La Chiesa al tempo del coronavirus

IL CORAGGIO DI ALZARE LO SGUARDO

 (…) l’oppressione subita da un sacerdote di Cremona, durante la celebrazione di una Messa, preparata con tutte le dovute precauzioni anti-pandemia. Il sacerdote è stato costretto più volte a interrompere la Liturgia, chiedendo con educazione alle forze di polizia di scendere dall’altare e di rimandare le dovute dichiarazioni (…)

(…) il principio della caritas senza veritate rischia di diventare l’altro nome di un comune associazionismo solidale. Non è vano ricordare, in un tempo privo di parlamenti e democrazie reali, che durante i peggiori nazionalismi a forza di obbedienza si può anche morire. (…)

Tra i molteplici racconti di dolore che consumano i giorni di questo tempo afflitto da pandemia universale, vorrei salvare dalla centrifuga dell’infosfera, due episodi che hanno profondamente turbato il mio sentire umano, oltre che cristiano. Questo sentimento mi spinge a scrivere non tanto per questioni poetiche personali, avendo ormai preso le distanze dalla chiesa cattolica romana, dopo aver creduto per diversi anni d’impegno universitario nel dialogo tra ragione e fede, nonostante gli schiaffi del maschilismo clericale e l’indignazione per gli abusi sui minori emersi fino al mese scorso con lo scandalo Boy Scouts of America. Questo sentimento mi chiede di scrivere semplicemente per l’urgenza di ricordare la Bellezza dell’essere sociale. E se l’essere sociale chiede i propri codici civili, l’essere ecclesiale, un grado ulteriore del semplice essere sociale, invoca forse l’eccezione di codici super-civili, impegni extra-ordinari rispetto le contingenze degli eventi, una loro profonda interpretazione, in grado di non soccombere alla catastrofe di turno secondo la logica del biòs, il che è naturale per tutti gli uomini, ma di rispondervi con il coraggio della zoè, vita di qualità, vita eterna, si direbbe con un linguaggio biblico, dignità specifica del cristiano che ha imparato a sperare dall’interno di sé, non dall’esterno dei circoli. Se l’essere sociale può sfruttare il mondo digitale per il lavoro e le comunicazioni, l’essere ecclesiale può integrarlo ma non sostituirlo, giocando allo stesso gioco del mercante, immergendosi nello stesso mare del cyberbullismo e della pedopornografia, dell’opinionismo virtuale e del regno del fake thinking. Questo atteggiamento, per quanto giustificato dall’emergenza, rischia di trasformarsi in stile comunicativo, spacciandosi per salto d’avanguardia, ma celando in sé palesi tentazioni di appiattimento e imbarazzanti rincorse verso una triste creatività. Ekklesìa, da cui il verbo ek-kaleo, chiamare da, non nasconde infatti un certo dinamismo dell’essere dallo stato di prigionia, la mobilità del raduno, il venire a raccolta uscendo dai giorni della schiavitù, dell’esilio e dell’abbandono. Sulla scia di questa semantica antica, venire a raccolta, nel nostro tempo, è custodirsi contro l’omologazione del pensiero unico, benché la Chiesa dimori in esso, nelle sue contraddizioni e lacerazioni, tuttavia resistendo nel coincidere totalmente con il mainstream narrativo, oggi perpetuato dal flusso divorante della “peste” mediatica. L’essere Chiesa, a partire dai più elementari versetti dei Vangeli, emerge infatti dalla comunanza nella grazia, secondo la fede dei credenti, uno sguardo che crea Chiesa nuova anche dal segno più scoraggiante, raduno di un popolo dentro il popolo, comunione divina nella comunità umana, cerchio d’unità nella differenza, libertà spirituale dentro libertà morale. Nonostante le premesse sembrino fin qui rassicuranti, la realtà cui assistiamo pare volgersi verso una complicità ecclesiale pericolosamente aderente al linguaggio politico e sanitario della pandemia, la cui importanza è certo esonerata da ogni dubbio, ma che non si rivela sufficiente per formulare quella completezza che uno sguardo di vita vera impara a custodire per garantirsi una fiducia nel futuro. Il primo episodio riguarda il suicidio di un sacerdote milanese, Don Diego Pirovano, conosciuto lo scorso anno durante un breve viaggio a Gerusalemme. Un uomo pacato, sereno, canonista di curia, il cui gesto drammatico chiede solo il silenzio della preghiera, nonostante la costernazione della comunità e le parole prudenti di un vescovo più che impacciato abbiano già donato il dovuto saluto. Impacciate come, francamente, maldestre appaiono le cure psicologiche e affettive rivolte spesso ai sacerdoti dai sacerdoti stessi, quasi come voler credere che depressione e sconforto negli uomini “consacrati” non abbiano altro sguardo che quello dei loro simili omologati, di penitenti e di modelli maschili igienisti che spesso sfociano in tragiche rese: maschi che curano maschi, religiosi che guardano religiosi, spesso dentro comunità parrocchiali che sperano nei loro invincibili supereroi, di cui ignorano le tristezze e la solitudine profonda, l’animo bambino e il bisogno d’imperfezione, sin dai primi anni di formazione. Il secondo episodio riguarda l’oppressione subita da un sacerdote di Cremona, durante la celebrazione di una Messa, preparata con tutte le dovute precauzioni anti-pandemia. Il sacerdote è stato costretto più volte a interrompere la Liturgia, chiedendo con educazione alle forze di polizia di scendere dall’altare e di rimandare le dovute dichiarazioni. L’atto gravissimo, sia sul piano sacramentale che sul piano costituzionale, colmo di arroganza e prevaricazione nei confronti di un anziano, prima che sacerdote, e di una comunità parimenti multata, ha sollevato a stento un tweet da parte di un cardinale e molti commenti di sostegno virtuale. Questi due episodi, per quanto distanti tra loro per cause e contesti, trovano, a mio parere, due parole di raccordo che descrivono il rischio istituzionale verso cui lentamente sembra dirigersi gran parte dell’episcopato cattolico italiano: indifferenza e inibizione. Poco prima del decreto sul blocco degli spostamenti, mi è sembrato giusto ricordare a qualche sacerdote l’importanza dei canoni 454 e 455 del codice di diritto canonico, una sapienza per cui la CEI, nei casi specifici, può permettere a ciascun singolo vescovo diocesano di agire secondo sua competenza territoriale, di manifestare cioè una certa liberalità di pensiero e di azione, una certa autorità nel parlare con uno spirito di verità ai laici e soprattutto ai presbiteri, tutelando la comunione del popolo di Dio, il cui centro resta la comunione eucaristica, il corpo di Cristo nell’unità della Chiesa, al di là di ogni possibile “pausa” a porte chiuse. La risposta che ho ricevuto è stata questa: bisogna avere umiltà e ubbidire. A questo proposito, vorrei ricordare una volta per tutte il significato dell’umiltà cristiana che mi ha donato il grande Romano Guardini:

