“La Bella e la Bestia” e il “Ratto di Proserpina” a confronto

Tra la celebre fiaba di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont e il “ratto di Proserpina”, uno dei miti più celebri della storia pagana siciliana, si possono trovare alcune somiglianze soprattutto sull’aspetto psicologico ed emotivo dei principali protagonisti. Cominciamo innanzitutto a fare una breve esposizione della fiaba, passando poi ad un veloce riassunto del mito siculo in questione.
“La Bella e la Bestia” racconta la storia di una giovane, bella e umile, sempre ad aiutare il padre, ex commerciante caduto nei debiti, perchè aveva investito tutti i suoi beni preziosi nell’acquisti di merci che provenivano da terre lontane, ma la nave che era incaricata di portarli non arrivò mai. La fanciulla si impegnava nelle faccende domestiche e nel lavoro dei campi presso la casa di campagna da dove si sono trasferiti subito dopo l’ufficialità del fallimento dell’attività del padre. Ella aveva tre fratelli, i quali sostenevano il padre nelle attività commerciali, e due sorelle, più grandi di lei, anch’esse belle ma molto vanitose, viziate, ma soprattutto invidiose della sorella più piccola, perchè non sopportavano, oltre gli apprezzamenti e gli elogi fatti dal padre, che la giovane fanciulla ricevesse più attenzioni da parte degli uomini del paese che gli chiedevano la sua mano. Un giorno arrivò un messaggio che annunciava che la nave tanto attesa, carica di merci, era finalmente giunta in porto. Il padre era al settimo cielo, e all’alba del giorno dopo partì con il desiderio di poter accontentare le richieste fatte delle figlie; ovviamente le più grandi desideravano vestiti, oggetti preziosi, ma Bella non desiderava tale lusso, però desiderava tanto un ramoscello di rose per l’orto di casa. Quando il padre arrivò, scoprì che la nave non aveva con sé la merce, perchè i marinai non ricevevano la paga da mesi e la nave era danneggiata a causa di una tempesta, così dovette di tasca sua pagare i danni. Tornando verso casa, il vecchio padre si perse in un fitto bosco. Era calata la sera con tanto di neve che cadeva, ma si rincuorò vedendo un bel palazzo e approfittò dell’occasione per entrarci e chiedere ospitalità per la notte. Era un bel palazzo, ma al suo interno non trovò ne servi ne guardie. In una terrazza, trovò un piccolo ma splendido giardino, pieno di fiori e di cespugli ben ornati. Tra i fiori vide delle rose, il fiore che tanto Bella desiderava, così staccò lievemente un solo rametto di rose, ma subito dopo si trovò di fronte ad una terribile creatura antropomorfa. Il mostro rimproverò il povero mercante che lo aveva sorpreso a rubare le sue preziose rose, il mercante provò a giustificare il suo gesto in ricordo della richiesta della sua figlia e si gettò in ginocchio invocando perdono, ma la bestia non volle sentire ragioni. Gli concesse però la grazia soltanto a un patto: che la figlia in questione doveva venire al posto suo per sacrificarsi, e se non veniva lei, il mercante sarebbe dovuto ritornare nel castello dopo tre mesi. Appena ritornato a casa con le rose, Bella e gli altri componenti della famiglia si precipitarono subito da lui domandandosi cosa fosse successo. Una volta raccontata tutta la storia, Bella non ci pensò due volte a partire in direzione del castello della famigerata Bestia. Bella, aspettandosi il peggio, si ritrovò meravigliata per gli ornamenti del castello, c’era il famoso giardino pieno di rose ed altri tipi di fiori, un enorme biblioteca piena di libri e una sala da pranzo ben arredata. Verso l’ora di cena la Bella e la Bestia si incontrarono, e la Bestia si dimostrò essere un essere gentile e premuroso, tant’è che Bella, nonostante paura iniziale dovuta all’orribile aspetto, ricambiava con elogi e apprezzamenti che facevano passere l’aspetto della creatura in secondo piano. Allora la creatura le chiese se volesse sposarlo, ma per non rischiare di ferirlo Bella le disse semplicemente che provava solamente una profonda amicizia, e la Bestia si ritirò demoralizzato. In un salone c’era uno specchio con un frontespizio che diceva “Desidera e Comanda, qui sei tu la regina”, e Bella disse in cuor suo “Desidero vedere mio padre”. Di colpo lo specchio si schiarì vedendo le due sorelle che si erano già sposate e il padre che era gravemente ammalato, e andò subito dalla bestia a chiedergli il permesso di tornare a casa per il poco tempo che al padre gli era rimasto. La Bestia l’accontentò subito e gli regalò un anello, e le disse che quando vorrà tornare lo deve posare sul comodino prima di coricarsi. Tornata a casa Bella, il padre era pieno di gioia e la condusse nella sua stanza dove c’era un baule, donato proprio al padre dalla bestia durante il primissimo incontro. Ciò che conteneva dentro era riservato esclusivamente a Bella e a nessun altro. Le sorelle erano rimaste scioccate dal fatto che la loro sorellina non è stata mangiata dalla bestia e che adesso aveva il lusso di poter indossare quei bei vestiti che il baule conteneva, così la loro invidia aumentò a tal punto di fingersi commosse dal