Entusiasmo, En theòs

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Non si può scegliere di essere poeti, lo si è malgrado tutto!  La poesia non  può essere scelta così come non si sceglie una malattia cronica. Non si può sfuggire al daimon della creazione, lo si può solo assecondare. Non è vate, né profeta, né dispensatore di responsi, il demone poetico è  tutto “umano, troppo umano”.
Geneticamente votato all’imperfezione, inesorabilmente incompleto,  l’uomo attraverso l’estrinsecazione lirica, ricerca quello stato di entusiasmo (en theòs,  in dio) che nel momento dell’atto creativo, gli consente di padroneggiare il Sublime che costantemente sfugge alla sua condizione. L’entusiasmo della creazione artistica è quello di essere Creatore, artifex. Il gesto del poieo è perfetto nella sua imperfezione, rende l’uomo demiurgo di mondi paralleli che lo affrancano dalla sua condizione usuale di finitezza e incompletezza. Se non ci fossero le illogiche altalene emozionali, gli instabili scricchiolii del pensiero, o l’effimero mosaico delle passioni, la poesia nemmeno esisterebbe! Se l’uomo fosse costantemente nutrito di ambrosia e privo di qualsiasi terremoto interiore, non sarebbe necessario per lui partorire nulla. L’en-tusiasmo non  è reticolo cristallino di algida perfezione, ma nodo di Gordio. Il dinamismo e l’equilibrio instabile sono le molle della poesia,  atto di ricerca costante, e costantemente ineffabile.  Il paradosso della lirica è quello di essere infermità e cura allo stesso tempo, una medicina al “mal di vivere” che scaturisce dal male stesso! Non ci affrancheremo mai del tutto dal dente febbrile che ci porta a desiderare l’infinito nella finitezza. La poesia è un oppiaceo dolceamaro che più bevi e più non ti disseta: le sue dosi saranno sempre insufficienti per guarire del tutto!

Il verso possiede la segreta formula d’alchimia che consente di trasformare il reale trasfigurandolo; come un nuovo re Mida, il poeta tocca il fango del mondo che attraverso le sue mani si trasmuta in oro. Come dice K. Kraus  il linguaggio della poesia è «la meretrice di tutti che io rendo vergine», mai definizione più acuta  venne data della comunicazione lirica, infatti, le parole consuete del quotidiano, logori vagoni di triti significati, assumono una grammatica propria all’interno del testo, rivestite di un abito nuovo. Il miracolo del verso sta nello scorgere con  un “radar di pipistrello” il poetico nell’assolutamente impoetico, lo scavo archeologico dell’anima rende monumenti i ruderi.
La creazione è conflagrazione e palingenesi: viene destrutturato il linguaggio consueto per leggere  “corrispondenze” nuove e farlo rinascere rinnovato. Come una Fenice, la poesia deve morire nel fuoco purificatore della pira per poi risvegliarsi. Scoccato lo strale della parola, essa non appartiene più all’arciere, non è più figlia fatta a propria immagine e somiglianza, ma rifletterà l’animo di chi la fruisce, non più di chi la crea, lo specchio va in frantumi e ognuno ne coglierà un frammento dove guardare il proprio volto. La poesia racchiude in sé un ciclo di destrutturazione e rigenerazione, morte e vita, come una pianta! In principio l’intuizione è come un seme del tutto spontaneo, inspiegabile, racchiude in sé la somma di ogni potenzialità e non si sa quale vento capriccioso lo abbia trasportato nel nostro terreno; una volta accolto il germe dell’epifania lirica nell’humus fertile dell’animo, la poesia è una pianta che va coltivata, ascoltata, educata, altrimenti il seme della rivelazione improvvisa, venuto da un  “altrove” parallelo al mondo, sarebbe destinato a marcire. Dunque la musa poetica non è un fiore di serra né un’erba incolta, ma la figlia dell’attesa, dell’ascolto, del segreto lavorio gestazionale.
Se non si impara a guardare oltre il sé e al di fuori dal sé, la poesia rischia di diventare mutismo, un atto solipsistico e autoreferenziale, annega come Narciso, invaghito della propria effigie. Se non ci fosse un orecchio ad ascoltarlo e accoglierlo, sarebbe “voce di uno che grida nel deserto”. Anche quando un recettore manca, l’animo del poeta può sdoppiarsi, inventarsi  un alterità  con cui comunicare, ma in ogni caso chi scrive proietta sempre verso l’esterno, altrimenti non ci sarebbe la necessità dell’estrinsecazione lirica. L’opera esiste non come un oggetto, dato sensibile nel mondo, ma come traccia, segno profondo nella mente del lettore, che diviene così negoziatore di significati e motore di attivazione ermeneutica dei significanti.
Il verbo nella sua accezione più sacrale, non ritorna indietro senza aver irrigato e fatto germogliare la terra, ma non sempre i solchi aperti dall’aratro della poesia sono accoglienti e fruttiferi, anzi, ci conducono sulla soglia dello strappo, sul precipizio della carta; l’autore scava voragini nell’animo di chi lo accoglie ma non sempre le ricuce, dunque spesso, accostarsi al convivio della poesia può essere un atto amaro, destabilizzante, perché scardina le certezze abituali e ci scaraventa in una dimensione sovversiva del linguaggio. Come in un sogno notturno, le parole, loci a noi consueti, vengono riposizionati in modo diverso, estraneo all’uso logoro della consuetudine, e vibrano di significati autonomi; ma quello del poeta è un sogno lucido dove l’es viene addomesticato e l’istinto assume il tratto educato del disegno.

