’unica espiazione è quella dell’infelicità e del rimorso il mostro divoratore che consuma giorno per giorno. Non si tratta di un relativismo gnoseologico, la verità esiste ed è possibile ma è dispersa e mistificata dalla menzogna.
Sono tutti personaggi infelici quelli dipinti dall’autrice, sia vittime che carnefici, dove i carnefici sono a loro volta vittime, in quanto essi stessi hanno subito. Non esistono invece personaggi solidi e rocce monolitiche, sono tutte figure irrimediabilmente imperfette, nessuno è capace di curare l’altro. Il senso di morte appare come una costante, non solo quella fisica, ma soprattutto quella interiore. La vera tragedia è “la morte a piccole dosi” quella vissuta  quotidianamente che depriva della vita poco per volta. La morte è un fardello ineluttabile che ognuno si trascina dietro già all’interno della propria vita, come nel celebre verso di Ungaretti “la morte si sconta vivendo” infatti ognuno dei protagonisti sconta già in vita una morte. Il senso luttuoso aleggia nel soffio del vento di Scirocco, esso crea un’atmosfera vischiosa e asfissiante, ogni crimine si svolge nel clima piatto e indolente delle estati siciliane, nel silenzio e nell’indifferenza.
La gioia è sempre dietro l’angolo ma è impossibile afferrarla a pieno, la felicità è costantemente intravista, ma mai completamente vissuta, dopo un lampo “è subito sera”. L’amicizia di Giuliano svanisce presto con la sua drammatica scomparsa, l’amore ritrovato di Nanà-Anna scivola proprio quando appare realizzabile, la gioia del ritorno di Filippo si trasforma presto nel dramma della gelosia. Il romanzo è costellato da tutte queste felicità mancate, sepolte presto nella vittoriniana “quiete della non speranza”si rimane ad osservare quello che poteva essere e invece non è. La famiglia non si configura come un nido rassicurante ma come in luogo delle lacerazioni più grandi. Srroccata nella sua grandiosità granitica, non è in grado di elargire affetto e comprensione. Nella famiglia del protagonista (più simile ad un clan) domina la categoria dell’assenza: assenza fisica del genitore assenza di responsabilità, e soprattutto assenza di comunicazione. La vera tragedia è quella dell’incomunicabilità, come in una ioneschiana commedia regna l’impossibilità del dialogo: “il linguaggio conduce al peggio”, come in un paroliere impazzito la parola “possibile” si carica della nefasto prefisso “in” e diventa “impossibile”. Ma la parola piuttosto che foriera di sventura è il motore della catarsi. La rottura della cappa di indifferenza è indispensabile per qualsiasi forma di riscatto interiore, dunque è necessario rompere il silenzio, l’intonaco intatto sotto il quale si cela la cancrena. Attraverso una proustiana recherche  il protagonista (e insieme ad esso il lettore) percorrono a ritroso gli indizi del passato per ricomporre il mosaico in frantumi.
L’autrice compone la fabula adoperando una sapiente struttura narrativa ad intarsio. Nell’intreccio della trama passato presente e futuro si fondono in un’unica fitta rete di reminiscenze e presagi, attenzione del lettore viene ravvivata da un uso costante della tecnica dilatoria. La cugina Marisa, il personaggio eponimo, è la chiave per lo snodarsi della vicenda pur non essendone la protagonista. Infatti facendo da anello di congiunzione fra passato e presente fa da catalizzatore per il dipanarsi del giallo, rappresenta la forza insopprimibile della verità che emerge nonostante le costrizioni. Marisa è la voce dell’universo femminile oppresso e vittima di violenza maschile che non si rassegna al perbenismo e all’indifferenza e reclama l’emancipazione dal silenzio.
Il filale aperto, esclude qualsiasi tipo di soluzione definitiva, la decisione risolutiva rimane sospesa, e la verità non arriva ad un totale scioglimento, rimane infatti volutamente ambigua la dinamica morbosa dell’ultimo delitto. Nulla dunque si conclude. Un volta Pirandello interrogato sul perché dei suo finali aperti così destabilizzanti rispose “se la vita non conclude mai il suo svolgersi perché mai dovrebbe concludere l’arte?”.

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