suo ritorno e provarono a convincerla a farla rimanere a casa per otto giorni, nella speranza che i rapporti con la bestia peggiorassero ed infine se la sarebbe mangiata. Nonostante accettò la proposta delle sorelle, colpita ingenuamente dalla loro finta commozione, ancora pensava alla sua Bestia e alla promessa fatta. Così pose l’anello sul comodino prima di addormentarsi, e l’indomani mattina si ritrovò nel castello, ma non c’era traccia della Bestia. Cercò in ogni angolo del castello, ma di lui nessuna traccia, quando si ricordò subito del sogno appena fatto, dove la Bestia si trovava sulla sponda di un ruscello in fondo al giardino. Senza pensarci su due volte, Bella si precipitò verso il giardino dove c’era proprio la Bestia che sembrava essere sul punto di morire. Ciò che stava facendo uccidere la Bestia era il fatto di aver perduto Bella per sempre, aveva invocato il suo nome per troppo tempo, ma ora finalmente aveva la possibilità di morire felice di averla rivista per l’ultima volta. In lacrime Bella implorava di non morire, perchè sarebbe morta anche lei per il dolore, per la sua Bestia, e lo invitava a guarire perchè aveva deciso di sposarlo e restare insieme a lui per sempre. Le parole di Bella provocarono un grande scintillio che investì l’intero castello illuminandolo con un intensa luce. Ma una volta svanita la magia, quando Bella si voltò, la Bestia non c’era più, e al posto suo vi era un bel principe. Rimasta scioccata da tutto questo il principe provò a rasserenarla, dicendo che la Bestia era lui, per colpa di una strega che lo aveva colpito tramite un sortilegio, e solo chi aveva un animo tanto elevato lo poteva spezzare; lui perdeva sempre più forze perchè l’amava appassionatamente e credeva che non sarebbe più tornata. Bella pianse di gioia dopo la spiegazione del principe, e i due rientrarono al castello nella sala principale, dove tutta la famiglia di Bella la stava aspettando. C’era anche una bella signora vestita in azzurro: era una fata. La fata premiò il gesto dei due futuri sposi, mentre castigò le due sorelle trasformandole in statue di pietra a causa della loro cattiveria che emanavano nei confronti di Bella[1. Cfr: Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, La Bella e la Bestia, Nord-Sud].
La fiaba si conclude, come era da norma in alcune fiabe dell’epoca, con i due che si sposano e vissero felici e contenti.
Il mito del “ratto di Proserpina” venne tramandata oralmente dal popolo e in seguito trascritta da molti autori della letteratura latina, come per esempio Ovidio nei “Fasti” o il poemetto di Claudio Claudiano.
Il mito parla la storia di Proserpina, figlia di Cerere dea della fertilità, la quale, mentre stava raccogliendo dei fiori nei pressi del lago di Pergusa ad Enna, venne trascinata da Ade con la sua biga trainata dai cavalli e condotta negli inferi. Cerere colpita dal dolore per la perdita della figlia, chiese invano a Giove di farla liberare, ma ella avrebbe avuto la possibilità di tornare a patto che trascorresse sei mesi con Plutone. Per la disperazione, sulla Terra cessò la fertilità nei campi e ci furono periodi di carestia e morte. Giove, non potendo proseguire in questo modo, visto che Cerere era disposta a riprendere i suoi compiti solo se avesse riottenuto sua figlia, decise di mandare Mercurio come messaggero da Plutone, ma ormai era troppo tardi. Proserpina aveva perso la sua verginità, gustando il melograno donato da Plutone stesso. Quindi Proserpina era diventata a tutti gli effetti la sua regina, e non poteva più tornare dalla madre nelle vesti di fanciulla[2. Cfr: Claudio Claudiano, Il rapimento di Proserpina, Mondadori].
Ora che abbiamo esposto sia il mito greco-romano che la fiaba settecentesca, possiamo individuare, al di là delle sottili differenze, soprattutto quelle somiglianze che le legano sia a livello psicologico che emotivo. Entrambe le storie parlano del raggiungimento o della conquista della sessualità di una ragazza. In entrambi i racconti abbiamo due oggetti, simboli del piacere, dell’amore e del romanticismo: la rosa nella fiaba di Leprince de Beaumont, il melograno nel racconto mitologico. E infine abbiamo i due protagonisti (la Bestia e Plutone) che entrambi fanno la qualsiasi per amore: Plutone aveva dato origine in onore della sua amata una fonte azzurra, la fonte Ciana, nei pressi dell’Etna, mentre la Bestia ogni giorno era sempre al servizio di Bella in modo da rendere il suo soggiorno al castello gradevole (tra libri, tavoli ben arredati, giardini…). Sia Plutone che la Bestia sono due esseri soli, uno perchè gli è stato assegnato un regno pieno di ombre e oscurità senza la compagnia di una donna, mentre l’altro a causa dell’orrendo aspetto fu costretto a rimanere rintanato nel suo immenso castello. Nonostante il tempo che li divide e ad alcune allusioni a cui fanno riferimento i due racconti possono condurre ad altro, si possono trovare tante cose in comune, molto più di quanto si possa immaginare. Due racconti, due storie così diverse, eppure così simili.

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