Il poeta è untore dell’infelicità, diffusore dei  germi del male esistenziale, ma ha anche un compito diverso: una “sfida al labirinto”. La mente, apparato molesto, se sguinzagliata dalle sovrastrutture   partorisce i minotauri del pensiero, che ci costringono a sacrificare in tributo ai loro altari, giorno per giorno, una libbra della nostra vita. Dunque bisogna imprigionare le gestazioni taurine con gabbie di aria, tessere labirinti di sillabe dove nasconderle, dissimulandole nel linguaggio consueto. La scrittura dunque, divenuta verbo salvifico, aiuta il processo di emancipazione dal caos; si può uscire dal labirinto chiedendo ad Arianna il filo robusto della ragione, o come fa il poeta, con il battito d’ali di Icaro, volo folle. Il decollo è sentito come un’urgenza forte, anche a costo di incarbonire le penne al sole e ricadere nel duro suolo della quotidianità impoetica. L’albatros non riesce a mantenersi fra le basse quote della mediocrità, rifiuta come Icaro uno slancio a bassa quota, oscilla fra l’empireo o le latebre.
Nell’atto del nominare, l’uomo stabilisce una connessione profonda fra se stesso e il reale, il poeta è come Adamo, che ad ogni cosa affibbia un nome e la governa; ecco dunque che dal nomen scaturisce il nomos, legge, ordine.
La parola sebbene sia portatrice d’ordine fra la nebulosa dei pensieri e la nebulosa dei suoni, presenta un suo limite intrinseco: essa indica la cosa ma non è la cosa, ne è la sua rappresentazione convenzionale, ma non potrà mai diventare materia; la distanza che nel triangolo semiotico separa i vertici di  significante e referente, fa si che la parola rimanga in un limbo di imprecisione e approssimazione, come una pellegrina alla ricerca del santuario. La poesia ricrea la presenza viva della cosa, la sua anima profonda, tramite un uso sapiente di suggestioni iconiche. Dunque l’arte poetica si fa sintesi di tutte le arti: è musica, sonorità, ritmo legato al respiro e al battito. La poesia è danza, movimento, dinamico altalenarsi di forze opposte, è pittura, colore, calore, dipinge metafore sulla carta come su di una tela bianca.

Il desiderio  ultimo del poeta è quello di rendere viva la materia inerte, soffiando nei suoi componimenti uno pneuma vitale, questo è il sogno di Pigmalione, che costruendo la sua creatura, tenta di infonderle lo spirito, sebbene possa servirsi solo di materiali inanimati per plasmarla; dunque l’aspirazione della composizione lirica è quella di avvicinarsi al demiurgo divino diventando creatore anch’egli, generatore di vita.

Il poeta demiurgo ha la capacità di oscillare fra il mondo e la sua trasfigurazione simbolica, cammina come un funambolo sul filo tagliente del foglio, precipizio di carta e finis terrae del mondo, là dove il reale finisce e la letteratura prende vita.

 

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