È strano vedere come il pensiero moderno abbia escluso l’umiltà e abbia messo al suo posto la modestia. Ma cosa ha ottenuto con questo la modernità? Ha messo al posto della possibilità divina quella terrena; con ciò ha sigillato la propria superbia, e al tempo stesso il proprio misero esserci. Il cristiano non è modesto. Egli sa che l’uomo diventa sé stesso solo quando diventa qualcosa di più dell’uomo. [..] Umiltà infatti significa riconoscere che ciò che si deve voler essere non lo si è né lo si può raggiungere per forza propria, ma lo si può solo ricevere; che si è costituiti non dal basso verso l’alto ma dall’alto verso il basso.[1]

Se è vero che il popolo dei santi della porta accanto, dei santi che nell’Apocalisse custodiscono la vera chiesa delle anime (e dello Spirito che senza corpo non agisce), mentre il culto del tempio relativizza la propria portata in un tempo di persecuzione, è da riconoscere che non di solo “pane” vive l’uomo e che il principio della caritas senza veritate rischia di diventare l’altro nome di un comune associazionismo solidale. Non è vano ricordare, in un tempo privo di parlamenti e democrazie reali, che durante i peggiori nazionalismi a forza di obbedienza si può anche morire. Che ben venga quindi il tempo del vuoto purificatore, anche se la domanda – “chi negli inferi canta le tue lodi?” (Sal 6) – non è poi tanto il segno di una pietrificazione netta tra natura e morte, tra paradiso e inferno, come uomini e bestie, ma il fuoco posto tra la vita e la morte, come tra il sangue e il flegma, umore che la medicina antica attribuiva non a caso all’ostruzione delle vie respiratorie, tra chi nasce dall’alto e chi, come Caino, guarda ancora verso terra. E se qui comincia la vita di quelli che credono solo alla comunione solidale, pur tra le confuse macerie del mondo, o alla comunione interreligiosa è forse giusto che quel brindisi alla coscienza, augurato da John Henry Newman, non dimentichi di appartenere anche alla via di Cristo, una via liberata dalla paura ma anche protesa alla creazione di arte e cura dell’anima, letizia e parresìa.

Marina Guerrisi, studiosa

[1]R. Guardini, Antropologia cristiana, Morcelliana, Brescia 2013, 116